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L’imprenditore favarese e le mazzette, il gip: “Professionalità e inclinazione a delinquere”

Per il giudice che ha disposto i domiciliari emerge una “professionalità delinquenziale” e una “potenzialità criminale”

Pubblicato 2 ore fa



“Emerge dalla ricostruzione dei fatti addebitati nell’imputazione cautelare la professionalità delinquenziale dell’inquisito, da cui si inferisce ragionevolmente l’elevato rischio, concreto e attuale, di reiterazione criminosa”. Lo scrive il gip Lorena Santacroce nel provvedimento con il quale ha disposto gli arresti domiciliari nei confronti di Diego “Dino” Caramazza, 45 anni, imprenditore edile di Favara, per il reato di corruzione. L’imprenditore è finito in manette con  l’accusa di aver pagato una tangente di 45 mila euro per l’affidamento diretto dei lavori della villa Garibaldi di Sommatino, per la perizia di variante e la promessa di ottenere anche i lavori del cimitero comunale. Insieme al favarese è stato arrestato anche il sindaco dimissionario del Comune nisseno Salvatore Letizia, al quale sono stati anche sequestrati 15 mila euro che – secondo l’impianto accusatorio – altro non sarebbero che la mazzetta ricevuta da Caramazza

COSA SCRIVE IL GIP NELL’ORDINANZA

“Le specifiche modalità e circostanze del fatto e la proclività a delinquere di Caramazza, desunta dalle concrete condotte delittuose perpetrate, dai precedenti penali annoverati e dall’attuale sottoesposizione ad ulteriori procedimenti penali per analoghe fattispecie, conducono a ritenere sussistente il pericolo concreto e attuale che lo stesso possa commettere altri reati della stessa specie. I fatti per i quali Caramazza è stato raggiunto da gravi indizi di colpevolezza risultano connotati da obiettiva gravità in concreto ed escrezione dell’inclinazione a delinquere dell’inquisito, considerato che lo stesso, operando al di fuori del contesto territoriale di provenienza (Agrigento), riusciva nell’intento di corrompere liberi professionisti, funzionari pubblici e politici del Comune di Sommatino e ad ottenere l’affidamento di alcuni lavori e la promessa di aggiudicazione di futuri appalti in cambio di denaro.” E ancora il gip scrive: “La potenzialità criminale dell’indagato emergeva vieppiù plasticamente dal racconto che Caramazza forniva della vicenda nel dialogo intercettato il 14.02.2025 nel corso del quale egli riferiva con compiacimento agli interlocutori di come avesse consegnato quello stesso giorno 15 mila euro al sindaco, mostrando così a quest’ultimo la capacità di rispondere con prontezza alle sue richieste. Sempre il giudice scrive nel provvedimento: “L’indagato evidenziava come fosse riuscito ad assicurarsi una posizione di monopolio nell’aggiudicazione degli appalti del Comune di Sommatino “agganciando” i soggetti che potevano essergli utili a tal fino, fino ad arrivare al primo cittadino, che era l’ultimo passaggio che gli mancava per portare a compimento la sua impresa. Infine il gip scrive: “Può affermarsi, alla luce di quanto precede, che la spregiudicatezza di Caramazza, desunta dalle azioni dell’indagato, risultava conclamata dalle sue stesse parole, va rimarcata altresì, a sostegno delle conclusioni, la stabilità e proiezione nel tempo della determinazione criminosa [..] Emerge dalla ricostruzione dei fatti addebitati nell’imputazione cautelare la professionalità delinquenziale dell’inquisito, da cui si inferisce ragionevolmente l’elevato rischio, concreto e attuale, di reiterazione criminosa”.

CHI È L’IMPRENDITORE CARAMAZZA: DA “APPALTI E MAZZETTE” ALL’INCHIESTA SULLA MOSELLA

In poco più di un anno le cronache giudiziarie lo pongono al centro di ben tre inchieste, due ad Agrigento e una Caltanissetta, su un giro di appalti pubblici “conquistati” a suon di mazzette. Nel maggio 2025 i poliziotti della Squadra mobile lo hanno arrestato con l’accusa di aver corrotto dei pubblici ufficiali; appena una settimana fa, invece, la Procura di Caltanissetta ne ha chiesto l’arresto con la stessa accusa per degli appalti al Comune di Sommatino. Oggi – sempre la Procura di Agrigento – lo mette al centro delle indagini sull’appalto, ritenuto “truccato”, della manutenzione straordinaria della strada in contrada Mosella. Il caso dell’imprenditore Diego “Dino” Caramazza (con le dovute garanzie in una fase che rimane tuttavia preliminare ndr) è la rappresentazione plastica di un metodo – quello delle tangenti – utilizzato come strumento per corrompere pubblici ufficiali e amministratori e garantirsi – senza particolari preoccupazioni – l’affidamento delle opere. Le due indagini, che a distanza di un anno l’una dall’altra hanno travolto Agrigento e Sommatino, hanno avuto il merito di portare alla luce (con le dovute garanzie in una fase che rimane tuttavia preliminare ndr) un inquietante “sistema”. Tanto l’inchiesta del procuratore della Città dei templi Giovanni Di Leo, quanto quella del collega e capo dei pm nisseni Salvatore De Luca, fotografano plasticamente quello che sembra essere un consolidato “metodo” – il ricorrere alle tangenti – piuttosto che un episodico caso isolato di soggetti beccati con le mani nella marmellata. Caramazza nel maggio dello scorso anno viene arrestato dalla Squadra mobile di Agrigento per corruzione nella stessa inchiesta in cui è indagato anche il deputato regionale Roberto Di Mauro. In casa della madre trovarono quasi 200 mila euro in contanti. I riscontri degli investigatori sull’utilizzo delle tangenti come metodo sbrigativo per ottenere i lavori sono stati però molteplici e importanti. Nell’aprile 2024 Caramazza venne pedinato e filmato dai poliziotti alla Rotonda Giunone mentre consegnava una mazzetta al super burocrate Sebastiano Alesci. Quest’ultimo venne fermato poco dopo ad un finto posto di blocco e nella sua Porsche gli agenti trovarono 35 mila euro in contanti suddivisi in mazzette da 10 mila euro ciascuna e una di 5 mila euro composta da banconote in tagli da 50 euro. Per gli inquirenti era parte di una maxi tangente di 135 mila euro che Caramazza aveva pagato per corrompere un dirigente del settore affari pubblico del Libero Consorzio di Trapani per i lavori di manutenzione straordinaria e ristrutturazione della viabilità della strada provinciale 19 “Salaparuta-Santa Margherita Belice” dal valore di oltre 2.3 milioni di euro.  A distanza di un anno Caramazza finisce di nuovo in manette, sempre con la stessa accusa, nell’indagine dei carabinieri di Caltanissetta. Secondo i pm nisseni l’imprenditore favarese avrebbe pagato una “bustarella” di 45 mila euro al sindaco di Sommatino, ad un dirigente comunale e al Rup per ottenere l’affidamento diretto dei lavori alla villa del paese e la promessa di rifare il cimitero. Un altro straordinario riscontro del pagamento di una mazzetta di 15 mila euro effettuata dall’imprenditore Caramazza al sindaco di Sommatino, Salvatore Letizia, viene registrato dalle microspie piazzate dalla Squadra mobile di Agrigento all’interno degli uffici della Edilroad, la ditta gestita dalla famiglia Caramazza. La Procura della Città dei templi indagava già sull’imprenditore nell’attività che sarebbe poi sfociata nell’inchiesta denominata “Appalti e mazzette” ma – mentre il favarese viene intercettato – emergono possibili reati della stessa natura commessi in provincia di Caltanissetta. I pm agrigentini trasmettono gli atti ai colleghi nisseni che, da tempo, avevano già messo sotto controllo il sindaco di Sommatino. L’incrocio dei dati delle due procure ha fatto emergere lo scenario venuto a galla in questi giorni. È il 14 febbraio 2025. Caramazza invia un vocale al primo cittadino: “Alle quattro e mezza ci possiamo vedere in cantiere, va bene? Che guardiamo sti marciapiedi..sta problematica.. che c’è così vediamo cosa.. andare avanti, va bene?”. Il sindaco Letizia lascia il cellulare ma l’ambientale, annotano i carabinieri, registra un rumore compatibile con della carta e con una busta. Quello che verosimilmente è accaduto lo si apprende grazie alle intercettazioni di Agrigento su Caramazza. L’imprenditore entra negli uffici della sua ditta e insieme alla sorella prepara una busta all’interno della quale metteva del denaro che veniva prelevato da un vano di una stanza: “Sii gli do questi a cinquecento?.. prendimi una pista dai.. una, due, tre, quattro e cinque.. Inchia picciò quel sindaco il buono è che aveva capito?.. Si martedì mi ha detto ne facciamo un’altra di novanta mila euro..”. Le telecamere piazzate davanti la sede della Edilraod riprendono l’imprenditore uscire con una busta di colore bianco per recarsi a Sommatino dove, ricostruiscono gli inquirenti, avviene la consegna della mazzetta. Lo stesso Caramazza, intercettato ancora una volta nel suo ufficio, commenta così: “Oggi sono andato dal sindaco.. capito? La..a Sommatino..eh che dovevo fare.. mi ha chiesto una cortesia..” La cortesia per gli investigatori è la bustarella. E ancora: “Mi ha mandato un messaggio (il sindaco ndr) e mi dice ce la fai questa sera che poi domani ho..” E poi: “Ma ormai non ce n’è più per nessuno, ora stiamo facendo il cimitero”. E infine: “Ormai decido io.. l’ultimo passaggio era il sindaco diretto.. mancava il sindaco ed è stato fatto ance..e completiamo..e Lillo che vuoi, già che è tarato già he ha tutti sti tutte cose lui fa..”. L’imprenditore Dino Caramazza torna nuovamente al centro delle attenzioni della Procura di Agrigento che gli contesta un ruolo di primo piano nell’appalto di oltre 3.2 milioni di euro – ritenuto “truccato” – relativo al rifacimento della strada Mosella. Per i pm guidati dal procuratore Di Leo ci sarebbe lui dietro la Andiva srl, una società costituita ad hoc ed intestata a due prestanome che si è effettivamente aggiudicato l’appalto milionario. Per gli inquirenti Caramazza, unitamente all’imprenditore Milioti, avrebbe controllato la Andiva in maniera fittizia per eludere eventuali indagini su certificazioni antimafia e misure di prevenzione. Per questo motivo gli vengono contestati i reati di turbata libertà degli incanti e trasferimento fraudolento di valori. All’imprenditore, infine, viene contestato anche il reato di induzione indebita a dare o promettere soldi e utilità. Al direttore dei lavori, consapevole della non linearità della Andiva srl, avrebbe promesso una consulenza di 100 mila euro in favore del cognato architetto. 

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