Tradotta la lettera di Satana, fu dettata a una suora di Palma, è custodita nella Cattedrale di Agrigento

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Tradotta la lettera di Satana, fu dettata a una suora di Palma, è custodita nella Cattedrale di Agrigento

di Redazione
Pubblicato il Set 6, 2017
Tradotta la lettera di Satana, fu dettata a una suora di Palma, è custodita nella Cattedrale di Agrigento

E’ stata tradotta da un gruppo di studiosi, fisici e informatici di Catania, la lettera che sarebbe stata dettata, mentre era nel Monastero di Clausura di Palma di Montechiaro,l’ 11 agosto 1676, a Suor Maria Crocifissa della Concezione, al secolo Isabella Tomasi, da Satana in persona. La donna venne trovata seduta a terra nella sua cella, «mezza faccia sinistra imbrattata di nero inchiostro», il respiro affannoso, il calamaio sulle ginocchia, un foglio tra le mani scritto in un alfabeto incomprensibile. Una lettera, racconta la suora alle consorelle, dettatale da Satana al termine di una lotta estenuante con un gruppo di demoni.
Ebbene a lettera sarebbe stata tradotta. «C’è di tutto là dentro – dice Daniele Abate, 49 anni, responsabile del team e direttore del Ludum – droga, prostituzione, pedofilia, e anche programmi utilizzati dall’intelligence per decifrare messaggi segreti, come quello che abbiamo usato noi. Quelle undici righe, che ricordano a prima vista un po’ il greco classico e un po’ l’alfabeto cirillico, raccontano infatti qualcosa. Non del tutto coerente, non del tutto comprensibile, ma certo relazionata con Dio e con Belzebù: «Forse ormai certo Stige», si legge nella lettera, e Stige è uno dei cinque fiumi degli Inferi secondo la mitologia greca e romana. E poi ancora: «Poiché Dio Cristo Zoroastro seguono le vie antiche e sarte cucite dagli uomini, Ohimé». E infine: «Un Dio che sento liberare i mortali».
Quelle 14 righe misteriose (custodite nel monastero di Palma di Montechiaro, ma una copia sta nell’archivio della Cattedrale di Agrigento) sono tutto ciò di quel che resta della lotta con Belzebù. C’erano altri due messaggi dei demoni, ma la suora non li scrisse e li portò con sé nella tomba. «Non mi domandate di questo per carità – disse alle consorelle – che non posso in verun modo dirlo, e nemmeno occorre dirlo io, che verrà tempo che il tutto udirete e vedrete».


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