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L’inchiesta sull’Università di Palermo, ecco chi sono gli agrigentini indagati 

Per un imprenditore di Canicattì è stato rigettato l’arresto. Indagate anche una ricercatrice di Sciacca e un’assegnista di ricerca di Agrigento

Pubblicato 25 minuti fa

Per un imprenditore di Canicattì era stata chiesta la custodia cautelare in carcere mentre per una ricercatrice di Sciacca – invece – la misura interdittiva della sospensione dal lavoro. Indagata a piede libero, senza alcuna richiesta, un’assegnista di ricerca di Agrigento. Ci sono anche tre agrigentini tra gli indagati nell’inchiesta sull’Università di Palermo che ipotizza una truffa all’Unione Europea in cui sono coinvolti professori, imprenditori e ricercatori. Un ruolo certamente di primo piano nell’attività di indagine lo ha avuto Antonio Fabbrizio, 59 anni, di Canicattì, amministratore e titolare di fatto della associazione Progetto Giovani e della associazione Più Servizi Sicilia. I pm Gery Ferara e Amelia Luise avevano chiesto nei suoi confronti la custodia in carcere ma il gip l’ha respinta. Fabbrizio è indagato per truffa aggravata, turbata libertà di procedimento e soprattutto corruzione.

Per gli inquirenti avrebbe offerto denaro e utilità (quali contratti di collaborazione al figlio e al nipote) al professor Vincenzo Arizza, direttore del dipartimento di Scienze e Tecnologie biologiche, chimiche e farmaceutiche dell’Università di Palermo e responsabile scientifico dei progetti di ricerca Bythos e Smiling per ottenere i servizi previsti dal progetto europeo. L’indagine avrebbe svelato che nell’ambito del programma di scientifico Bythos, finanziato con fondi Ue, venivano rendicontati costi relativi ad attività di ricerca dei docenti e all’ acquisto di attrezzature scientifiche in realtà mai sostenuti. L’inchiesta è nata dalle dichiarazioni di due ricercatori che hanno fatto nomi e cognomi di professori che, pur pagati per lavorare al progetto Bythos, non avrebbero mai realmente contribuito alla ricerca. Lo scopo sarebbe stato far risultare costi mai sostenuti per gonfiare le spese e di conseguenza aumentare il contributo percepito dall’Ue.

Nella lista degli indagati compare anche la ricercatrice universitaria Manuela Mauro, 35 anni, originaria di Palermo ma residente a Sciacca. I pm avevano chiesto nei suoi confronti la misura della sospensione dal lavoro (anche questa rigettata). La ricercatrice è indagata per truffa aggravata e turbata libertà nel procedimento amministrativo. Secondo i pm il professore Arizza avrebbe “confezionato su misura” il possesso di requisiti per l’affidamento di un incarico per la “valutazione dello stato dell’arte sulle molecole bioattive di origine naturale e loro applicazioni biotecnologiche” determinando così l’incarico in favore della Mauro. La terza indagata agrigentina è Daniela Carbone, 33 anni, di Agrigento, assegnista di ricerca presso il Dipartimento Scienze e Tecnologie Biologiche, Chimiche e Farmaceutiche dell’Università degli Studi di Palermo. Anche lei è indagata per truffa aggravata ma nei suoi confronti la procura europea non ha chiesto alcuna misura. Per i pm, in concorso ad altri soggetti, avrebbe “predisposto documentazione al fine di trarre in inganno i predetti ispettori sulla veridicità delle forniture effettuate dalla Bioimmun S.r.l. e dalla Gesan Com S.r.l.”

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