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Feudo Arancio nel “mirino” del boss Leo Sutera: le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia

Giuseppe Castaldo

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Feudo Arancio nel “mirino” del boss Leo Sutera: le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia

Settanta milioni di euro tra vigneti, casolari e tenute: 4 indagati per riciclaggio aggravato. Le dichiarazioni dei pentiti Maurizio Di Gati e Calogero Rizzuto: “Spedizioni al nord per convincerli a mettersi a posto”.
Pubblicato il Mar 21, 2020
Feudo Arancio nel “mirino” del boss Leo Sutera: le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia

Un vero e proprio terremoto giudiziario si è abbattuto nella giornata di ieri sul gruppo Mezzacorona, un’azienda cooperativa del settore vitivinicolo con sede nella Pian Rotoliana in provincia di Trento con un fatturato che nel 2017 si aggirava intorno ai 200 milioni di euro. 

La Guardia di finanza di Trento ha eseguito un maxi sequestro dal valore di oltre 70 milioni di euro che riguarda il gruppo (di proprietà di Mezzacorona) Feudo Arancio con sede a Sambuca di Sicilia e Acate, in provincia di Ragusa. Il provvedimento è firmato dal gip di Trento Marco La Ganga su richiesta della Direzione distrettuale antimafia in stretto coordinamento con la Procura nazionale antimafia. Quattro gli indagati accusati di riciclaggio con l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra: si tratta dell’ex amministratore delegato del gruppo Mezzacorona, Fabio Rizzoli, 76 anni;  del presidente del Cda Luca Rigotti , 56 anni e dei gestori delle proprietà – un tempo appartenute ai cugini Nino (morto per cause naturali prima del maxi processo) e Ignazio Salvo (condannato in due gradi di giudizio e ucciso in agguato mafioso il 17 settembre 1992), potenti esattori siciliani accusati da Tommaso Buscetta di essere uomini d’onore – Gian Luigi Caradonna, 70 anni e  Giuseppe Maragioglio, 80 anni.  

Il Gip, nel provvedimento di sequestro, scrive:Gli indagati  hanno acquisito con denaro contante beni immobili in Sicilia pervenuti ai venditori attraverso il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso commesso dai propri danti causa”. 

E qui bisogna fare un passo indietro fino al 2001 quando il gruppo Mezzacorona, maggior produttore italiano di Teroldego Rotaliano, effettua una importante operazione finanziaria in Sicilia acquistando circa 225 ettari di terreno con annesse cantine a Sambuca, un tempo di proprietà dei cugini Salvo, entrambi arrestati dal giudice Giovanni Falcone dopo le rivelazioni di Tommaso Buscetta, che evidenziò i rapporti stretti con gli allora vertici di “Cosa nostra” Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate. La società sborsò (attraverso la controllata Silene srl) circa 6 milioni (13 miliardi di lire all’epoca) di euro ad Agro-Invest di Caradonna Gian Luigi (ritenuto vicino ai cugini Salvo) & c. Sas. 

Ignazio Salvo

Nasceva così la prima tenuta di Feudo Arancio. Una operazione che (ovviamente) fece gola a Cosa Nostra agrigentina e, in particolare, al boss Leo Sutera, alias “il professore”, considerato fedelissimo del superlatitante Matteo Messina Denaro, recentemente condannato a 18 anni di carcere in seguito all’ultimo arresto operato dalla Squadra Mobile di Agrigento guidata dal vicequestore Giovanni Minardi. 

L’arresto di Leo Sutera

Della vendita dei feudi a Mezzacorona parla anche l’ex capo di Cosa Nostra provinciale Maurizio Di Gati, oggi collaboratore di giustizia, in un interrogatorio reso davanti al Procuratore della Repubblica di Ragusa afferma: “I cugini Salvo avevano un grosso feudo a Sambuca di Sicilia che poi è stato acquistato da imprenditori del nord. A quel punto il feudo lo voleva gestire Leo Sutera. Gli imprenditori del nord non erano propensi ad avere contatti e quindi per convincerli sono state organizzate delle spedizioni al nord dove tutti questi imprenditori avevano interessi. Al termine di queste attività venni a sapere che vi fu un accordo nel senso che nell’amministrazione e nella produzione entrarono persone di fiducia di Leo Sutera e quindi anche mia. Dopo diversi contatti di uomini di Cosa Nostra con Leo Sutera si accordarono per fare assumere persone gradite a Sutera nell’ambito dell’azienda. Per poter realizzare questo fu necessario convincere gli imprenditori del nord attraverso delle azioni. Ho saputo che Leo Sutera ha organizzato delle spedizioni al nord per convincere gli imprenditori che stavano per acquistare attraverso una serie di danneggiamenti e che l’azienda doveva sottomettersi al volere ed alle esigenze dell’associazione. Queste informazioni le venni a sapere direttamente da Leo Sutera in quanto in quel momento ero capo provincia. L’obiettivo principale era quello di mettere almeno due persone di fiducia all’interno dell’azienda e il Sutera rassicurò in tal senso. Leo Sutera inserì un ragioniere e una persona che gestiva l’azienda più gli stagionali che lavoravano.  

In tal senso Maurizio Di Gati specifica ancora: “Il fatto che vi sia una presenza di soggetti di Castelvetrano nell’amministrazione e nel collegio sindacale della ditta acquirente costituiscono un classico elemento di “messa a posto”. Così la mafia prende i posti di lavoro, i soldi dei professionisti e l’azienda sta tranquilla e non ha problemi”. 

L’autorizzazione, come spiega Di Gati, arrivò anche da un soggetto molto più in alto nella gerarchia mafiosa: “Prima che Leo Sutera si muovesse dovette chiedere l’autorizzazione a Matteo Messina Denaro in quanto parte del fondo era in territorio di Trapani. Per quanto di sua conoscenza Messina Denaro disse che potevano muoversi ma che lui avrebbe voluto sapere l’esito dell’operazione. Ciò avvenne nel marzo-aprile del 2002, in riferimento alle conclusioni delle trattative con l’imprenditore, ma l’operazione fu avviata già nel 2001.

Maurizio Di Gati, il giorno dell’arresto

Un altro collaboratore di giustizia aveva già reso importanti dichiarazioni nell’ambito dell’interessamento di Cosa Nostra agrigentina sull’operazione che stava conducendo il gruppo Mezzacorona a Sambuca.  

Si tratta di Calogero Rizzuto, aliasCavigliuni, cugino del boss Leo Sutera, arrestato nel 2008 nell’ambito dell’operazione “Scatto matto” quale capo del mandamento di Sambuca di Sicilia

Qualche mese dopo decise di collaborare con la giustizia: “A Salemi mio cugino incontrava un certo Miceli di cui non so fornire altre indicazioni che forse sarei in grado di riconoscere in fotografia anche se l’ho visto solo due volte prima dell’arresto di mio cugino nel luglio 2002, circa sei – sette mesi prima che mio cugino avesse l’incidente. …omissis… L’incontro a Salemi riguardava il versamento di una somma pari a lire 250 milioni di lire da parte degli acquirenti della cantina dei Salvo in Misilbesi. …omissis… Ho capito, anche per le mezze parole di mio cugino, che la somma spettava a mio cugino Leo Sutera in quanto capo della famiglia mafiosa di Sambuca di Sicilia. …omissis… Ho poi avuto certezza del versamento della somma, anche se non so quantificare quanto di fatto sia stato versato, in quanto sia il Cicero Francesco che il Verde Audenzio poi si lamentarono con me che pur essendo stata versata detta somma, nessuno aveva tratto alcun vantaggio. …omissis… nel corso dell’appuntamento con Miceli mio cugino ha preso del denaro ma non so indicare quanto fu consegnato. …omissis…  un soggetto di Campobello di Mazara che ha una quota nella cantina e che in questo momento non so indicare, teneva i contatti tra Miceli di Salemi e gli acquirenti della cantina, Mezzacorona imprenditori del nord. …omissis…ritengo che mio cugino è arrivato al contatto con i soggetti di Campobello di Mazara tramite il Miceli che comandava la famiglia mafiosa a Salemi. …omissis… lo ho intuito che mio cugino andava a Salemi per la questione relativa alla cantina in quanto dopo essere andati a Salemi mio cugino ha mandato delle persone a lavorare nelle cantine ex Salvo tra cui tale Ventimiglia di Santa Margherita che possiede delle ruspe e che ha fatto dei lavori di sistemazione dei terreni. …omissis…Ho avuto la conferma del versamento della somma in quanto, dopo l’arresto di mio cugino, Verde Audenzio e Cicero Francesco si lamentarono con me chiedendo a me se io avessi notizia di dove fossero i soldi. I due si lamentarono anche a proposito della tangente versata per la realizzazione della strada che collega Sambuca e Santa Margherita Belice realizzata dai Cascio i quali avrebbero pagato 40 milioni di lire divisi poi in due parti uguali tra Leo Sutera e Pietro Campo. …omissis… Caloroso ha rifiutato l’incontro adducendo motivi personali; per cui io ho fissato un incontro tra Verde Audenzio, Cicero Francesco e Bono Carmelo durante il quale, come ho poi appreso, i tre decisero di farmi uomo d’onore. …omissis…A.D.R. In relazione alla cantina Mezzocorona ricordo che nacquero disguidi tra mio cugino Leo Sutera e Maggio Antonino (quello deceduto). In particolare i motivi del contrasto erano dovuti al fatto che tale Ventimiglia Banuzzo che fece i lavori (solchi per vigneti) non era di Sambuca e quindi sottraeva lavoro a me e a Maggio che già avevamo iniziato parte dei lavori. Addirittura il Ventimiglia venne a lavorare con due macchine mentre noi ne utilizzavamo una sola. Ventimiglia Banuzzo è il cognato del senatore Barrile. I fatti risalgono a prima dell’operazione Cupola.”

Calogero Rizzuto, alias “Cavigliuni”: boss pentito

Ma non solo Di Gati e Rizzuto hanno aiutato la giustizia. 

In precedenza sull’indagine concernente i terreni siti nei comuni di Acate e Sambuca appartenuti ai cugini Ignazio e Antonino Salvo, titolari della società Satris, che gestiva nell’isola la riscossione delle imposte, hanno fatto importanti rivelazioni, circa l’appartenenza mafiosa dei due cugini,  anche altri importanti collaboratori di giustizia, quali Francesco Marino Mannoia, Giovanni Brusca e Gioacchino Pennino.

Dopo la morte di entrambi i cugini, la proprietà della Finanziaria Immobiliare passò in successione ai congiunti loro eredi che poi, nel 1998, attraverso alcuni passaggi, trasferirono il ramo d’azienda costituito da tre realtà agricole site rispettivamente nei Comuni di Acate (Rg), Contrada Torrevecchia, e di Sambuca di Sicilia  (Ag), nonché nella Contrada Maroccia di Mazara del Vallo (Tp), per un prezzo complessivo di circa dieci milioni di lire, alla Agroinvest di Gian Luigi Caradonna, nipote di Salvo Antonino, e di Giuseppe Maragioglio quest’ultimo, secondo gli investigatori, uomo di fiducia dei Salvo. I terreni verranno poi rivenduti, al prezzo di oltre tredici miliardi di lire, (13.000.000.000 di lire uno e circa 21.000.000 di lire l’altro) al Gruppo Mezzacorona.

Nella realtà i beni dei cugini Salvo, dopo la loro morte, vennero principalmente gestiti dai due generi di Antonino Salvo, Giuseppe Favuzza e Gaetano “Tani” Sangiorgi i quali, attraverso varie operazioni societarie trasmisero la proprietà formale del patrimonio di famiglia a Caradonna e Maragioglio

Di Favuzza e Sangiorgi parlano due collaboratori di giustizia Gioacchino La Barbera (uno dei testimoni chiave  nel  processo  contro  gli  assassini  del  giudice antimafia Giovanni Falcone nonchè colui che diede materialmente il segnale per far partire l’attentato) e Vincenzo Sinacori (il quale ha tra l’altro confessato di essere stato nel gruppo di fuoco che eliminò Vito Lipari: “sono stato nel gruppo di fuoco che uccise Vito Lipari, con Matteo Messina Denaro presente”) che sostengono che Favuzza, dopo la morte violenta di Ignazio Salvo, era stato prescelto quale gestore materiale del complesso dei beni dei cugini Salvo e che lo stesso ebbe a manifestare forti timori per la sua incolumità personale e chiese una sorta di salvacondotto a “Cosa nostra“. Sarebbero stati proprio lo stesso La Barbera, Messina Denaro, Brusca, Gioè, Scaduto e Sangiorgi, nel corso di alcune riunioni, a rassicurare Favuzza sulla circostanza che “Cosa nostra” accettava che lo stesso potesse mantenere la titolarità dei beni dei cugini Salvo, purchè ne lasciasse la reale gestione all’altro cognato Gaetano Sangiorgi, soggetto organico a detta associazione mafiosa.

Altro vertice di Cosa nostra e ora collaboratore, Giovanni Brusca, definisce Caradonna ”persona di fiducia di Nino Salvo, l ‘amministratore e la mente di Nino” aggiungendo che “dopo l ‘omicidio di Ignazio Salvo comandano Caradonna, il detto Antonino Salvo (nipote di Nino, dentista) e Tani Sangiorgi … che Caradonna era specializzato per riciclare i soldi …che ai livelli dei Salvo tutte le ricchezze si era studiato come tutelarle da sequestri e confische”.

Lo stesso Giovanni Brusca al maxiprocesso di Palermo ha riferito “di aver conosciuto i cugini Antonino e Ignazio Salvo come “uomini d’onore” della famiglia di Salemi, del  “mandamento” di Mazara del  Vallo, precisando che entrambi i Salvo erano direttamente “a disposizione” di Salvatore Riina”. 

Giovanni Brusca ha aggiunto “di aver svolto – con particolare assiduità nel 1982 – il ruolo di emissario di fiducia tra Riina e i Salvo, organizzando anche appuntamenti a richiesta dell’uno o degli altri; inoltre, allorquando i Salvo avevano urgente necessità di contattarlo per ottenere un appuntamento con Riina, utilizzavano propri uomini di fiducia: Paolo Rabito, Gianluigi Caradonna (nipote di Antonino Salvo) e Giuseppe Maragioglio (uomo di fiducia e prestanome di Antonino Salvo)” .

Proprio nel periodo in cui la gestione dei fondi di Acate e Sambuca è nelle mani di Favuzza e Sangiorgi, attraverso il nipote Caradonna ed il prestanome Maragioglio, avviene la vendita degli stessi al Gruppo Mezzacorona.

Infatti, il 16.2.2001, Rizzoli e Caradonna stipulano il contratto di cessione di azienda da Agro Invest S.a.s. (di cui era accomandatario Caradonna) a Silene S.r.l. (società del gruppo Mezzacorona, che era stata costituita all’uopo  tre mesi prima, il 14.11.2000); il corrispettivo era già stato onorato nei giorni precedenti: il 2. 2.2001, veniva emesso a favore di Agro Invest S.a.s. assegno bancario tratto sul conto corrente della Cassa rurale di Mezzocorona, portante la somma di lire 8.964.000.000, mentre ulteriori 2 assegni, tratti sullo stesso conto corrente, erano emessi il 16.2.200 1’uno dell’importo di lire 4.000.000.000, l’altro dell’importo di lire 36.000.000. Di  tale denaro “pulito” proveniente dalla Cassa rurale di Mezzocorona, si perderanno le tracce immediatamente dopo il loro pagamento.

Una seconda analoga operazione ha luogo a distanza di poco più di due anni: il 14.5.2003 Villa Albius S.r.l. (società del gruppo Mezzacorona, costituita circa due mesi, prima, 1’11.3.2003) acquista da G. & G. s. s. (di cui sono soci unici Caradonna e Maragioglio) 32.67.69 ettari di terreno agricolo comprensivo di costruzioni rurali, corrispondendo   alla  società  venditrice,  tramite  2  bonifici  bancari,   le  somme  di 2.146.000 euro e di 130.000 euro. Il successivo 9.6.2003 Villa Albius S.r.l. acquista dalla Agro-Invest S.A.S. (di cui era accomandatario Caradonna) un ulteriore terreno agricolo corrispondendo alla società venditrice, un primo impirto, tramite assegno bancario, di 378.276 euro ed un secondo importo, tramite bonifico bancario, di 18.000.000 euro.

Per effetto di questi tre bonifici, un assegno e due contratti, pertanto, Caradonna e Maragioglio ricevono quasi 21.000.000 di euro in contanti, denaro “pulito” proveniente concretamente dalle banche fiduciarie del gruppo Mezzacorona (la Cassa rurale di Rovereto, la Cassa di risparmio di Bolzano e la Banca di Trento e Bolzano) di cui, anche qui, si perdono le tracce immediatamente dopo il loro pagamento.

In tal modo  veniva realizzato lo scambio terreni-denaro tale da sottrarre i beni immobili a possibili (ma dato l’evolversi degli eventi sarebbe meglio dire “probabili” interventi dell’autorità giudiziaria) sostituendoli con denaro contante facilmente occultabile, ma ancor di più agevolmente a sua volta riciclabile, come in effetti è avvenuto.

In merito all’indagine della Guardia di finanza di Trento sulla cantina Feudo Arancio, il Gruppo Mezzacorona “respinge con forza gli addebiti e ribadisce la totale estraneita’ del Gruppo Mezzacorona a collegamenti e attività mafiose in Sicilia”. 

“Il Gruppo Mezzacorona – si legge in una nota – ha sempre agito correttamente e seriamente nel proprio impegno imprenditoriale a tutela dei propri soci, azionisti e collaboratori e ha la certezza di poter dimostrare la propria totale estraneità rispetto ai fatti contestati”. 

Il Gruppo Mezzacorona pertanto chiede “con la massima sollecitudine all’Autorità giudiziaria che sia fatta nel più breve tempo possibile chiarezza sulla vicenda a servizio e a tutela del reddito e del lavoro dei propri 1.600 soci, dei 480 azionisti e dei 500 collaboratori”.



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