Mafia

La mafia degli ultimi 50 anni: cambiamenti e nuove strategie

L'intervento del Procuratore generale di Cagliari, Luigi Patronaggio nel corso del convegno “La vita contro la morte, l’antropopsicologia mafiosa ieri e oggi”

Pubblicato 4 settimane fa

Luigi Patronaggio

Anni ’70, Palermo. Quando ero poco più che un adolescente, essendo cresciuto in uno dei quartieri a più alta densità mafiosa di Palermo, io, il volto della mafia, l’ho conosciuto e l’ho visto davvero. Ancora oggi, che di strada ne ho fatta, quei volti, quei gesti, quelle posture li riconosco a pelle, anche senza guardare le carte processuali. 
Ricordo che ogni mattina, i capi, gli uomini d’onore, quelli importanti, si riunivano in un angolo discreto del quartiere, vicino ad un camion carico di balle di fieno, e parlavano di “affari”. Attorno a loro, a bordo di veloci motociclette, giravano circospetti dei giovinastri che servivano per tenere lontani curiosi ed improbabili “sbirri” che si fossero addentrati nel quartiere-fortezza. Quei giovinastri erano quelli che poi di notte incendiavano le automobili o le saracinesche degli esercizi commerciali di coloro che non si piegavano a Cosa Nostra. 
Ricordo un episodio, sicuramente minore della storia criminale di Cosa Nostra, ma per me giovane studente liceale altamente significativo. Esisteva in una zona addentrata del quartiere una casupola in cattivo stato che in passato era stata abitata da una vecchia donna ottuagenaria. Alla morte dell’anziana donna, gli uomini di Cosa Nostra si impossessarono di quello che era poco più di un rudere per adibirlo a punto riservato di riunione. Successe che un distinto pensionato, non nativo del quartiere e ignorante delle relative regole di vita, decise di investire in quel rudere la sua buonauscita, acquistandolo dagli eredi di quella anziana donna ad un prezzo ritenuto oltre modo conveniente. Quel signore pensava di aver fatto un affare ma non tenne in debito conto i consigli di un pacato esercente della zona che lo sconsigliava dal fare “quell’ insignificante investimento”. Il signore non comprese il consiglio e dopo qualche tempo subì un furto e successivamente il danneggiamento della sua autovettura. Il signore continuò a non capire e utilizzò quel vecchio rudere, nel frattempo ristrutturato, come posteggio a pagamento per motoveicoli. Anch’io usufruì di quel comodo improvvisato garage nonostante un mio navigato prossimo parente, uomo che ben conosceva le dinamiche del quartiere, me lo avesse sconsigliato. Successe così che una notte il rudere trasformato in garage andò a fuoco con tutte le motociclette lì parcheggiate. Fu la rovina economica del povero pensionato che dovette risarcire i proprietari delle motociclette bruciate o danneggiate. 
Da lì a poco il pensionato abbandonò il rudere al suo destino che fu, dapprima trasformato in un magazzino, per diventare successivamente sede di una improbabile associazione sportiva. Ho sempre invero fondatamente ritenuto che fosse una base operativa di Cosa Nostra.

Il mito mafioso

Racconto l’episodio perché nella mentalità della gente del quartiere chi aveva sbagliato era il pensionato che, abbagliato dalla sete di un piccolo facile guadagno, non aveva rispettato i consigli che gli erano gentilmente arrivati e aveva disturbato quelle persone “per bene” del quartiere che quel rudere avevano utilizzato per fini sociali facendone il centro di una improbabile associazione sportiva. 
Questo per dire che quegli uomini di affari che ogni mattina si riunivano attorno ad un camion carico di balle di fieno, venivano considerati rispettabili, ragionevoli, non violenti e che tutte le quotidiane violenze che si perpetravano nel quartiere erano attribuite ad opera di giovinastri, a dei “cani sciolti”. Aggiungo che le mogli di quegli illustri uomini di affari erano tutte brave parrocchiane praticanti e che era consuetudine, nelle feste più importanti, che quegli uomini di affari partecipassero compiti alle funzioni religiose, rigorosamente in piedi in ultima fila. 
L’episodio sembra minore ma non lo è, perché quando una decina di anni dopo, entrato in DDA, mi occupai professionalmente di mafia, identificai quegli uomini di affari nei principali capi mafia della famiglia mafiosa della Noce, quella, per intenderci, che “stava nel cuore” di Totò Riina. 
In quegli anni poi nel quartiere non si vedeva alcuna pattuglia della polizia o dei carabinieri e tante volte i danneggiamenti e gli incendi non venivano neppure denunziati. 
C’è poi un episodio scolpito nella mia psiche infantile: all’età di 6/8 anni usavo giocare a calcio con degli amichetti di poco più grandi, figli di un allevatore di bovini, che possedeva una stalla con un ampio spazio davanti la fattoria che permetteva a noi bambini del quartiere infinite partite di calcio che terminavano solo quando calava il sole. Questi miei improvvisati compagni di gioco erano, per quanto umili, le persone più educate e compite che abbia conosciuto in quel disgraziato periferico quartiere. Or bene, tanti anni dopo, circa 20, quegli amici di gioco furono implicati in degli atroci omicidi perpetrati all’ interno di quella stalla con la benedizione niente poco di meno che di Totò Riina e di Raffaele Ganci. 

Questo era il volto della mafia degli anni ’80.
 Uomini d’affari rispettabili, famiglie decorose, mogli fedeli e religiose, ragazzini educati e compiti. I violenti erano tutti sotto il controllo dei capi mafia che li muovevano a loro piacimento come si fa con i cani da guardia: ora aizzandoli ora bastonandoli.

Venne il periodo delle stragi e la stagione del pentitismo e quelle famiglie mafiose furono disarticolate.

Ritorno oggi, in grande comprensibile anonimato in quel quartiere, e non ritrovo più quei compiti uomini d’onore ma volgari malavitosi, vestiti con abiti griffati, che continuano a fare i loro affari attorno a quel rudere oggi diventato un centro scommesse.
 Racconto ciò non per dare una immagine romantica della vecchia mafia, ieri come oggi sempre con le mani macchiate di sangue, ma per registrare un cambiamento antropologicamente significante.

Nella mente del killer



Anno 1993: ho la fortuna professionale di interrogare e di scambiare anche parole in libertà con alcuni dei più feroci killers di mafia, divenuti nel frattempo collaboratori di giustizia, gente di Brancaccio, dello Sperone, di Corso dei Mille, gente con 20-30 anche 50 omicidi ognuno sulle spalle. 
L’esperienza di quei colloqui è stata in parte riportate in una pubblicazione edita da Franco Angeli a cura di Girolamo Lo Verso. Quello che allora mi colpì erano le modalità con cui questi killers vivevano nel loro ambiente: erano dei “soldati”, apprezzati dai capi mafia, per le loro capacità criminali, per la loro omicida professionalità. In loro non c’era alcuna pietà per le vittime che venivano disprezzate senza neppure conoscerne le storie personali. Killers senza emozioni li ha ben definiti Girolamo Lo Verso. Si sentivano ben realizzati dalla stima che avevano di loro i capi mafia e del rispetto di cui godevano nel quartiere. Il denaro, di cui pure disponevano senza particolari problemi, non era il loro vero obiettivo, quanto il potere che esercitavano sulle persone e quello alone di rispetto di cui godevano. Si aggrappavano con solida e acritica fiducia nei valori tradizionali che i capi mafia trasmettevano loro fin da bambini.
La loro religiosità era un paravento folkloristico e le immagini sacre venivano usate come amuleti.
 In dei rari momenti di confidenza, seppur con reticenza e prudenza, ho ricevuto da quei feroci killers – forse sarebbe più corretto dire “battute in libertà” – accenni alla loro sessualità, vagheggiata e talvolta vissuta in modo predatorio, ma professata nel modo più tradizionale come buoni mariti e padri di famiglia.


Anni 2000
. Per ragioni professionali mi accosto alla mafia dell’agrigentino, del saccense e del menfitano. Anche qui riscontro la “sceneggiata” dell’esaltazione dei valori tradizionali di Cosa Nostra: famiglia, onore, rispetto, regole precise da seguire, disprezzo per la criminalità comune. Anche qui i giovani killers venivano allevati alla cieca obbedienza in cambio di una solida identità fatta di sicurezze e stime sociali.

Ricordo in particolare un killer, spietato e preciso, Alfonso Falzone da Realmonte, persona apparentemente mite ed equilibrata, un “signor nessuno” nel tessuto sociale empedoclino. Fisicamente non aveva neppure le “phisique du role”, aveva comunque deciso di essere qualcuno e di venire rispettato. Diventò così uno dei killers più affidabili della Cosa Nostra agrigentina, responsabile tra l’altro dell’omicidio del m.llo dei Cc. Giuliano Guazzelli. Il Falzone la sera cenava a casa della fidanzata, si intratteneva amorevolmente con i suoceri e, di ritorno da casa della fidanzata, commetteva i suoi chirurgici agguati mafiosi. 
Mi colpì, inoltre in quel tempo, il disprezzo e la ferocia con cui venne combattuta la lotta fra Cosa Nostra e i c.d. Stiddari, fra delinquenti comuni organizzati e l’élite di Cosa Nostra. Gli Stiddari aspiravano ad imitare i mafiosi di Cosa Nostra e questi ultimi li respingevano, non solo per motivi di controllo e governo del territorio, ma anche per un disprezzo sociale nei confronti di chi non era nato e cresciuto nei loro presunti valori. La Stidda poi non si faceva scrupolo ad usare bambini-killers di 15-16 anni, talvolta figli degli stessi capi banda, e ciò aveva destabilizzato l’organizzazione militare di Cosa Nostra che subì infatti delle perdite umane non indifferenti. 
L’omicidio Livatino, per esempio, è stata una tragica prova di forza fra Stiddari e Cosa Nostra. Quella guerra ha prodotto, infine, in poco più di 5 anni oltre 200 morti ammazzati.

Il controllo del territorio

Proprio per il disprezzo per la criminalità comune e per la volontà di controllo totale del territorio da parte di Cosa Nostra devo a questa organizzazione criminale involontariamente salva la mia vita. 
È una storia che non ho mai raccontato e che forse c’entra poco con il tema di oggi, ma mi piace brevemente raccontarla.
 Avevo fatto arrestare e condannare all’ergastolo, per un duplice omicidio di due giovani donne, un “malacarne” violento dello Sperone. Si trattava di un crimine orrendo, una delle due donne dopo essere stata costretta a subire violenza sessuale era stata uccisa e il suo corpo dato alle fiamme. Il condannato, che operava allo Sperone come rapinatore e ricettatore di auto e moto rubate e che era in possesso di un ricco arsenale, riuscì a fuggire durante una pausa della celebrazione del processo in Corte di Assise. Nel fuggire mi promise di farmela pagare e si diceva girasse pericolosamente per le strade di Palermo con un fucile a canne mozze all’interno della propria automobile. Senonché tempo dopo, interrogando un “pentito”, scopro che Cosa Nostra, stanca delle iniziative criminali del “nostro”, aveva deciso di ucciderlo. I killers di Cosa Nostra furono chirurgici nell’attirare il “malacarne” in un appuntamento e poi ucciderlo. Anche in quell’ occasione il “nostro” conservava in auto il suo fedele fucile a canne mozze con in testa il proposito omicidiario a miei danni e di quanti non si piegavano alla sua violenta volontà.


La vera forza della mafia

Una ulteriore notazione: sia l’élite di Cosa Nostra palermitana che quella agrigentina, oltre a coltivare i rapporti con la politica – ed in fondo qui sta la vera forza di Cosa Nostra – ha costantemente tentato di legittimarsi stringendo inconfessabili patti con la massoneria. 
Un collaboratore di giustizia agrigentino mi ha raccontato di avere incontrato Matteo Messina Denaro ad una riunione di una loggia massonica di Castelvetrano mentre si intratteneva a parlare di affari con imprenditori, ingegneri e medici. Il pentito in questione all’ epoca non fu creduto e tuttavia le indagini sviluppate dopo la cattura di Matteo Messina Denaro sembrano accreditare quanto riferito dal collaboratore in questione.

Lo stesso collaboratore di giustizia, ancora una volta non creduto, mi parlò poi di rapporti fra Cosa Nostra e servizi segreti “deviati” e delle coperture che questo segmento dello Stato aveva assicurato a Matteo Messina Denaro… ma questa è un’altra storia…

Anni 2012/2022: premetto di non avere mai interrogato Matteo Messina Denaro e di avere di lui l’immagine indiretta dei tanti processi celebrati in contumacia nei suoi confronti o nei confronti della vasta rete dei suoi fiancheggiatori. Quello che mi ha sempre colpito è la coesione esistente nel trapanese fra la società civile e Cosa Nostra. Gran parte della imprenditoria trapanese ha fondato le proprie fortune sfruttando la rendita di posizione assicurata loro da Matteo Messina Denaro. Distinti professionisti trapanesi hanno fatto brillanti carriere politiche grazie a MMD e agli appoggi politico/massonici. Un sistema finanziario e bancario, per lunghi anni corrotto, drogato da capitali mafiosi, ha permesso di ripulire ingenti somme di denaro all’estero.
 Dal punto di vista criminologico ho purtroppo potuto osservare che nel trapanese il mafioso non è mai stato avvertito come un delinquente, al più è stato percepito come un imprenditore disinvolto, un politico sveglio e capace. Il disvalore della morale mafiosa non è ancora, purtroppo, patrimonio comune della società civile come del resto attestato dai recenti arresti dei tanti professionisti vicini a MMD. 
Sotto altro aspetto, l’immagine rassicurante che di Cosa Nostra ha voluto dare MMD, abbandonando la strategia stragista dei corleonesi, dedicandosi prevalentemente alla cura degli affari (come pure gli aveva rimproverato Totò Riina dal carcere), ha ridotto la drammaticità delle scelte morali individuali che la stagione delle stragi aveva fatto insorgere nelle coscienze più sensibili ed esposte dei familiari degli uomini d’onore. 


Essere dentro o fuori

Dopo le stragi del ’92-’93, dopo la forte presa di coscienza della società civile, amici psicanalisti, mi hanno riferito di sedute di analisi in cui uomini e donne, la cui personalità si era formata sotto il rigido schema patriarcale totalizzante del dentro/fuori, della società chiusa/società aperta, della tradizione/innovazione, tiravano drammaticamente fuori le loro lacerazioni personali.

In questo processo di drammatica rottura con il passato le donne e le personalità più sensibili hanno pagato un prezzo altissimo in termini di dolorosa rivisitazione del proprio vissuto. 

Forse in questa drammatica stagione è da inserire la tragedia vissuta da Vincenzina Marchese, figlia di un boss mafioso di rango, sorella di uno spietato killer poi divenuto collaboratore di giustizia e soprattutto moglie del n. 2 dei “corleonesi” Leoluca Bagarella. La donna che, per un caso abbastanza ricorrente nelle statistiche sulla fertilità femminile, non riusciva a dare al suo legittimo sposo, ancorché storico latitante di Cosa Nostra, un erede possibilmente maschio, finì per suicidarsi stretta tra la vergogna di un fratello collaboratore di giustizia, valori arcaici tramandati dalla famiglia paterna e da quella acquisita e, forse, schiacciata anche per quello che avvertiva come una maledizione divina, il rapimento e l’uccisione del piccolo Di Matteo.  Io stesso ho assistito ad una delle poche occasioni in cui la macchina da guerra di MMD ha mostrato delle rare incrinature. Mi è infatti capitato di interrogare un imprenditore, stretto congiunto di MMD, che afflitto da un male incurabile, ha voluto rivedere la propria vita collaborando con l’A.G., cercando di riportate (riportare) i propri congiunti più intimi fuori dalla dittatura morale di MMD, spingendoli verso una attività imprenditoriale gestita legalmente in regime di libera concorrenza. Il prezzo pagato da questo imprenditore e dalla sua famiglia è stato peraltro altissimo in termini di isolamento personale e sociale. L’identità stessa di questa famiglia ha subito una profonda lacerazione fra la voglia di riscatto e la vergogna del tradimento familiare.

L’eredità di Matteo Messina Denaro

La forte personalità narcisista, egocentrica e manipolatoria di MMD ha permesso poi che lo stesso fosse vissuto come un capo carismatico e addirittura, per certi versi, come un eroe romantico.
Il comportamento della presunta amante di MMD e della figlia di questa – comportamenti inammissibili secondo le antiche regole di Cosa Nostra, con il legittimo marito e capo famiglia mafioso in carcere e sentimentalmente tradito dalla sua legittima donna e addirittura dalla propria stessa figlia! – trova spiegazione solo con l’indubbia capacità manipolatoria di MMD. A tal proposito risulta utile riportare quanto scritto dal GIP di Palermo nell’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti della presunta amante di MMD in ordine al loro speciale rapporto affettivo: “…tale adorazione non ha alcuna possibile spiegazione razionale e trova solo nella totale adesione allo spirito, gli ideali e i comportamenti di uno dei più feroci mafiosi conosciuti in territorio italiano”.

In una lettera sequestrata poi alla predetta presunta amante è dato leggere: “…in televisione c’è il Re Leone, mi sarebbe piaciuto vederlo con Depry (alias MMD) e ridere insieme alla frase io rido in faccia al pericolo e il pericolo è il mio mestiere. Mi manca tutto, anche guardare un film insieme”. 
Se solo penso al mio incontro con Tommaso Buscetta nei primi anni ‘90, il primo vero pentito di alto livello di Cosa Nostra, che sciorinava le regole di Cosa Nostra come fossero leggi scolpite nelle tavole sacre, mi rendo conto che forse con le nostre sofisticate analisi antropo-psichiche stiamo attribuendo troppa importanza all’ esistenza di un presunto pensiero mafioso laddove invece vige solo impostura, ipocrisia e falsità.

Il vero nodo critico insuperabile, allo stato, è tirare fuori dalla visione totalizzante perpetuata da Cosa Nostra quelle persone che riescono a intravedere una luce nuova dentro le ombre proiettate da quel pensiero, da quelle falsità e da quelle imposture di cui abbiamo parlato. 
Una operazione che deve svolgersi su due livelli: sociale e personale.

Sociale: proponendo un modello di stato-comunità credibile, solidale, fondato su regole di giustizia e libertà. 
Personale: aiutando tutti quelli che si rivolgono all’analisi, o anche solo al colloquio psicologico, a vedere oltre la tradizione totalizzante, a cercare la luce della libertà individuale, ad uscire dal cono d’ombra del pensiero mafioso per dirla utilizzando la terminologia cara a Jung. 
Ecco: vedere la propria ombra e aprirsi a quella luce e a quel profumo della libertà di cui parlava Paolo Borsellino. Questa, forse, è la strada.

Testo dell’intervento del Procuratore generale di Cagliari, Luigi Patronaggio esposto nel corso del convegno “La vita contro la morte, l’antropopsicologia mafiosa ieri e oggi” tenutosi a Palermo, Sala delle Bifore di Palazzo Sclafani. La foto di ACFB è stata pubblicata da www.antimafiaduemila.com

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