Villaseta, Agrigento, Italia, 2012: vergogna! (fotogallery di Diego Romeo)


















Villaseta, accanto alla quale è sorto il pachiderma complementare di Agrigento franata, si trova veramente nel cuore della contrada Caos, in seno alla quale sorge la casa natale di Luigi Pirandello. Da un lato quindi un gentile nome che richiama seriche finezze; dall’altro un termine pregno di caligine e di disordine, precreativo e diluviano. Al centro, invece, sta una realtà, una specie di arca, una vecchia carcassa, un nucleo di circa qualche migliaio di anime che, pur vivendo alla periferia di Agrigento, sono così distanti dalle più elementari condizioni del vivere civile, di quanto non lo fosse Agrigento – che è quanto dire — dal più ideale capoluogo della Repubblica. Gli anni passano e la descrizione può essere riproposta con in più tutte le allarmanti prospettive che si vanno accumulando negli anni. Spentasi la dinamica della cronaca sul terremoto e la frana, Villaseta va incontro all’analisi della storia. Un’analisi che contempla fenomeni degenerativi in atto e da attribuire a torpore culturale, a pigrizia decisionale ed operativo-politica. La periferia è cresciuta con ritmi e modi estremamente umili e standardizzati al suo interno ed è mancata la riproposta (in termini di risposta alle esigenze attuali di vita associata), di una struttura urbana e di tipologie edilizie legate a diversi modi di vita. Adesso ci si accorge che non c’è correlazione tra esistenza e spazio architettonico inteso come concretizzazione fisica dello spazio esistenziale, per questo si ha l’impressione che il villasetano stia pagando lo scotto di questo mutamento « spaziale » e quindi di vita. Ed è risaputo che soltanto « per via di umanità» è possibile discernere i modi di intervento per realizzare spazi che servano e nobilitano al di sopra di ogni separazione di uomini, per categorie o classi sociali, dando valore alla convivenza e al rapporto con gli oggetti e l’ambiente. Ma a tutt’oggi si è lontani da questa « via di umanità » se è vero come è vero che un vecchietto, abitante a Villaseta dal 1899, rispondendo agli alunni di una quarta elementare per il giornalino della locale scuola « a tempo pieno », precisa che nonostante quei tempi fossero « tempi di miseria in cui si lavorava molto e si mangiava poco », preferisce la «Villaseta del passato perché tutti eravamo come una famiglia e ci volevamo bene». Sicché parafrasando il celebre dialogo tra il principe di Salina e Chevally, il villasetano d’oggi potrebbe benissimo affermare che « questa violenza del paesaggio, questa tensione continua di ogni aspetto, queste soluzioni architettoniche magnifiche ma incomprensibili perché non edificate da noi; tutte queste amministrazioni comunali, sbarcate da chissà dove, subito servite e presto detestate che si sono espresse soltanto con i concreti esattori di clientele; tutte queste cose hanno formato il carattere nostro che così rimane condizionato dal fatale decentramento oltre che da una terrificante insularità d’animo». Villaseta doveva essere il quartiere modello, ma, distanza di anni, vediamo che non esiste, anzi è l’occasione per far emergere violentemente tutti i mali di cui soffre la città di Agrigento». Villaseta, oggi, è uno dei tanti quartieri periferici che caratterizza una città comunque scarsamente vivibile – come testimoniano le graduatorie stilate da una famosa testata giornalistica nazionale. Quartiere periferico afflitto da problemi, alcuni dei quali identici a quelli degli altri e dovuti al decentramento insediativo, nei quali però si rilevano delle caratteristiche proprie, singolari. L’”abbandono”, sovente denunciato dai media locali, qui rappresenta il paradigma della più “scorretta” gestione del bene pubblico, tanto denunciata da Zambuto ma così poco “curata” dalla sua amministrazione, ultima di altre precedenti che si sono totalmente disinteressate né hanno voluto risolvere i problemi di Villaseta. “Un suo predecessore,-ci dice Edmondo Infantino che abita nella frazione- mi pare Piazza, ebbe l’idea geniale di farla diventare “la città dello sport”, promettendo il completamento di strutture sportive, mai avvenuto purtroppo , come se una piscina o un campo di rugby (ripromesso recentemente da Zambuto in una risposta data al parroco di Monserrato) potessero risanare ben altri e più gravi problemi di vivibilità che affliggono il quartiere. Uno dei tanti: l’occupazione di suolo pubblico per installare vasche di contenimento idrico. E’ noto che l’intera città soffre di questo anacronistico ed esecrabile disservizio comunale che ha finito per decorare in modo meraviglioso lo skyline cittadino con migliaia e migliaia di serbatoi multicolori “appollaiati” su grattacieli della città, skyline che si può apprezzare mirabilmente dai più importanti templi della Collina sacra. Ebbene, in questa periferia cittadina, cioè Villaseta, i cittadini esasperati hanno cercato di tamponare – certo a modo loro, in molti casi abusivamente ma perché abbandonati dalle istituzioni comunali – i ritardi e le irregolarità del servizio idrico, dislocando cisterne nelle immediate vicinanze degli alloggi, quasi tutti di edilizia popolare”. Tale fenomeno è avvenuto nel corso di decenni, ma non è stato “mai” tempestivamente bloccato dalle istituzioni comunali (per precisi obblighi di legge). Due anni fa, a seguito di “denunce anonime” una squadra di vigili ha rilevato a tappeto tutti i fenomeni abusivi di occupazione di suolo pubblico e ha proceduto alle relative contravvenzioni.
“Di fronte a tale operazione-prosegue Infantino- sorge un legittimo interrogativo. Il controllo del territorio in questa città si fa soltanto a seguito di una segnalazione anonima oppure dovrebbe esser – almeno dal 1985 – una prassi costante, regolare, dunque ben altro che eccezionale? E analogamente ci si interroga se il controllo o la verifica dello stato di manutenzione di strade o di strutture collettive (come ad esempio il fatiscente “centro commerciale” di via Fosse Ardeatine) debba avvenire dopo che un cittadino si ferisce per colpa di un ferro di armatura, esploso dalla lastra di pavimentazione del marciapiede del medesimo centro!= La “corretta gestione del bene pubblico” – tanto declamata dal sindaco - non deve mirare ad azzerare i problemi sul nascere? La “corretta gestione del bene pubblico” non deve mirare ad correggere l’impianto di un quartiere urbano (Villaseta), definito da studiosi un vero e proprio “fallimento urbanistico”. Le amministrazioni comunali in questi ultimi quarant’anni non hanno mai voluto risolvere la situazione di “marginalità” e di “incompletezza” che caratterizzano il quartiere di Villaseta, i cui abitanti sono stati considerati dall’inizio cittadini di serie W o Z sia dalle amministrazioni statali che hanno promosso l’edificazione del quartiere che dalle amministrazioni comunali che dovevano gestire il “neo quartiere”. “Marginalità”, perché si è creato un quartiere ex-novo su principi razionalistici (nel senso urbanistico) molto distanti dalla concezione locale della civitas. Un esempio: il quartiere è costituito da un insieme architettonico eterogeneo (edificato in un lungo lasso temporale) che non ha tenuto conto in alcun modo del “quotidiano” agrigentino, lontano mille miglia da quella percezione urbana che gli abitanti di Santa Croce o del Rabato hanno codificato nel proprio sangue. Una “razionalità” edilizia – imposta in modo arrogante (perché trattava le vittime della frane come cittadini di quarto mondo ) ha vilipeso, offeso il senso civico di gente, povera sì ma onesta, corretta, rispettosa, costringendola a vivere uno “spazio” non proprio. Sotto questo aspetto la crescita della comunità può ancora migliorare se saranno discusse e analizzate le vicende riguardanti i rapporti umani, le situazioni acute di disagio tra le persone, i momenti di estrema tensione. Poiché solo attraverso la mobilitazione concreta dei cittadini attuantesi nelle assemblee si crea un servizio di solidarietà; e in quest’opera di aggregazione Villaseta può riuscire a frenare quel processo inevitabile di disgregazione sociale che opera nei rapporti tra le varie generazioni. E’ questa una crisi che coinvolge vecchi e giovani, genitori e figli: i primi temono di contare sempre meno, i secondi di non contare ancora; si creano cos’i attriti su posizioni di potere che creano ruoli prestabiliti. Probabilmente i villasetani, oggi e ancor più domani, impareranno a proprie spese che per ricomporre un tessuto sociale disgregato e per offrire una concreta possibilità di alternativa ad un falso modello di sviluppo della persona, dovranno accettare e capire certi episodi di violenza recentemente accaduti. Perché altrimenti si correrà il grosso rischio che il circolo vitale che unisce la società e la scuola, contribuisca ad aumentare l’area delle discriminazioni sociali.








FATTI NON PAROLE!!!!!
AH AH AH
Ottima analisi, ma purtroppo non serviràa nulla
ci pensa lo zio Zamby, lui è il migliore
è dal 1970 che ci abito, nulla è cambiato , tutto è peggiorato
Parole che lasciano segni nel cuore, un cuore, quello degli Agrigentini (la cui coscienza è sveglia) che sanguina da anni, senza tregua per le ferite della illegalità, dell’abuso lesivo, umiliante, impoverente indignitoso dai palazzi di governo. Una società civile nei fatti offesa e denigrata dalle istituzioni contro il cui menefreghismo ed indolenza si è levato ormai da tempo un grido corale di sdegno e di riprovazione. Fosse anche solo quello della “minoranza silenziosa” che sogna un giorno di diventare “grande” per dare una svolta definitiva a questa Città. E’ sufficiente aprire nel Web il sito o la pagina di uno dei tanti gruppi o blog di opinione presenti, per rendersi conto del malanimo, della scontentezza e della riprovazione per i nostri diritti calpestati, il senso del dovere umiliato nel suo valore e disconosciuto per opportunità e convenienza, per lo stato di degrado in cui versa la nostra comunità, il nostro territorio la nostra Città amata nel mondo eppure, una Città alla quale gli amministratori hanno detto di non progredire, dalle cui case hanno mandato via i figli migliori, le cui bellezze hanno permesso divenissero macerie e polvere. Hanno messo un punto, un punto di non ritorno che quella minoranza silenziosa non vuole, avendo scelto di girare pagina, di scrivere un nuovo capitolo, di ricominciare da capo avendo in conto di presentare il saldo a loro che non pagano quanto noi le conseguenze a seguito delle loro nefandezze. Agrigento è l’ultima Città d’Italia? A parere mio lo è per la sua classe dirigente e tutte le amministrazioni che da 50 anni si sono succedute a palazzo dei giganti, forse impropriamente chiamato tale in quanto meta di soli nani della politica.
Vogliamo parlare di fontanelle?