Rumeno ucciso per impedire stupro della moglie. Presi i macellai: inaudita agghiacciante...

Rumeno ucciso per impedire stupro della moglie. Presi i macellai: inaudita agghiacciante violenza (video)

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Anwari Tebra, Hamdi Boukhobna, Marouane Tebra, Nizar Brahim

Il Pm, Monica Monego e il dirigente della Squadra mobile Antonino Ciavola
Il Pm, Monica Monego e il dirigente della Squadra mobile Antonino Ciavola
La conferenza stampa sull'assassinio di Nicu: il Pm, Monica Monego e il dirigente della Squadra mobile Antonino Ciavola
La conferenza stampa sull’assassinio di Nicu: il Pm, Monica Monego e il dirigente della Squadra mobile Antonino Ciavola
La conferenza stampa sull'assassinio di Nicu: il Pm, Monica Monego e il dirigente della Squadra mobile Antonino Ciavola
La conferenza stampa sull’assassinio di Nicu: il Pm, Monica Monego e il dirigente della Squadra mobile Antonino Ciavola

Per l’omicidio di Nicolae ”Nicu” Raducan, romeno di 38 anni, la polizia ha fermato Nizar Brahim 23 anni, Marouane Tebra, 27 anni, Anwari Tebra di 23 e Hamdi Boukhobna 24 anni, braccianti agricoli tunisini. Sono accusati anche del sequestro di persona e violenza sessuale di gruppo aggravata della convivente della vittima. E’ lei che ha raccontato le fasi del film dell’orrore di cui è stata protagonista il 26 aprile scorso all’uscita della discoteca “Playa del Sol” a Scoglitti, frazione marinara di Vittoria (Rg), quando lei e il suo compagno si stavano dirigendo a piedi verso casa. “Ci hanno assaliti alle spalle – ha detto – un nordafricano ha colpito Nicu e un altro mi ha tappato la bocca. Un altro uomo mi ha spogliato e poi a turno mi hanno violentata. Un quarto uomo dopo l’omicidio è scappato. Poi minacciandomi con una spranga di ferro mi hanno portata, nuda, vicino a un casolare abbandonato nei pressi di una serra e lì mi hanno violentato di nuovo. Poi verso le 7 del mattino mi hanno abbandonata, minacciandomi che se avessi denunciato le violenze mi avrebbero uccisa”. Dopo lunghe indagini i poliziotti hanno identificato i presunti assassini e violentatori e la vittima li ha riconosciuti. Alcuni indagati, confessando, hanno fornito particolari sulle violenze e sul delitto. “E’ un risultato importantissimo quello raggiunto dalla Polizia di Stato, in quanto aver assicurato alla giustizia simili criminali permette di scongiurare la paura verso un branco che avrebbe potuto reiterare condotte criminali. Per la particolare gravità dei fatti, questi soggetti erano in grado di ripetere gli stessi reati senza comprenderne la portata” ha detto il dirigente della squadra mobile ragusana Antonino Ciavola.

Questo lo sviluppo e l’esito dell’indagine spiegati da un comunicato della Polizia:

I fatti: In data 26.4.2015 alle ore 07.45 sull’utenza di pronto intervento della Polizia di Stato 113, più persone che lavorano nelle vicine serre segnalavano la presenza di un uomo privo di vita riverso a terra in una pozza di sangue, con la testa fracassata. Immediato l’intervento della Squadra Mobile e della Volante del Commissariato di Vittoria che circoscrivevano la zona raccogliendo le prime dichiarazioni delle persone presenti sul posto, tra le altre, quelle di una donna che asseriva essere la convivente. L’abilità e la professionalità di chi ha gestito le prime fasi dell’intervento hanno permesso di apprendere dalla donna in evidente stato confusionale, che anche lei era stata vittima di reato, ovvero violentata da più persone nel medesimo luogo dell’omicidio così come in altri luoghi. I fatti già gravissimi inerenti l’omicidio assumevano un tono ancora più pesante, stante le dichiarazioni della donna che immediatamente veniva assistita da personale femminile della Polizia di Stato ed accompagnata in ospedale per gli accertamenti previsti dal protocollo sulla violenza sessuale. Sin dai primi istanti gli investigatori della Squadra Mobile capivano subito che l’indagine sarebbe stata particolarmente complessa in quanto la zona dove erano avvenuti i fatti è tutta destinata a coltivazione in serra ed i soggetti che ivi dimorano non hanno una residenza ben determinata stante la morfologia e la scarsa antropizzazione dei luoghi. In questi casi la Squadra Mobile chiede il supporto del Servizio centrale operativo che coordina tutte le squadre investigative d’Italia. Immediato l’invio di personale dell’Unita analisi crimini violenti specializzato per lo studio di tabulati telefonici, celle di aggancio dei cellulari così come di personale specializzato della Polizia scientifica. La donna visitata in ospedale, riferiva all’ispettore che la seguiva costantemente i fatti occorsi, che assumevano un tono sempre più grave. Il medico del Pronto soccorso constatava i segni di violenza carnale sulla donna e diverse ferite che la stessa si era procurata quando era stata denudata e gettata a terra tra le sterpaglie. Così come previsto dai protocolli, per verbalizzare i fatti narrati è stato chiesto l’ausilio del centro antiviolenza e della psicologa per l’assistenza alla vittima. In particolar modo questo intervento assistenziale ha permesso di acquisire altri importanti elementi per la risoluzione del caso. Il racconto della donna, stante l’inaudita gravità appariva quasi inverosimile, per altro elemento che a volte ricorre nelle vittime di violenza sessuale, in particolar modo di gruppo dove il trauma psichico è devastante. Nonostante tutto la donna riferiva ogni minimo particolare agli investigatori che contattavano subito il Pubblico ministero  Monica Monego, anch’essa decideva di intervenire in Commissariato di Pubblica Sicurezza di Vittoria, lavorando fianco a fianco con i poliziotti per rendersi conto direttamente della gravità di quanto narrato dalla vittima unica testimone fino a quel momento. La donna denunciava che all’uscita della discoteca “Playa del Sol” (sita in contrada Esperia a Scoglitti frazione marinara di Vittoria in Provincia di Ragusa) a 250 metri dal luogo dell’omicidio lei ed il suo compagno Nicu si stavano dirigendo a piedi verso casa, distante circa 1 km. Dopo aver percorso un breve tratto, la donna vedeva un ragazzo nord africano colpire alle spalle e senza alcun motivo il compagno, mentre un altro uomo le tappava la bocca con le mani per non farla gridare; quasi contestualmente un altro ragazzo la spogliava lasciandola solo in maglietta. I due abusanti le dicevano di stare zitta e di non opporre resistenza altrimenti l’avrebbero uccisa. A turno prima due e poi tre la violentavano mentre il quarto dopo l’omicidio si dava alla fuga. Non paghi la facevano alzare e sotto la minaccia di una spranga in ferro la facevano camminare per quasi 4 chilometri portandola nuda vicino un casolare abbandonato nei pressi di una serra. In tre continuavano ad abusare di lei per quasi 2 ore senza alcuna sosta, prima uno poi l’altro e poi l’altro ancora. Alle 7 del mattino l’hanno abbandonata li in stato confusionale fuggendo, minacciandola ancora che se avesse denunciato alla Polizia l’avrebbero uccisa. La donna aggiungeva particolari irripetibili e di una gravità inaudita, inoltre ha riferito di averli implorati tutto il tempo di non ammazzarla perché aveva dei figli da sfamare nel suo paese. La vittima ancora nuda e senza scarpe camminava nuovamente per qualche chilometro dove raggiungeva casa per cambiarsi e poi ritornare a cercare il compagno nel luogo dove era stato colpito sperando di trovarlo vivo ma al suo arrivo c’era già la Polizia che le comunicava il terribile evento.

Le indagini; Le indagini avevano inizio con il sopralluogo della Squadra Mobile e della Polizia Scientifica, in questi casi può essere fondamentale un minimo dettaglio e stante la violenza sessuale la ricerca di tracce biologiche sul corpo della donna era la priorità. Il sequestro delle immagini dell’impianto di sorveglianza è la prima attività della Squadra Mobile, bisogna studiare cosa è successo poco prima dell’omicidio, si ipotizzava una rissa post discoteca ma le immagini non registravano simili tensioni all’interno ed all’esterno del locale. Nel contempo la signora veniva assistita da personale femminile durante le visite in ospedale, l’unica maglia che aveva addosso durante la violenza subita veniva sequestrata, così come gli indumenti indossati subito dopo il reato subito. Alla vittima venivano consegnati dei vestiti che gli uomini del Commissariato di Vittoria avevano procurato dalle loro abitazioni. Veniva fatto il prelievo del dna della donna e quello del cadavere per avere una certezza della loro identità ed isolare altro eventuale dna presente sugli indumenti. La Polizia scientifica chiedeva l’intervento degli esperti in ricerca tracce dei colleghi di Catania che congiuntamente rivenivano tracce biologiche, probabilmente sperma sugli indumenti della signora. Sulla scena del crimine tutto veniva transennato, ogni oggetto utile veniva sequestrato ma purtroppo non c’era l’arma del delitto, si ricercava una spranga in ferro arrugginita stante i residui di ruggine nel cuoio capelluto del cadavere rivenuti da una prima ispezione cadaverica. Esattamente dove aveva indicato la donna vi erano i suoi vestiti, pantaloni, slip, calze e scarpe che davano subito una risposta positiva per la presenza di tracce biologiche mediante lampade speciali. La Polizia scientifica repertava elemento per elemento, questo lavoro è durato l’intera giornata. Il Servizio centrale operativo immediatamente iniziava a studiare i tabulati telefonici e le celle di aggancio di ogni telefono che si trovava nella zona del delitto, cercando di isolare ogni possibile elemento utile per la prosecuzione delle indagini. Gli uomini della Squadra Mobile e del Commissariato di Vittoria ripercorrevano le strade interessate dal delitto, entrando quasi in confusione poiché la vittima raccontava di essere certa di aver fatto una strada lunga ben 3,7 km (dato rilevato dagli investigatori) e di averla fatta nuda e scalza. Il racconto era quasi assurdo ma si dava fiducia alla signora, non vi era motivo di temere della sua credibilità, ma vi era motivo di temere della sua confusione per il forte stress psicologico. La battuta di ricerca dell’arma del delitto dava esito negativo, nel contempo un elicottero della Polizia di Stato proveniente da Palermo si alzava in volo per una ricerca capillare sul luogo del delitto di persone e cose pertinenti al reato. I primi sforzi investigativi davano esito negativo.

Gli autori erano nord africani potrebbero scappare nel loro paese, bisognava correre. Il tempo passava le indagini continuavano e finalmente dopo ore di studio delle immagini acquisite dai sistemi di video sorveglianza della discoteca qualche elemento utile iniziava a venir fuori. Dalle immagini ci capiva che qualcosa all’interno della discoteca non era andata per il verso giusto quindi venivano convocati il titolare ed i buttafuori del locale che immediatamente si mostravano collaborativi. Forse perché abituati ritenevano normale qualche schiaffo e qualche ubriaco molesto ma effettivamente nessuna rissa dentro e fuori da locale. Un paio di soggetti venivano identificati grazie alla vittima che guardando le immagini della discoteca riferiva che potevano essere persone informate sui fatti. La stessa domenica sera la discoteca era deserta nessuno si era fatto vedere nonostante solitamente è piena di gente, tutti tunisini e rumeni che non lavorando in un giorno di riposo vanno li a bere, forse a bere troppo perché dalle immagini del sabato si capiva perfettamente fossero tutti ubriachi. È un luogo di aggregazione di tutti i braccianti agricoli della zona ed in genere di tutti gli stranieri comunitari e non comunitari. I poliziotti, i 20 poliziotti impiegati sul territorio andavano a bussare a tutte le porte dei pregiudicati tunisini e così degli onesti immigrati che da tempo collaborano con la Polizia di Stato in quanto ben integrati sul territorio, quelli che non vogliono che accadano fatti simili, quelli che si vergognano dei loro connazionali criminali. Ecco grazie a queste due categorie gli agenti iniziavano a portare magrebini presso gli uffici di Polizia. Tutti venivano foto-segnalati ed a tutti venivano prelevato un campione salivare per effettuare l’esame del DNA, erano tutti potenziali autori del reato stante la loro presenza in discoteca. Qualcuno ammetteva di essere stato in discoteca quella sera ma di non aver visto nulla perché andato via prima dei fatti reato ed effettivamente era così dalle telecamere. Decine di verbali redatti dagli Ufficiali di P.G. che giorno e notte scrivevano deposizioni che venivano studiare da chi coordinava le indagini. Finalmente veniva trovato il tassista abusivo che la vittima aveva indicato come colui che aveva incrociato pochi istanti prima dell’aggressione, nel contempo arrivavano i primi risultati dal Servizio centrale operativo ma lo studio dei tabulati telefonici è difficilissimo e richiede tempo. Messo alle strette il tassista riferiva i nomi di tutti quelli che aveva portato in discoteca quella sera e soprattutto di quelli che aveva lasciato li perché pieno, dicendo di far rientro appena possibile a prenderli, elemento importante perché la donna riferiva di aver visto una macchina descrivendola alla perfezione e di aver intuito che gli autori del reato erano vicino quella macchina. Bisognava cercare chi aveva lasciato a piedi il tassista. Il cerchio si stringeva, erano passati già 3 giorni, non esisteva stanchezza ma il morale non era alle stelle si aveva paura della fuga degli autori del reato. Si faceva notte, la Polizia Scientifica grazie ad apparecchiature speciali per il rilevamento tracce iniziava a riferire note positive, la macchina del tassista ha il bagagliaio con tracce ematiche, l’uomo veniva incalzato sempre di più ma altre telecamere lo scagionavano quindi bisognava capire cosa era accaduto quella sera, ma lui ha paura la sua macchina ha tracce di sangue e lui si giustificava dicendo di aver trasportato animali morti ma aveva sempre più paura ed iniziava a collaborare. La paura per qualcuno dei presenti è sempre più forte, appena lasciati da soli in stanza iniziavano a complottare “tu hai visto, io no, si tu non puoi non aver visto”, si accusavano a vicenda si volevano sottrarre ad eventuali responsabilità ma si volevano altresì sottrarre anche a dover testimoniare. Il nervosismo saliva, gli interrogatori di alcuni soggetti duravano appositamente ore, venivano disposti i primi fermi di identificazione in quanto bisognava essere certi della loro identità e per di più bisognava ancora interrogarli, prenderli sulla stanchezza farli tradire ed in questo gli investigatori sono stati molto bravi, non bisognava mai mollare la presa. La donna tornava in ufficio, assistita sempre dalla stessa ispettrice di Polizia e psicologa, ma veniva la parte più dura, il riconoscimento mediante album fotografico dei sospettati, la vittima guardava le foto una per una, riconosceva chi era dentro la discoteca ma escludeva la loro responsabilità, stavano per finire le foto sembrava che tutto ciò che era stato fatto non era valso a nulla ma nell’ultima pagina vedeva una foto ed inizia a piangere a dirotto. Il verbale veniva sospeso la donna rassicurata, perdere la sua stabilità emotiva sarebbe stato deleterio, si decideva di continuare dopo qualche ora. La donna diceva che quell’uomo era li ed aveva offerto un passaggio alla coppia, si correva subito a prenderlo uno dei presenti in commissariato sapeva perfettamente dove lavorava. Pochi minuti dopo era sotto interrogatorio, ma lui si dichiarava estraneo, dalle telecamere si capiva che aveva offerto un passaggio, lui è l’ultimo ad aver visto la coppia si sospetta sapesse qualcosa ma nulla, non diceva nulla di utile e chiamava a testimoniare altre 5 persone. Tutti in ufficio, “ascoltiamo tutti” era la parola d’ordine, si doveva trovare chi aveva ucciso e chi aveva violentato la donna sequestrandola. Ci siamo, qualcuno iniziava a piangere ma per stanchezza, qualcun altro iniziava a dire che voleva andare via per cercare gli assassini e portarli alla Polizia, le persone informate sui fatti venivano ascoltate nuovamente e finalmente il “tradimento” di uno di loro. La sua versione non coincideva con la precedente, non si capiva il perché. Ai giovani presenti si parlava solo dell’omicidio non della violenza sessuale per non farli spaventare troppo. Ecco l’errore, uno di loro faceva il nome di un soggetto che ancora non era stato convocato dicendo di essere andato in discoteca con 3 amici, poi con 2, poi con 3, ecco dove insistevano gli investigatori. Il ragazzino di appena 20 anni ha fatto un errore, si lavorava su quello tutta la notte, le sue versioni erano sempre più contraddittorie, piangeva ma non mollava, non cedeva, iniziava ad albeggiare si metteva in macchina il giovane e si andava a prendere l’amico di cui aveva fatto il nome per errore. Appena giunti in campagna il ragazzo anche lui giovanissimo stava zappando la terra, vedendo una macchina nuova, tentava di allontanarsi, poi però tornava indietro facendo finta di stare tranquillo, ma alle emozioni non si comanda, non è un criminale non ha neanche l’aspetto di un criminale, forse ha l’aspetto di altra categoria. In macchina iniziava a tremare, ecco la svolta alle indagini, tutti aspettavano quel momento, è venerdì notte, sono passati 5 giorni di indagini senza sosta, ma l’adrenalina aiuta sempre. In stanza ad aspettarlo c’erano già 8 poliziotti, entrato si sedeva il giovane e diceva subito che lui sapeva tutto. Si tirava un sospiro di sollievo ma non era finita, il Pubblico Ministero viene informato, aspetta notizie dopo la sua testimonianza. Il ragazzino iniziava a parlare, dichiarava di aver visto dei suoi amici che avevano una spranga in mano ma che lui per paura era fuggito ed andando via non aveva visto cosa fosse successo ma a distanza di 500 metri aveva udito un tonfo e delle urla di donna. La sua versione era quella di uno che aveva commesso qualcosa ma voleva accusare altri, a quel punto veniva incalzato sempre più, lui chiede di cancellare tutto e diceva di aver visto chi era stato. La donna veniva nuovamente interrogata e in un pianto straziante riconosceva senza alcun dubbio chi aveva violentato lei ma non chi aveva ucciso il suo compagno e lei voleva sapere solo questo, di lei non importava, così diceva piangendo. In ufficio c’erano gli stupratori, forse non ancora gli assassini, era tutto da chiarire. Il giovane sotto torchio descriveva ogni particolare: chi dei suoi amici aveva colpito l’uomo e chi aveva violentato la donna, ma lui era li ed impaurito si era nascosto ma aveva visto, non era credibile ma ormai era fatta la strada era quella giusta. Venivano sentiti gli altri e messi l’uno contro l’altro, fornivano ognuno di loro dei dettagli sulla condotta, quindi sentitisi traditi confessavano ogni cosa e come immaginato il primo testimone era stato proprio colui che aveva dato il colpo di grazia. La vittima riconosceva i 3 che l’avevano violentata, poi sequestrata e poi ancora violentata ma non sa chi è l’assassino, a quello ci hanno pensato loro stessi rendendo testimonianza. Si tirava un sospiro di sollievo, il branco di criminali era stato tutto catturato, la paura diminuiva perché avrebbero potuto uccidere e violentare ancora, proprio approfittando dell’omertà che vige nelle campagne ed in culture sottosviluppate. Il Pubblico ministero Monica Monego informata di tutto si precipitava in Commissariato a Vittoria per interrogare, alla presenza degli avvocati, questi criminali reo confessi che confermavano quanto dichiarato alla Polizia di Stato ed aggiungendo altri particolari agghiaccianti. Dopo l’interrogatorio sono stati tutti sottoposti a fermo di indiziato di delitto e condotti in carcere dagli stessi investigatori della Squadra mobile di Ragusa, del Servizio centrale operativo e del Commissariato di Vittoria, che da giorni stavano lavorando al caso, uno dei più gravi fatti reato di sempre per il territorio ibleo.

Stralcio confessioni: “Eravamo ubriachi, ci avevano fatto andare via dalla discoteca perché molestavamo le donne presenti e non volevano risse, appena fuori dal locale uno di noi ha proposto di divertirci un po’ con la donna rumena che era uscita poco prima con il compagno che era ubriaco pure lui. X. ha preso una spranga staccandola dalla recinzione, io ho tirato giù per terra l’uomo e lui lo ha colpito, gli altri Y e Z hanno subito azzittito la donna spogliandola e iniziando a violentarla. Li no passava nessuno ma l’uomo era ancora vicino alla strada quindi in due lo abbiamo trascinato, ho sentito che respirava ancora quindi ho preso la spranga e l’ho colpito più volte, non ricordo quante, in testa. Poi sono andato dagli altri che stavano violentando la donna che li implorava di non ucciderla perché aveva figli in Romania e sono fuggito per paura. Noi tre Y., Z., D. volevamo ancora violentarla ma siamo andati via da li perché eravamo troppo a vista e poteva venire qualcuno a prendersi la donna, volevamo essere solo noi. Siamo andati in un altro posto distante qualche chilometro, la donna era scalza e nuda quindi ogni tanto la prendevamo in braccio. Appena vicino una serra abbandonata abbiamo nuovamente abusato della signora, non ricordo quante volte ma facevamo a turno, uno teneva sempre la spranga e la minacciava così da non farla urlare. Non tutti noi abbiamo raggiunto l’orgasmo, eravamo ubriachi quindi non ricordo chi e dove se dentro o sui vestiti di lei. Appena ha iniziato a fare luce per paura arrivasse qualcuno l’abbiamo lasciata li e siamo andati via. Non so perché lo abbiamo fatto, credo perché ubriachi, insomma così tanto per…”.

I soggetti: La vittima dell’omicidio rumeno di anni 38 era in Italia da un anno circa ed in Provincia di Ragusa da meno di un mese. Di professione bracciante agricolo era privo di pregiudizi penali o di Polizia. Insieme alla compagna erano usciti per la prima volta da quando a Vittoria per festeggiare il suo compleanno. La donna anch’essa rumena di anni 53, priva di precedenti penali o di Polizia era a Ragusa con il compagno per lavorare in campagna. Quella sera era uscita per festeggiare il compleanno del marito avvenuto qualche giorno prima. Gli autori del reato sono tutti tunisini in regola con le normative sugli stranieri, erano in Italia da qualche anno e tutti lavoravano presso aziende agricole come braccianti. Nessuno di loro ha pregiudizi penali o di Polizia. Due vivevano qui a Ragusa con la famiglia, gli altri due da soli.

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