Mafia

La “super cosa” in Lombardia che passa (anche) da Canicattì, i pm al Riesame: “È mafia”

Un’inchiesta che parla molto agrigentino

Pubblicato 2 mesi fa

Bisognerà attendere ancora un altro mese per la decisione del tribunale del Riesame sul ricorso avanzato dalla procura di Milano nell’ambito della maxi inchiesta “Hydra”, l’indagine che ipotizza l’esistenza di una “super cosa” formata da Ndrangheta, Cosa nostra e Camorra in Lombardia. Il procuratore Marcello Viola ed il sostituto Alessandra Cerreti hanno discusso davanti i giudici del tribunale della Libertà il 15 ed il 20 marzo. I pm chiedono di ribaltare l’ordinanza del gip Tommaso Perna che ha di fatto sconfessato l’intera inchiesta rigettando 142 misure cautelari su 153 richieste.

Un’inchiesta che parla molto agrigentino. Tra le persone coinvolte, infatti, ci sono diverse persone di Canicattì. La posizione più rilevante è certamente quella di Gioacchino Amico, 39 anni, finito in carcere lo scorso ottobre non per mafia ma per droga ed estorsione. Insieme a lui è finito in carcere anche Giuseppe Sorce, 48 anni, ma altri canicattinesi sono indagati a piede libero: si tratta di Giovanni Gatto, 43 anni; Maurizio Li Calzi, 51 anni; Maria Marino, 44 anni; Raimondo Orlando, 50 anni. Nelle oltre duemila pagine di ordinanza il nome di Gioacchino Amico compare continuamente e c’è di tutto. Traffico di droga, estorsioni, appalti, legami con la politica, addirittura il presunto coinvolgimento in un omicidio (“lupara bianca”) e un ruolo di vertice nella “super cosa”, una confederazione tra famiglie di Cosa nostra, ndrangheta e camorra che operava in Lombardia.

Per la Procura di Milano, guidata dall’agrigentino Marcello Viola, il canicattinese Gioacchino “Iachinu” Amico, 39 anni, ha percorso con successo molteplici tragitti non tutti nel senso indicato dalla legalità. Dalle truffe in provincia di Agrigento per ottenere prestiti (fu arrestato nel 2010 nell’operazione Cash della Squadra mobile) ad un ruolo di primo piano nel clan camorristico Senese, la famiglia riconducibile al figlio di “Michele o pazz”. Almeno è questa l’ipotesi avanzata dagli inquirenti che hanno indagato su di lui per oltre due anni. Ricostruzione che però non è stata condivisa dal Gip del Tribunale di Milano Tommaso Perna.

Il giudice, analizzando la posizione di Amico, si era così pronunciato: “Non si comprende come un soggetto sostanzialmente incensurato possa rivestire il ruolo di vertice della cosca Senese e, secondo la tesi accusatoria, quello di vertice dell’intera associazione consortile, della quale peraltro farebbero parte membri che in passato o anche oggi sono certamente ai vertici di altre associazioni di stampo mafioso.” Per il giudice, insomma, Amico non è un boss di primo piano ma – tutt’al più – un trafficante di droga con le mani in pasta in svariati campi. In politica, ad esempio, sembrava muoversi piuttosto bene. 

Per la procura di Milano, che ha presentato ricorso al Riesame, l’inchiesta Hydra ha invece fatto luce su una “imponente e capillarmente strutturata associazione mafiosa” attiva in Lombardia, tra la provincia di Milano e quella di Varese, “costituita da appartenenti alle tre diverse organizzazioni di stampo mafioso cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra” con una “struttura confederativa orizzontale” che contribuirebbe alla realizzazione di un “sistema mafioso lombardo”.

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