Giudiziaria

“Sfruttavano lavoratori nei campi anche per 30 euro al giorno”: indagati tre agrigentini 

Ci sono anche tre agrigentini tra i 16 indagati nell’inchiesta della procura di Caltanissetta sul fenomeno del caporalato

Pubblicato 3 mesi fa

Lavoratori stranieri, ma anche italiani, costretti a lavorare nei campi tra la provincia di Agrigento e Caltanissetta anche per trenta euro al giorno e in condizioni di sicurezza e igienico sanitarie al limite. I braccianti agricoli si sono così ribellati e hanno deciso di denunciare imprenditori agricoli e proprietari terrieri. La procura di Caltanissetta ha notificato l’avviso di conclusione indagini nei confronti di 16 persone. Sarebbero i caporali che, dietro un compenso da fame, caricavano sui furgoni i lavoratori e li portavano nei campi. L’inchiesta è coordinata dai pm Chiara Benfante e Massimo Tririfò. Tra gli indagati compaiono anche 3 agrigentini: si tratta di Domenico Lauricella, 57 anni, di Ravanusa; Giuseppe Sortino, 44 anni, di Palma di Montechiaro; Felice Sortino, 48 anni, di Palma di Montechiaro;

Ecco la lista di tutti gli indagati: Aldo Raimondi, 47 anni, di Delia; Diega Sillitti, 72 anni, di Delia; Andrei Ionut Popa, 35 anni, residente a Delia; Domenico Lauricella, 57 anni, di Ravanusa; Muhammad Imran Cheema, 43 anni, originario del Pakistan; Giuseppe Sortino, 44 anni, di Palma di Montechiaro; Felice Sortino, 48 anni, di Palma di Montechiaro; Maurizio La Magra, 43 anni, di Delia; Calogero Drogo, 43 anni, di Delia; Tommaso Drogo, 67 anni, di Delia; Sebastian Drogo, 32 anni, di Delia; Giovanni Avarello, 30 anni, di Sommatino; Giuseppe Avarello, 39 anni, di Sommatino; Giovanni Lombardo, 67 anni, di Caltanissetta; Marco Lombardo, 37 anni, di Caltanissetta; Alessio Lombardo, 34 anni, di Caltanissetta.

Gli operai, domiciliati prevalentemente a Caltanissetta, sarebbero stati reclutati in centro città per poi essere trasportati a bordo di furgoni, in pessime condizioni di sicurezza, nelle campagne del Nisseno e di Agrigento. Le intercettazione delle conversazioni telefoniche degli indagati hanno consentito di appurare che “gli intermediari intrattenevano frequenti contatti con gli imprenditori/proprietari terrieri per concordare il numero di lavoratori di cui necessitavano e il compenso da corrispondere loro”. I caporali, poi, trattenevano una parte del salario – già inferiore al salario minimo fissato dai contratti collettivi di categoria o, comunque, sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato – da loro stessi consegnato ai braccianti. “Si è accertata la sussistenza degli altri indici di sfruttamento contemplati dalla norma penale in materia di orario di lavoro, riposi, ferie e malattia”, spiegano gli investigatori. I lavoratori, poi, non sarebbero mai stati sottoposti a visite mediche obbligatorie, non avrebbero mai partecipato a corsi di formazione per il maneggio di sostanze nocive, come fertilizzanti o antiparassitari, né avrebbero mai ricevuto dispositivi di protezione individuale. Gli operai, domiciliati prevalentemente a Caltanissetta, sarebbero stati reclutati in centro città per poi essere trasportati a bordo di furgoni, in pessime condizioni di sicurezza, nelle campagne dei soggetti richiedenti.

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