“Protesi al pene pagate con i soldi pubblici”, bufera sull’ospedale: 5 medici indagati per associazione a delinquere
Nel “mirino” della Procura di Agrigento sono finiti oltre 100 casi di installazione di protesi al pene, eseguiti negli ultimi 5 anni, a pazienti che in realtà non avrebbero avuto i requisiti tali da beneficiare di un intervento a carico del sistema sanitario nazionale
Le ipotesi di reato contestate, sebbene ci si trovi in una fase preliminare e dunque di necessaria cautela, al momento sono pesantissime: associazione a delinquere, peculato e falso commesso dal pubblico ufficiale. Un vero e proprio terremoto giudiziario si abbatte sull’ospedale San Giovanni di Dio dove cinque medici sono stati iscritti nel registro degli indagati. Due reparti e tre primari (uno in realtà è stato licenziato con una battaglia legale ancora aperta ndr) coinvolti nell’attività investigativa. Nel “mirino” della Procura di Agrigento sono finiti oltre cento casi di installazione di protesi al pene, eseguiti negli ultimi cinque anni, a pazienti che in realtà – secondo gli inquirenti – non avrebbero avuto i requisiti tali da poter beneficiare di un intervento pagato con i soldi pubblici, dunque a carico del sistema sanitario nazionale, e quindi gratis. Questi presidi, infatti, non sono compresi nei Lea (Livelli essenziali assistenza) e dunque nella stragrande maggioranza dei casi la spesa non è coperta dal Sistema sanitario nazionale. Una sola protesi – secondo alcune stime e in base alla tipologia – può costare oltre 8 mila euro (senza considerare ulteriori spese). Per questo motivo in Italia (dove è in atto una battaglia per un’inclusione nei Lea ndr) vengono concessi col contagocce e particolari categorie (ad esempio i pazienti oncologici ndr).
Sebbene ci si trovi in una fase preliminare (con tutte le dovute cautele del caso a tutela degli indagati ndr), le indagini proseguono e il pm Alessia Battaglia – che coordina l’inchiesta – ha chiesto una proroga dell’attività investigativa. I fatti che vengono contestati vanno dal 2018 fino alla fine del 2023 ma un vero punto di svolta si registra nel luglio 2025 quando i carabinieri del Nas di Palermo perquisiscono alcuni reparti dell’ospedale di Agrigento e sequestrano 112 cartelle cliniche relative a pazienti che si erano sottoposti ad intervento (3 nel 2018, 7 nel 2019, 8 nel 2020, 9 nel 2021, 22 nel 2022, 44 nel 2023 e 19 nel 2024 ndr). Le protesi peniene, infatti, sono coperte dal sistema sanitario nazionale soltanto in alcuni particolari casi. Questo vuol dire che molto spesso l’intervento è a carico del paziente e non della sanità pubblica.
La Procura di Agrigento, invece, ipotizza che al San Giovanni di Dio sia avvenuto proprio il contrario con un conseguente danno economico non indifferente. Era stata la stessa Asp di Agrigento, dopo le prime segnalazioni, a volerci vedere chiaro e avviare degli accertamenti alla luce anche del gran numero di pazienti provenienti fuori dalla Sicilia. Le attività, peraltro, venivano sponsorizzate anche sui social. Anche l’Assessorato regionale alla Salute aveva disposto delle ispezioni sul caso. Adesso, però, è intervenuta la Procura di Agrigento che sta indagando per accertare eventuali responsabilità.




