La generazione che si allontana da Agrigento

Diego Romeo

Agrigento

La generazione che si allontana da Agrigento

Intervista di Diego Romeo all’agrigentina Gloria Riggio
di Diego Romeo
Pubblicato il Feb 4, 2019
La generazione che si allontana da Agrigento

È trascorso più di un anno dalla pubblicazione del tuo primo libro di poesia “Il mirto e la rosa” edito con Edizioni La Gru di Roma. 

Allora avevi solo diciassette anni e ne discutemmo in una intervista su Grandangolo.  Adesso hai conseguito il diploma di maturità classica e sei una studentessa universitaria. Quali sono i tuoi progetti imminenti e futuri nel campo della poesia e non solo? 

“È vero, dalla pubblicazione del mio primo libro è trascorso del tempo ma portando con sé molte parole e nuova vita. “Il mirto e la rosa” nel suo costituire un principio rappresenta non solo la mia iniziazione al mondo dell’editoria ma anche il riflesso degli anni della fanciullezza nella composizione di testi che adesso mi appaiono acerbi. Ho invece da poco tempo terminato la creazione della mia seconda silloge poetica, di cui sto in questi mesi curando la pubblicazione. Essa – proiezione di un periodo in cui una crisi sotterranea si è fatta strada in modo capillare in molteplici aspetti di me e del mondo – ha preteso una maggiore fatica; la poesia ha pertanto svolto un ruolo maieutico su di me, e nella mia indagine sulla società. La mia ultima opera parla dunque, come suggerito dal titolo, di una “Stagione del dubbio” che si frantuma sugli altari della giovinezza i cui quesiti se non del tutto sciolti, vengono quanto meno leniti dai versi attraverso i quali sembrano descriversi o rispondersi. In essi, tendenzialmente ripiegati su sé stessi, spesso vive ciò che mi circonda: dallo scorrere del tempo fuori e attraverso me alle esistenze epigrammatiche degli altri uomini, dalle tematiche sociali della guerra, della violenza e della brutalità che talvolta siamo costretti a scorgere nella nostra epoca sino a giungere al crogiolo dolce e fatale degli amanti.Alcuni altri progetti non ancora giunti ad una definizione precisa riguardano invece la composizione di testi teatrali e di racconti o la stesura di articoli giornalistici”.

Hai dovuto lasciare Agrigento per i tuoi studi universitari. Come appare la città agli occhi di chi parte per sopperire alle sue mancanze? 

“Ho lasciato Agrigento in settembre per proseguire i miei studi umanistici presso Trento, dove frequento la Facoltà di Studi storici e filologico-letterari. Da lontano la città vive attraverso e dentro me in una inevitabile nostalgia di luoghi, affetti e costumi e nella costante narrazione della sua bellezza e del suo valore di cui io stessa sono fiera portavoce. Quando tuttavia la distanza si assottiglia e faccio ritorno presso Agrigento le strade e le vie ricolme di rifiuti, l’appiattimento quasi angosciante della vita culturale, e la stasi dentro cui vive cristallizzata tale situazione urlano una feroce desolazione. Lo sguardo di chi parte e lascia Agrigento si disabitua alla dilagante assuefazione all’incuria riguardo ai luoghi, alla sprovvedutezza dell’amministrazione, alla inaccettabile disattenzione che gli stessi agrigentini muovono verso la propria città e verso se stessi. Nella desertificante fuga di giovani cervelli, Agrigento dà in rapporto ai suoi figli un’immagine simile a quella di una riva che sulla battigia chiama a sé e poi allontana la sua acqua, in una danza svilente e romantica. La mia generazione si allontana da Agrigento con un dolore che si rigenera nella coscienza di aver fatto, per sé, la scelta migliore”. 

Trento ed Agrigento a confronto. Tra radici e proiezioni future, cosa delle rispettive città si riflette maggiormente su di te? 

“Trento è una città molto ben gestita e colma di servizi volti allo studente e al cittadino. Probabilmente in me rappresenta la proiezione di una solitudine accondiscesa e compiaciuta di sé. La metafora di una distanza divenuta negli anni della mia crescita, ontologica. In senso maggiormente pragmatico l’Università conferisce ai suoi laureandi un’ottima preparazione e una rapida immissione lavorativa e l’amministrazione rivolge una cura perniciosa ai bisogni degli abitanti. Il risvolto della medaglia è una assenza quasi totale di tradizione letteraria o artistica.  Al contrario Agrigento è culla da sempre di una tradizione artistico-letteraria straordinaria. Quasi a voler dire che coloro che vivono la città non si rassegnano ad uno sguardo inerte sulla realtà, ma la modificano attraverso l’arte, e il suo potere catartico e immortale. Penso che oggi la rivoluzione non risieda nei grandi gesti, ma possa attuarsi attraverso quelli silenti e in grado di compiere la differenza. E più nello specifico nel rispetto delle norme e dell’ambiente, nella preservazione del mare, nella valorizzazione dei luoghi storico-turistici, nella limpidezza verso la bellezza, in uno spostamento dell’asse di interesse politico-culturale che muova dal calmiere dei mediocri a quello degli onesti”. 

Agrigento ti dà molto dunque nonostante le sue faglie. Cosa pensi infine del clima politico-culturale in cui è immersa tutta la penisola? 

“Sì: Agrigento mi ha sempre nutrita attraverso la forza del converso, e un amore inenarrabile mi lega a questa città; nonostante lei, nonostante anche me. L’Italia attraversa un evidente momento di crisi. Nella sua etimologia greca, il termine crisi, dal verbo κρίνειν, vuol dire scegliere dunque esso contiene in sé un significato estensivo che si apre alle possibilità d’azione. Questo principio costituisce una grande presenza ispiratrice all’interno de “La stagione del dubbio”. Oggi l’Italia, meglio, gli italiani sono se non altro chiamati a scegliere e a mio parere, dovrebbero farlo in rapporto alla loro memoria di popolo e di civiltà. L’emergenza umanitaria che incombe sulle coste siciliane, e che ha tramutato il fondo del Mediterraneo in una gabbia d’anime richiede il lucido disinteresse della coscienza, l’apertura all’orizzonte di un’umanità non perduta ché se esiste un perdono per questi crimini contro la vita, il nostro mondo non lo riceverà. Trovo che la poesia in questo panorama apparentemente desolato costituisca uno spiraglio, un solco all’interno del quale depositare e coltivare l’attenzione ai valori indissolubili dell’anima e ancor di più della libertà”.  


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