Si facevano “spaccare” braccia e gambe per truffare assicurazioni: inchiesta nata dopo morte di un tunisino (ft e video)

Redazione

Apertura

Si facevano “spaccare” braccia e gambe per truffare assicurazioni: inchiesta nata dopo morte di un tunisino (ft e video)

di Redazione
Pubblicato il Ago 8, 2018
Si facevano “spaccare” braccia e gambe per truffare assicurazioni: inchiesta nata dopo morte di un tunisino (ft e video)

La Polizia di Stato ha eseguito il provvedimento di fermo di indiziato di delitto disposto dalla Procura della Repubblica di Palermo nei confronti di 11 persone ritenute responsabili di avere preso parte a due organizzazione criminali distinte, ma collegate, dedite a frodi assicurative quanto mai cruente, realizzate attraverso la mutilazione degli arti di “vittime compiacenti”.

Le indagini hanno portato alla luce un sistema strutturato di frodi, che metteva in scena finti incidenti stradali in cui figuravano come parti lese soggetti, per lo più di giovane età, reclutati dagli odierni fermati adescandoli tra disoccupati al limite della povertà, tossicodipendenti, persone affette da problemi di alcolismo e ritardi psichici.

La prospettiva illusoria di intascare lauti risarcimenti aveva facile presa su soggetti disperati e indigenti, che acconsentivano a subire lesioni di particolare gravità, illusi dalla promessa che il risarcimento assicurativo sarebbe stato enorme, tanto più consistente quanto più grave sarebbe stata la mutilazione e la frattura cui si sottoponevano.

Alle “vittime compiacenti”, una volta reclutate, venivano fratturate le ossa delle braccia e delle gambe, spesso tramite dischi di ghisa da 20 kg, del tipo di quelli utilizzati nelle palestre, impiegati come strumenti contundenti, che venivano scagliati sugli arti da fratturare in modo da provocarne la rottura. A volte, alle “vittime” venivano praticate da soggetti inesperti iniezioni di anestetico, procurate da una dei complici, infermiera presso l’ospedale “Civico” di Palermo.

L’infermiera arrestata, Antonia Conte

Una volta fratturate le braccia e/o le gambe del malcapitato, l’organizzazione, che si avvaleva di diverse compiacenze, provvedeva a mettere in scena il finto sinistro stradale ingaggiando falsi testimoni e recuperando i veicoli falsamente coinvolti. Una volta inscenato l’incidente, venivano avviate le pratiche assicurative, che potevano valere importi variabili tra i 100 e i 150 mila euro per singola pratica.

Le indagini, condotte dalla Squadra Mobile di Palermo e coordinate dalla locale Procura della Repubblica, hanno smascherato il sistema di frodi, ormai collaudato, facendo luce inoltre sulla morte di un cittadino tunisino, Yakoub Hadry, trovato morto per strada lo scorso 9 gennaio 2017, a prima vista vittima di un incidente stradale. Le anomalie riscontrate su quel sinistro mortale inducevano ad investigare e gli inquirenti accertavano che quel tunisino, che presentava fratture multiple della tibia e del perone,  era deceduto non perché coinvolto in un incidente stradale ma a causa delle lesioni patite che gli erano state procurate altrove, prima di essere abbandonato sul manto stradale.

Le responsabilità dell’omicidio del tunisino, che rimaneva ucciso nel corso della “messa in scena” del sinistro, vengono ascritte ad alcuni dei fermati, chiamati a rispondere di quella frode e delle sue letali conseguenze.

Questi i fermati: Giuseppe Burrafato, di Termini Imerese, 27 anni, Michele Caltabellotta, 45 anni di Palermo, Antonia Conte, 51 anni di Palermo, Michele Di Lorenzo, 36 anni di Palermo, Francesco Faja, 37 anni di Palermo, Isidoro Faja, 35 anni di Palermo, Salvatore La Piana, 49 anni di Palermo, Francesco Mocciaro, 50 anni di Palermo, Giuseppe Portanova, 41 anni di Palermo. Antonino Santoro, 47 anni di Palermo, Massimiliano Vultaggio, 48 anni, di Palermo. Un altro indagato è ricercato.

 

 

Le immagini dell”intercettazioni

 


Dal Web


Copyright © anno 2017 - Edizioni Grandangolo - Via Mazzini, 177 -
Numero telefonico: 351 533 9611- 92100 Agrigento - Codice Issn: 2499-8907 -
Iscrizione R.O.C.: 22361 - Registrazione al Tribunale di Agrigento n. 264/04