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L’omicidio di Lorena Quaranta, c’è la data del processo di Appello 

In primo grado è stato condannato all'ergastolo l'infermiere calabrese Antonio De Pace

Pubblicato 12 mesi fa

Finalmente c’è una data. Si aprirà il prossimo 9 maggio il processo di Appello per il femminicidio di Lorena Quaranta, aspirante medico di Favara, uccisa la notte del 30 marzo 2020 in un appartamento di Furci Siculo, nel messinese. A firmare il decreto di citazione è il presidente della Corte di Assise di Appello di Messina Carmelo Blatti. Sei mesi fa si era concluso il giudizio di primo grado con la condanna all’ergastolo di Antonio De Pace, infermiere calabrese, fidanzato della giovane agrigentina con cui condivideva l’abitazione. 

Un verdetto su cui però incombe qualche incertezza. La difesa di De Pace, rappresentata dagli avvocati Salvatore Silvestro e Bruno Ganino, sostiene con forza nelle motivazioni di Appello l’invalidità del processo di primo grado poiché uno dei membri della Corte avrebbe superato la soglia dei 65 anni di età non potendo dunque far parte del collegio. Se ci fossero conferme in tal senso la sentenza di condanna potrebbe essere annullata e si dovrebbe celebrare un nuovo processo. La questione sarà tra le prime ad essere affrontate nell’udienza del 9 maggio. 

L’avvocato Giuseppe Barba, che invece rappresenta i familiari, aveva dichiarato: “Ogni processo ha la sua storia e ci sono indirizzi della dottrina e della giurisprudenza che ritengono assolutamente ammissibile come requisito quello del raggiungimento del sessantacinquesimo anno di età al momento della sottoscrizione del verbale di giuramento”.

Il femmicidio di Lorena Quaranta si consuma nella notte del 31 marzo 2020 all’interno di un appartamento di Furci Siculo, nel messinese, che i due giovani condividevano. E’ stato lo stesso De Pace, dopo aver strangolato Lorena, a chiamare i carabinieri al telefono: “Venite, ho ucciso la mia fidanzata”. Il movente non è mai stato del tutto chiaro. L’infermiere calabrese ha infatti sostenuto, almeno nelle prime fasi delle indagini, di avere ucciso la giovane fidanzata perché convinto di aver contratto il Covid-19 a causa sua. Una circostanza poco credibile e smentita immediatamente grazie ai successivi esami effettuati. 

La Procura di Messina, inoltre, ha contestato l’aggravante della premeditazione a De Pace sostenendo l’ipotesi che il delitto fosse stato ideato e pianificato in base al fatto di aver inviato alcuni messaggi ai parenti più stretti manifestando la volontà di trasferire i propri risparmi ai nipoti. Questa circostanza, però, è stata esclusa dai giudici della Corte di Assise di Messina. 

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