Agrigento

Tranquilli: non c’è più la Sicilia di una volta, ma solo nel Caffè letterario di Agrigento

Approda al Caffè letterario “Sulla strada della legalità” il libro di Gaetano Savatteri “No c’è più la Sicilia di una volta”. 

Titolo tranchant e sembrerebbe saggisticamente definitivo e per molti anche provocatorio.

Il pubblico che affollava il benemerito Caffè letterario promosso dalla Questura di Agrigento, sulla sua terrazza a mare di San Leone, ha applaudito gli interventi di Savatteri. Il luogo è diventato ormai una sorta di topos letterario che ci conferma come ancora si possano allargare gli orizzonti e premere il pedale sulle diverse opinioni senza portare in giro come fosse la vara di San Calò gli scrittori che di volta in volta vengono proposti.  Uno scrittore può anche sbagliare, la sua testimonianza letteraria (più arduo vagliare la testimonianza di vita) può anche tracimare in conflitti  che la “letteratura come vita” demanda e impone. E al lettore e fruitore non rimane altro che la libertà di “prendere o lasciare”.

Proprio per questo un caffe letterario come quello della Questura dove sono passati libri scritti anche con inchiostro rosso sangue oltre che con la biro o a matita, dovrebbe ancora maggiormente collocarsi su una linea di netta demarcazione dai caffè paludati come si usa e offrire maggiori interrogativi e magari risposte definitive ma sempre attenti ovviamente alla contingenze di una storia che spesso ci sovrasta e si fa beffe di noi.

Aboliti quindi i subappalti di presentazioni dove la verità dell’amico è sempre da prendere con le pinze, il libro di Savatteri potrebbe costituire un punto di non ritorno fin dal suo incipit che lascia (a seconda dei gusti) compiaciuti, interdetti o dannatamente schifati.

L’esordio del libro savatteriano appare comunque clamoroso: “Non ne posso più di Verga, di Pirandello, di Tomasi di Lampedusa, di Sciascia. Non ne posso più di vinti; di uno, nessuno e centomila; di gattopardi; di uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà. E sono stanco di Godfather, prima e seconda parte, di Sedotta e abbandonata, di Divorzio all’italiana, di marescialli sudati e baroni in lino bianco. Non ne posso più della Sicilia. Non quella reale, ché ancora mi piace percorrerla con la stessa frenesia che afferrava Vincenzo Consolo ad ogni suo ritorno. Non ne posso più della Sicilia immaginaria, costruita e ricostruita dai libri, dai film, dalla fotografia in bianco e nero. Oggi c’è una Sicilia diversa. Basta solo raccontarla”. 

Già, e chi glielo dice adesso a Gaetano Armao che nell’ultima intervista di qualche giorno fa pubblicata da Grandangolo alla domanda se ha già pronto il discorso su un Parlamento siciliano che non si riunisce o non vuole riunirsi, sbotta fuori dai denti: ”Quella è attività criminale non politica. Bisogna fare l’elenco e portarlo in Procura”.

E chi glielo dice a Sebastiano Lo Monaco che esordisce al “Premio Pirandello con il vituperato “Pupo io, pupo lei, pupi tutti”.

E al vituperato Mazzarò di Verga, ai ricorrenti e attualissimi vicerè derobertiani, al don Fabrizio Salina che prevedeva l’avvento di iene e sciacalli, a Leonardo Sciascia di cui lo stesso  Savatteri si era fatto irrorare di luce regalpetrina durante la presentazione, giorno prima, del suo libro al Tempio di Giunone?

E chi glielo dice alla Strada degli scrittori visto che “non si può continuare a raccontare la Sicilia con strumenti letterari vecchi, usandoli come guida turistica. È vero che grandi scrittori hanno raccontato l’animo umano ma non possiamo pensare che girando per la Sicilia col Gattopardo sotto il braccio dobbiamo incontrare ogni passo i suoi personaggi. Quel tipo di profilo non esiste più. Ve ne sono altri, forse migliori o peggiori. Io ho tentato di raccontare che c’è una Sicilia letteraria, cinematografica, artistica, imprenditoriale che si muove, partendo dal 1992, anno delle stragi, in cui qualcosa è cambiata. Da allora sono passati 25 anni, un tempo sufficiente per creare una nuova immagine della Sicilia”.

E di Agrigento che ne facciamo visto che Savatteri cita il Pippo Fava della “Catania è colei che corrompe, Palermo è colei che si fa corrompere. Catania corre per andare a vedere le cose, Palermo sta quieta in attesa che le cose le passino dinnanzi. Catania è nera, Palermo è bianca. Catania è popolare, Palermo nobile”.

Già, e perché mai l’Ordine dei Giornalisti a proposito di una certa editoria catanese ha proposto “una revisione degli ultimi cinquant’anni di giornalismo siciliano”? 

E chi lo dice a quell’Agrigento delle “menti raffinatissime” di cui riferiva un mese fa un procuratore antimafia in una intervista a Grandangolo?

Niente “Godfather” nell’Agrigento città “termale” dei latitanti  e assediata da un quadrilatero di “paesi canaglia Favara, Palma, Porto Empedocle e Canicattì”?

Nel libro non mi pare ci siano tracce evidenti descrivendo la grande imprenditoria nascente (e ci crediamo) sull’applicazione o meno dello schiavismo dei voucher, delle assunzioni a tempo più o meno indeterminato, delle sue implicazioni fiscali, del come si diventa ricchi.

La cronaca di ogni giorno ci dice che siamo ancora senza prevenzione dai terremoti tanto da far apparire comica l’uscita  degli “architetti del Mediterraneo” che prevede mirabilie catastrofiche per il centro storico agrigentino. E delle mirabilie dell’abusivismo, delle ipocrisie che prima promettono di sostenere il sindaco di Licata e poi lo abbandonano?

Senza contare i condoni, gli slogan elettorali e il pietismo vario.

Per capirci qualcosa sui cambiamenti siculi che certo ci sono lapalissianamente, quante centinaia di “caffè sospesi” (come dicono a Napoli) ci vorrebbero?

Letterariamente sospesi e amari.

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