Giudiziaria

“Chi gli toglie il pane a mio nipote gli tolgo la vita”, 3 arresti per estorsione a Canicattì 

Operazione della Squadra mobile di Agrigento, 3 arresti per estorsione a Canicattì

Pubblicato 2 settimane fa



foto di Sandro Catanese

Gli agenti della Squadra mobile di Agrigento e del commissariato di Canicattì, guidati dal vicequestore Vincenzo Perta e dal commissario Gerlando Scimè, hanno eseguito questa mattina tre arresti per il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Si tratta di Antonio Maria, 74 anni; Antonio La Marca, 34 anni; Giovanni Turco, 24 anni. Il gip Walter Turturici ha disposto nei confronti dei tre indagati, tutti di Canicattì, la misura cautelare della custodia in carcere. L’inchiesta è coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo.

Tra gli episodi contestati anche una estorsione ai danni della proprietaria di un magazzino a Canicattì. Maira, paventando la sua appartenenza alla Stidda, avrebbe minacciato e costretto la signora a non affittare i suoi locali a soggetti che avevano intenzione di aprire una officina e che avrebbero potuto dunque creare concorrenza a La Marca, titolare della medesima attività commerciale. “Chi gli toglie il pane a mio nipote io gli tolgo la vita .. mi conosce a me? Sa chi sono io? Tuo figlio non ne deve affittare .. per soverchia..”

Le indagini condotte dalla Squadra Mobile di Agrigento e dal Commissariato di Canicattì sono iniziate ad Aprile dello scorso anno in seguito al danneggiamento seguìto da incendio che ha interessato la saracinesca di un magazzino nel territorio di Canicattì. Tra i protagonisti della vicenda Antonio Maira, personaggio noto alle forze dell’ordine. “L’uomo condannato per l’appartenenza alla stidda è stato coinvolto – si legge nel comunicato della Questura di Agrigento – nelle dinamiche operative di quella organizzazione mafiosa, impegnata tra la fine degli anni 80 ed i primi anni 90 nella cruenta guerra con cosa nostra: diversi collaboratori di giustizia lo hanno indicato come soggetto inserito nel gruppo stiddaro di Canicattì e, pertanto, era finito nel mirino della locale consorteria di cosa nostra che intendeva sopprimerlo. Tale sorte era toccata proprio a suo figlio, ucciso dal clan rivale nel corso della guerra di mafia. Le indagini si sono avvalse anche del contributo dichiarativo fornito dalla vittima e dai suoi congiunti che hanno raccontato alla Polizia di Stato la spedizione messa in atto con spregiudicatezza dai tre arrestati poche settimane prima del danneggiamento, opponendosi così al pervasivo sistema di controllo del territorio esercitato dalla compagine mafiosa in quella zona del territorio canicattinese.

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