Agrigento

Valle dei Templi, archeologici contro il Telamone

Boom di visite per il Telamone ma di certo non sono mancate le critiche

Pubblicato 2 mesi fa

Destinato a ‘sorreggere’ il grandioso tempio di Zeus, travolto dalle critiche di archeologi, paesaggisti e numerosi cittadini comuni: c’e’ chi arriva a ipotizzare perfino l’abuso edilizio in piena Valle dei Tempi tra coloro che si scagliano contro il telamone messo in piedi giovedi’ scorso al termine di un’operazione cominciata quattro anni fa e che sembra aver consolidato le perplessita’ di chi gia’ le manifestava nell’anno del lockdown contro un progetto di sapore “disneyano”.

“E’ ricomposto da pezzi sparsi di telamoni diversi, un Telamone-Frankenstein e non e’ Mel Brooks”, sentenzia su Facebook in un commento a un post dello storico del paesaggio Giuseppe Barbera un’autorita’ della materia come Caterina Greco, direttrice di quel Museo Salinas di Palermo che al proprio interno custodisce preziosi e rari reperti della presenza greca in Sicilia e della Bellezza da essi seminata. Per Greco, che il prossimo aprile lascera’ la guida del Salinas, si e’ trattato di un’operazione fatta “in barba a ogni carta del restauro antica e attuale”. Proprio Barbera, docente di Colture arboree all’Universita’ di Palermo e curatore del recupero del Giardino della Kolymbethra della Valle dei Templi, ripercorre il Grand Tour che vide viaggiare alla fine del Setteccento e nell’Ottocento nell’Isola grandi intellettuali da tutta Europa.

In un saggio pubblicato diverso tempo fa con Michele Di Rosa per Meridiana ‘prendono la parola’, tra gli altri, Friedrich Munter, Johann Heinrich Bartels, Johann Wolfgang von Goethe, Jean Houel. “E’ durante questo periodo e lungo tale percorso – scrivono Barbera e Di Rosa – che ‘nasce’ un paesaggio della Valle dei Templi, il cui valore, il cui essere oggi risorsa, viene dato proprio dall’essere, pur se simile ai paesaggi limitrofi, unico”. Viene svelata, incorniciata anche nell’iconografia, una “sintesi tra paesaggio archeologico e paesaggio agricolo, o meglio, un paesaggio agrario che ‘contiene’ l’emergenza architettonica”. “La Valle dei templi – ribadisce Barbera all’AGI – e’ un meraviglioso esempio di armonia tra storia cosi’ come si e’ manifestata, la natura come si manifesta e la percezione dei viaggiatori tra le rovine. Ed e’ un paesaggio che non ha pari al mondo. Con il Giardino della Kolymbethra si e’ andati in questa direzione, facendo quello che avrebbe fatto un agricoltore della Valle dei templi nella tradizione e recuperando il rapporto tra storia, natura e percezione”. “In fondo questo era gia’ stato fatto con il telamone disteso, e poi c’e’ quello al museo: perche’ realizzare questo manufatto cosi’ disarmonico?” chiede lo storico riferendosi al telamone calato nel cemento e incastrato in una struttura di acciaio. “No ci troviamo in una disteza in cui impiantare ottovolanti o giostre”, aggiunge Barbera, “siamo in un’isola cosi’ ricca di storia e cosi’ ricca di natura che e’ proprio in questo rapporto che bisogna giocare le nostre carte”.

Un telamone in piedi, d’altronde, gia’ esiste, ed e’ visibile al Museo archeologico regionale P. Griffo di Agrigento. Fu ricostruito anch’esso con frammenti di telamoni diversi rinvenuti tra le rovine. Fu ricomposto nel 1825 da Raffaello Politi per il Museo. Una copia fu realizzata dall’Opificio di Pietre Dure di Firenze e collocata tra le rovine del Tempio in occasione della apertura del Museo. “Il Telamone inaugurato giovedì scorso, spiega Giuseppe Castellana, ex direttore del Museo Griffo, alto quasi per dieci metri e costituisce impatto ambientale e archeologico tra l’altro mal realizzato con intrusioni per legare i diversi frammenti. Per collocarlo e’ stata necessaria realizzare una piattaforma in cemento e acciaio. Il costo e’ stato di 500 mila euro, una somma ingente che poteva servire per ripulire le tante zone archelogiche in stato di abbandono. Una operazione di vero e proprio marketing, e non certamente culturale.

La Valle dei Templi non e’ un Parco giochi e va tutelata da questi abusi”. “L’ho confrontato con quello al museo – gli risponde Serena Raffiota, archeologa e guida turistica regionale di Enna, che da anni si batte per la valorizzazione del arco archeologico di Morgantina ad Aidone – che e’ piu’ lungo. A questo mostro hanno tagliato le gambe all’altezza delle caviglie, sarebbe stato necessario allungarlo di un pezzo. E poi a me i suoi piedi ricordano due zoccoli olandesi…”.

Se e’ davvero la ricostruzione del telamone in piedi e’ un’operazione di marketing, forse e’ giustificabile con l’arrivo del 2025, quando Agrigento sara’ capitale della Cultura. “No – dice Tripodi –di questo progetti si parlava gia’ dal 2004. Ma io voglio comunque fare appello agli agrigentini: ‘telamone’ e’ nome comune di cosa, non nome proprio di persona; il telamone e’ un elemento architettonico che funge da sostegno della trabeazione. I telamoni del tempio di Zeus sono i vinti, rappresentano gli schiavi cartaginesi impiegati per costruire il tempio e costretti per l’eternita’ a sorreggere il peso della trabeazione. Insomma, nulla di eroico e nulla di cui vantarsi tanto da erigere quest’ultimo telamone a simbolo di una citta’ che si rialza. Godetevi il telamone del Museo – prosegue Tripodi – andate a visitarlo e studiarlo insieme alle tre splendide teste che li sono esposte, e poi andate al Tempio di Zeus a godervi le maestose rovine e viaggiate con l’immaginazione nell’antichita’, nel grande passato”.

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