Attentato Berlino, caccia a un tunisino: nel 2011 incendiò il centro di Lampedusa
E’ ancora caccia al sospetto attentatore di Berlino. A due giorni dall’attacco costato la vita a 12 persone, colpite da un tir lanciato sui mercatini di Natale del centro città, continua la ricerca. Le mire ricadono su Anis Amri, tunisino, nato il 22 dicembre del 1992 e originario della regione di El Oueslatia, nel governatorato […]
E’ ancora caccia al sospetto attentatore di Berlino. A due giorni dall’attacco costato la vita a 12 persone, colpite da un tir lanciato sui mercatini di Natale del centro città, continua la ricerca. Le mire ricadono su Anis Amri, tunisino, nato il 22 dicembre del 1992 e originario della regione di El Oueslatia, nel governatorato di Kairouan, il cui documento, emesso nel distretto di Kleve, nel Nord Reno-Westfalia, è stato ritrovato sul camion.L’attacco, dove sono rimaste ferite 48 persone, è stato rivendicato dallo Stato islamico ed è proprio questa una delle piste che si sta seguendo per cercare di individuarlo, mentre la Germania ha offerto fino a 100mila euro a chiunque saprà offrire informazioni utili per arrivare all’arresto. Secondo le informazioni raccolte, il giovane aveva lasciato la Tunisia sette anni fa come migrante illegale e ha scontato quattro anni di prigione in Italia perché accusato per un incendio in un centro di accoglienza di Lampedusa. Dettagli riferiti dal padre alla radio tunisina Mosaique FM, a cui ha spiegato che il giovane si era recato in Germania più di un anno fa. Secondo l’emittente, il sospettato ha precedenti con la giustizia ed è ricercato dalla polizia di El Oueslatia, inoltre sarebbe stato condannato in contumacia a cinque anni di detenzione per furto, con l’aggravante della violenza. Sembra che il giovane fosse in contatto con una branca dello Stato islamico che si occupava di reclutare combattenti da mandare in Iraq o Siria. Il ministro dell’Interno tedesco, Thomas de Maizière, ha fatto sapere che un ordine di arresto è stato emesso a livello europeo. L’uomo era noto alle agenzie di sicurezza tedesche ed era in contatto con militanti islamisti in Nord Reno-Westfalia. Aveva inoltre fatto richiesta di asilo in Germania, domanda che però che era stata respinta a luglio. I tentativi di rimpatriarlo in Tunisia, tuttavia, erano falliti perché non aveva documenti di identità e le autorità di Tunisi avevano messo in dubbio che si trattasse di un cittadino tunisino. L’uomo si era spostato dal Nord Reno-Westfalia a Berlino a febbraio del 2016.Ora, nel corso della sua fuga, “potrebbe essere armato”, secondo quanto riferisce l’ufficio del procuratore federale tedesco (Gba), che sul proprio sito pubblica due foto del ricercato. La polizia tunisina sta cercando di verificare se il sospetto compaia nella lista nazionale degli estremisti. Intanto le indagini si concentrano sulla dinamica dell’attacco. A quanto sembra il conducente del tir, un cittadino polacco che è stato trovato morto per colpi d’arma da fuoco nella cabina del mezzo, era vivo al momento dell’attentato. Secondo l’autopsia, l’assalitore ha sequestrato il tir e il suo conducente, ma ha ucciso quest’ultimo solo dopo aver travolto la folla. Gli investigatori credono che il guidatore abbia avuto uno scontro con l’attentatore per il controllo del veicolo, venendo ferito a coltellate, mentre provava forse a evitare la strage. Poco dopo l’attentato la polizia tedesca aveva fermato, dopo una telefonata di segnalazione, un 23enne pakistano arrivato in Germania nel dicembre 2015 e richiedente asilo. Tuttavia, i dubbi sul suo reale coinvolgimento sono cresciuti sino a quando l’uomo è stato rimesso in libertà. In seguito all’attentato, molte città europee hanno rafforzato le misure di sicurezza. Le strade attorno a Buckingham Palace saranno chiuse al cambio della guardia. Mentre la Francia ha deciso il rafforzamento dei controlli alle frontiere con Germania, Svizzera e Lussemburgo. Le autorità di Parigi stanno inoltre effettuando una serie di “arresti preventivi” e controlli sul dispiegamento di barriere di cemento nei mercatini di Natale per timore di attacchi simili.

