Mafia

Il “paracco” di Palma di Montechiaro: 9 condanne anche in Appello 

Nove condanne per quasi un secolo di carcere

Pubblicato 6 giorni fa

Nove condanne per quasi un secolo di carcere. Lo ha disposto la quarta sezione penale della Corte di Appello di Palermo, presieduta dal giudice Vittorio Anania, nel processo di secondo grado scaturito dall’inchiesta “Oro Bianco”, l’operazione dei carabinieri che fece luce sul “paracco” di Palma di Montechiaro, una famiglia parallela a “Cosa nostra” guidata dal boss Rosario Pace. Ed è proprio a quest’ultimo che la Corte di Appello ha inflitto la pena più alta: 20 anni di reclusione in continuazione con una precedente condanna (14 anni per questa vicenda rispetto ai 16 anni avuti in primo grado).

I giudici hanno poi condannato altri otto imputati con riduzioni di pena per tutti rispetto alla sentenza di primo grado. Nel dettaglio: Rosario Pace (20 anni in continuazione con precedente condanna); Gioacchino Barragato (8 anni); Sarino Lauricella (8 anni); Domenico Manganello (12 anni e 10 mesi); Gioacchino Pace (10 anni e 6 mesi); Giuseppe Blando (6 anni e 10 mesi); Francesco Bonsignore (4 anni e 8 mesi);  Giuseppe Morgana (8 anni); Emanuele Salvatore Pace (8 anni). Otto assoluzioni, invece, diventano definitive: Calogero Lumia, Salvatore Troia, Salvatore Carusotto, Rocco Novella, Carmelo Pace, Giuseppe Pace, Gioacchino Angelo Mangiavillano e Federico Gallea.

Il sostituto procuratore generale Emanuele Ravaglioli aveva proposto la conferma della sentenza di primo grado. Nel collegio difensivo – tra gli altri – gli avvocato Giovanni Castronovo, Vito Cangemi, Santo Lucia, Francesco Scopelliti, Antonino Gaziano, Salvatore Pennica, Giuseppe Vinciguerra, Maria Alba Nicotra, Giovanni Rizzuti, Domenico Ingrao e Rosalia Palumbo Piccionello.

L’inchiesta, coordinata dai magistrati della Dda di Palermo Claudio Camilleri, Pierangelo Padova e Gianluca De Leo, si concentra sul paracco di Palma di Montechiaro che sarebbe stato in grado di gestire un fiorente traffico di stupefacenti, di infiltrare un capodecina all’interno del consiglio comunale e di aver tentato di mettere le mani sull’appalto del contratto di quartiere dal valore di due milioni di euro. L’indagine muove i primi passi nel palermitano ma ben presto si sviluppano i collegamenti con la provincia di Agrigento. Collegamenti che sono stati tracciati anche dal collaboratore di giustizia Giuseppe Quaranta. Dalla figura di Salvatore Troia, uomo d’onore di Villabate, si è giunti a Favara dove era in contatto con Giuseppe Blando. Blando è il fratello del più noto Domenico, favoreggiatore della latitanza di Giovanni Brusca a Cannatello. L’accusa per gli indagati è di essersi avvalsi della forza di intimidazione del vincolo associativo e delle condizioni di assoggettamento ed omertà che ne derivano per commettere gravi delitti, acquisire la gestione o il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, di appalti e servizi pubblici e procurare voti eleggendo propri rappresentanti in occasione delle consultazioni elettorali.

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