Agrigento

Agrigento: in scena al Teatro Pirandello ”Tutti liberi e uguali”

“Tutti liberi” cantavano i “Subsonica” nel 1999.

E sicuramente Pietro Grasso l’avrà ascoltato quel testo emozionale e furibondo, proprio nel 99 quand’era in procinto di assumere la guida della Procura palermitana: “Mani in alto fuori di qua non resteremo più prigionieri ma evaderemo come Steve Mc Queen o come il grande Clint in fuga da Alcatraz. Senza trattare niente con chi ha già fissato il prezzo al mercato nei nostri sogni e dentro ai nostri giorni e per la nostra vita  Liberi tutti liberi tutti liberi. Dai virus della mediocrità dai dogmi e dalle televisioni dalle bugie, dai debiti, da gerarchie, dagli obblighi e dai pulpiti squagliamocela. Nei vuoti d’aria della realtà tracciamo traiettorie migliori lasciando le galere senza più passare dalla cassa  Liberi tutti liberi tutti liberi”.

E “Tutti liberi” si intitola il libro da cui è tratto questo “Dopo il silenzio”,  diventato durissimo testo teatrale adattato da Francesco Niccolini e Margherita Rubino (Sebastiano Lo Monaco l’ha presentata al pubblico agrigentino) che si avvampa di momenti da tragedia greca al cui risultato offre molto di suo Sebastiano Lo Monaco insieme a Elisabetta Pozzi che qui ad Agrigento ha sostituito Mariangela D’Abbraccio. Ma la vera sorpresa è Turi Moricca siciliano di Siracusa che si destreggia fra i due grandi attori con consumata perizia. Forse molto più obbediente ai consigli di Lo Monaco che di Alessio Pizzech, il regista che firma  lo spettacolo in maniera autorevole e sobria quanto basta  nell’allestimento.

Teatro, Tutti liberi e uguali
Teatro, Tutti liberi e uguali
Teatro, Tutti liberi e uguali
Teatro, Tutti liberi e uguali
Teatro, Tutti liberi e uguali
Teatro, Tutti liberi e uguali

Pietro Grasso continua dunque a scrivere come dovere e necessità dopo “Per non morire di mafia” che abbiamo visto anni fa ad Agrigento e sempre con Lo Monaco, mentore ufficiale dell’ex Presidente del Senato, oggi leader di “Liberi e uguali”.

La mafia, esplicita Grasso, non è  solo un fenomeno criminale, ma un sistema sociale e culturale ben radicato, che sembra offrire a chi ne fa parte protezione, aiuto economico e senso di appartenenza. Per questo,  Pietro Grasso, dedicando il saggio  a un suo nipote, mette in guardia i giovani privi di prospettive di impiego e le persone abbandonate dalle istituzioni, per le quali a volte è più facile stare dalla parte della mafia piuttosto che contro.

Ecco allora che la lezione di Grasso sulla  legalità aiuta a stare dalla parte giusta senza se e senza ma.

Una lezione di stile che coinvolge passato e presente  per la costruzione di un futuro senza retorica, rispettoso dei colleghi  eroi che si è trovato al suo fianco e che hanno testimoniato con la loro vita. I Falcone,  i Borsellino, i Livatino  non sono branditi come una clava  da Grasso,  come oggi spesso si fa con  Leonardo Sciascia (come si è visto qualche giorno fa a Racalmuto da parte di un assessore regionale) tirandolo per i capelli in questioni univoche e opportunistiche. Quello di Grasso è un percorso didattico della sua vita di trincea dedicato a “tutti i ragazzi animati dalla speranza di realizzare le loro idee, i loro desideri, i loro sogni e di rendere il mondo più libero”.  Un percorso per scoprire dall’interno i rituali di affiliazione, i ritratti, le regole, la vita quotidiana, i meccanismi di governo, i delitti, le connivenze di Cosa Nostra, il futuro e le nuove capitali dell’impero malavitoso.

Per scoprire quale è stata, come si è sviluppata e rafforzata nel tempo, la risposta dello Stato, raccontando le storie dei tanti uomini che hanno sfidato la mafia, in particolare di quelli che per combatterla hanno perso la vita.

Pietro Grasso  con questi saggi,  sembra voler proseguire e rafforzare l’idea di Giovanni Falcone che aveva intenzione di tenere lezioni di legalità in un programma televisivo.  Poi ci fu Capaci, ma oggi c’è Grasso che  prosegue con le sue storie, l’attualità , i ricordi personali, gli aneddoti. Il pubblico pare abbia gradito lo spettacolo  che nel finale esibisce  una musica in crescendo  da “allonsanfan” e un coro che grida  “rivolta morale”.

Testo e foto di Diego Romeo