Realtà e finzione: gli ultimi anni di Pirandello (80 anni dalla morte)

Gaetano Cellura

Realtà e finzione: gli ultimi anni di Pirandello (80 anni dalla morte)
| Pubblicato il giovedì 08 Dicembre 2016

Realtà e finzione: gli ultimi anni di Pirandello (80 anni dalla morte)

di Gaetano Cellura
Pubblicato il Dic 8, 2016

Luigi Pirandello, foto in una delle stanze della casa natale

Luigi Pirandello, foto in una delle stanze della casa natale

Marta Abba recitava a Broadway quel 10 dicembre di ottant’anni fa. E quando le dissero della morte del Maestro interruppe lo spettacolo per darne, affranta, la notizia al pubblico.

Si sa quanto importanti, nell’arte, siano stati l’uno per l’altra. A un certo punto pareva proprio che Pirandello scrivesse le sue opere teatrali in funzione di Marta che doveva interpretarle. S’erano conosciuti al teatro Odescalchi di Roma nel 1925; e da quel momento la giovane venticinquenne diventò la “figlia d’arte” del drammaturgo agrigentino, l’attrice cui riusciva facile quello che per gli altri interpreti del teatro pirandelliano era difficile.

Si scrivevano e si raccontavano tutto. Soprattutto Pirandello le raccontava i suoi drammi personali: il segno che vita e opera erano per lui la stessa cosa. Cinquant’anni fa Marta Abba ha deciso di rendere pubblico questo carteggio donandone le 560 lettere all’università di Princeton. E ne è venuto fuori l’uomo amaro, ironico e triste da altri amici conosciuto e dai lettori della sua opera immaginato: l’uomo Pirandello.

Mai abbandonato dal pensiero della sua terra lontana. Le sue lettere seguono l’attrice ovunque. E una le arriva a Palermo. “Seguiterai il tuo giro in Sicilia? Se ti venisse di toccar per qualche giorno Girgenti, salutami il pino del Caos e la vecchia bicocca dove son nato. Forse non li rivedrò mai più!”

Lì, al Caos, Luigi Pirandello era nato. E pare che otto mesi dopo la nascita, come riportano i suoi biografi, sia stato protagonista d’un fatto prodigioso. Vi fu un’eclissi di luna che incredibilmente gli rimase impressa. “Ti ricordi, mamma, – le chiese il piccolo Luigi non appena raggiunta l’età del giudizio – quando accendeste il lume di giorno?”

Donna Caterina, che a Girgenti aveva cucito il primo tricolore dopo lo sbarco dei Mille, fece qualche conto e rimase basita. Lei sì che ricordava. Ed era normale. Ma quell’oscurità improvvisa come poteva essere rimasta nel ricordo del figlio di soli otto mesi?

Cose di un bimbo con un futuro da Premio Nobel per la letteratura. Che gli viene consegnato a Stoccolma il 10 dicembre del 1934. Meritato, indubbiamente. Per il successo nel teatro soprattutto. Pirandello viene festeggiato a Stoccolma e acclamato il giorno prima alla Farnesina dai colleghi dell’Accademia d’Italia. Ma meno di un anno dopo, il 13 ottobre del 1935, al ritorno da un viaggio in America, sbarcato a Napoli dal transatlantico Conte di Savoia, dal volto dello scrittore sono già scomparsi il sorriso e i segni della gioia per l’ancora recente riconoscimento mondiale. Che nessuno allora si sognava di rifiutare, come succede adesso.

È stanco, malato e mostra più dei suoi sessantotto anni. L’avventura americana non era stata un successo e Pirandello sembrava aver perso perfino la sua grande passione per il teatro. E benché sei anni prima avesse scritto sul Corriere della Sera che “in America la vita è dei vivi” mentre “in Europa la vita soffre del troppo consistere delle sue vecchie forme”, benché queste parole, tornava visibilmente deluso e sempre più tormentato dalla dedizione senile per Marta Abba.

Sono tutte tappe – di gioia, delusioni e stanchezza – d’avvicinamento alla morte, che arriva per lui due anni dopo la consegna del Premio, e nello stesso giorno: il 10 dicembre una polmonite se lo porta via.

In realtà, amarezza e delusioni – come ci ricorda proprio Marta Abba nella prefazione alla ristampa di L’uomo segreto, la biografia di Pirandello scritta da Vittore Nardelli – erano sopraggiunte prima, a partire dal 1928. Pirandello, che aveva cominciato a scrivere I giganti della montagna, vedeva peggiorate in Italia le condizioni del teatro e della cultura in generale. Non solo, ma soprattutto l’affliggevano le gelosie e gli odi “sleali” che gli si erano scatenati contro a causa dei suoi successi mondiali. Gelosie e odi che non risparmiarono neppure Marta Abba, sua interprete prediletta. Cose che accadono quando si diventa grandi. O meglio, per dirla pirandellianamente, Quando si è qualcuno. Altro segno di come vita e opera, finzione e realtà in lui coincidevano. Sempre.

Dal 1928 al giorno della morte nel 1936, nonostante il Premio Nobel ricevuto, Pirandello vedeva intorno a sé, come Nietzsche prima di lui, solo povertà e decadenza spirituale, la crisi della civiltà e dell’arte europea, sempre più imbarbarita.

Dedicò l’ultima notte della vita all’opera I giganti della montagna, rimasta purtroppo incompiuta. Diceva Pitoëff: “Il teatro era in lui, egli era il teatro”.

Sino alla fine.

di Gaetano Cellura
Pubblicato il Dic 8, 2016


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