Mafia a Licata, processo Halycon: “Elementi certi per condannare gli imputati”

Redazione

| Pubblicato il mercoledì 08 Settembre 2021

Mafia a Licata, processo Halycon: “Elementi certi per condannare gli imputati”

Depositate le motivazioni della sentenza relativa al processo “scaturito dalle inchieste “Assedio” e “Halycon”
di Redazione
Pubblicato il Set 8, 2021

Depositate le motivazioni della sentenza relativa al processo “scaturito dalle inchieste “Assedio” e “Halycon”, poi unificato, che hanno confermato la bontà delle investigazioni dei carabinieri di Licata, guidati dal capitano Francesco Lucarelli, e dai militari del Ros di Palermo agli ordini del col. Lucio Arcidiacono, che hanno aperto ampi squarci su mafia, massoneria e politica svelando, inoltre, i consolidati rapporti tra la mafia licatese e quella etnea, soprattutto con i boss di Cosa nostra del Calatino un tempo capeggiati da Francesco “Ciccio” La Rocca.

All’udienza del 6.7.20 il P.M. procedeva alla contestazione suppletiva nei confronti di Occhipinti Angelo del reato di corruzione elettorale aggravato da mafia; quindi sopra indicati imputati personalmente o i loro difensori muniti di procura speciale chiedevano procedersi con il rito abbreviato; disposta la trasformazione del rito, previo stralcio delle altre nove posizioni per le quali era disposto il rinvio a giudizio innanzi al Tribunale competente territorialmente, si procedeva all’acquisizione delle produzioni documentali da parte del P.M. e delle difese degli imputati. 

La discussione, particolarmente articolata da parte dei difensori con la produzione anche di articolate memorie difensive complete di allegati documentali, già rallentata a seguito dell’arresto dell’avv. Porcello nel predetto procedimento, si dipanava per tutte le successive udienze ed infine, alla presente udienza, si perveniva alla decisione, mediante lettura del dispositivo.

Tanto premesso, ritiene il decidente che sussistano elementi certi, al di là di ogni ragionevole dubbio, per affermare la penale responsabilità di tutti gli imputati, ad eccezione di Graci Angelo, Lauria Vito e Galanti Giuseppe, per il reato di partecipazione mafiosa a loro contestato, qualificato per Lutri come concorso esterno, nonché per il reato di estorsione aggravata contestato a Semprevivo e Occhipinti, il quale ultimo deve essere riconosciuto colpevole anche del reato di corruzione elettorale oggetto di contestazione suppletiva; va anche affermata la penale responsabilità per i reati in materia di armi contestati al Mugnos e per quello di favoreggiamento ai sensi contestato al Massaro, esclusa la circostanza aggravante dell’art.7.

L’indagine, particolarmente articolata e complessa, ha consentito di fare luce sulla operatività di un gruppo facente parte della famiglia mafiosa di Licata e di Campobello di Licata quanto al Puleri, che si proponeva, attraverso “l’aggancio” con il funzionario regionale Lutri, a sua volta Maestro Venerabile della loggia massonica Pensiero ed Azione di Palermo, di orientare a proprio vantaggio le azioni di una indeterminata platea di amministratori o agenti pubblici e privati, cui quello poteva arrivare con i suoi ramificati contatti, nell’interesse della cosca.

Lo svelamento di questo delicato quanto perverso intreccio di  interessi convergenti era reso possibile grazie alla collocazione di microspie per le intercettazioni in ambientale ed alla attivazione di captazioni sulle utenze telefoniche in uso agli imputati – circostanza questa sulla quale non è stata mossa alcuna contestazione non dubitandosi della riconducibilità agli imputati delle voci e dei dialoghi di volta in volta auscultati – attraverso le quali veniva restituito uno spaccato “in presa diretta” del frenetico dipanarsi dei contatti e delle interlocuzioni di tipo mafioso tra i diversi imputati, che tutti ruotavano attorno alle due figure di spessore apicale costituite da Occhipinti Angelo e Lauria Giovanni, entrambi già condannati per il reato ex art. 416 bis c.p., il primo con sentenza del 2.7.08 irrevocabile il 31.3.09, il secondo con sentenza del 25.11.09 irrevocabile il 2.3.2010.

Si osserva subito che le fonti di prova di questo procedimento sono appunto costituite esclusivamente  dagli esiti dell’attività di captazione, incrociati con le risultanze di cui ai servizi di osservazione espletati e di cui agli accertamenti documentali condotti dagli investigatori, sicché i difensori hanno avuto “campo libero” per sostenere facilmente la mera “verbosità” del costrutto accusatorio, stante l’assenza di dichiarazioni di collaboratori di giustizia ed il difetto di reati fine contestati, con l’unica circoscritta eccezione della estorsione contestata a Semprevivo e Occhipinti in danno di Ruvio Angelo.

Con un’espressione tanto evocativa quanto suggestiva, i difensori hanno difatti stigmatizzato l’ipotesi accusatoria definendola di “mafia parlata”, con ciò intendendo degradarla al rango di un confuso ed indistinto “chiacchiericcio”, termine più volte utilizzato nelle loro discussioni, rimasto privo di riscontro, come tale inidoneo a fondare una pronuncia di penale responsabilità.

Corollario di questa linea difensiva è stato il tentativo di togliere ogni credibilità di tipo “mafioso” ai dichiaranti intercettati, costituiti dagli stessi imputati che in più conversazioni rivendicavano la loro appartenenza mafiosa  ovvero discorrevano di questioni di interesse del sodalizio, operazione per la quale i difensori hanno propugnato un modello di “mafioso duro e puro”, si  potrebbe sintetizzare, non uso a confidenze né a sodali né tanto meno  all’amante ad avviso del decidente del  tutto disancorato dalla attuale realtà fenomenica  e fortunosamente relegato ad un retaggio del passato, quando ancora la mafia non aveva subito i duri colpi  causati dalle incessanti operazioni di polizia foriere di continui arresti e confische di beni, che ne hanno sino a data attuale determinato molteplici punti  di rottura  e frammentazioni.

Come ogni fenomeno sociologico anche la mafia, fortunosamente, è andata incontro ad un fenomeno di frantumazione interna e di “sfilacciamento”, principalmente causato dalla decimazione ad opera delle Forze di Polizia e dell’A.G. dei suoi affiliati ed anche della possibile platea di aspiranti affiliati, formali o di fatto poco importa, sicché non esiste più un modello comportamentale corrispondente al “perfetto mafioso”, invece evocato dai difensori quale modello dal quale sarebbero ben lungi gli imputati, primo fra tutti il Mugnos, per questo da considerarsi meri millantatori dediti alla vanagloria mafiosa.

E’ seguita a questa impostazione la serrata argomentazione delle difese, riccamente articolata nelle memorie in atti, circa i caratteri essenziali ed indefettibili in punto di diritto del contributo partecipativo, in merito ai quali hanno aderito convintamente al modello causale, da ultimo a loro dire abbracciato anche dalla recentissima pronuncia a S.U. n. 34566 del 27.5.21. 

L’assunto non è condivisile per le argomentazioni che si andranno a sviluppare in punto di fatto e di diritto e muove difatti da una premessa del tutto erronea ed una prospettiva del tutto fallace, che è quella di volere ignorare completamente la reale ed importante “caratura” mafiosa dei principali personaggi coinvolti, ovvero Occhipinti e Lauria Giovanni, ed il contesto territoriale di radicamento di quella appartenenza mafiosa, che è il contesto di Licata, ovvero della provincia agrigentina, nella quale non si è manifestato, come invece in altre realtà, il diffuso fenomeno del collaborazionismo con la giustizia..

A ciò aggiunga che le conversazioni in atti erano intrattenute da soggetti che, proprio per la loro inequivoca appartenenza mafiosa, erano ossessionati dalla possibilità di essere  intercettati  dalle Forze dell’Ordine, cosa per cui utilizzavano jammer (Occhipinti, Lauria Giovanni, Puleri Giuseppe al quale fu sequestrato all’atto del suo arresto) che intendevano dare anche agli altri sodali (Lauria Angelo e Mugnos Giovanni) e/o effettuavano frequenti bonifiche – come Mugnos – nonché si preoccupavano continuamente di avere informazioni in ordine ad eventuali microspie piazzate dall’A.G., per le quali contavano sul funzionario regionale massone Lutri, uomo di reali o pretese ramificate amicizie in importanti settori della “cosa pubblica”,  dall’amministrazione regionale appunto (vi sono dialoghi nei quali egli parlava di incontri con deputati quali Micciché e Pullara) a agenti della Dia.

Proprio tale ossessione, ricavata inequivocabilmente da tutti i dialoghi in atti, rende particolarmente attendibile, in quanto genuino e spontaneo, il contenuto degli stessi, laddove i propalanti parlavano liberamente nella erronea convinzione di non essere intercettati.

Infine, sono state anche trovate delle armi e delle munizioni in casa del Mugnos e di Lauria Giovanni, che ulteriormente comprovano la indiscussa appartenenza mafiosa, con il ruolo che si andrà ad indicare.

Ma andiamo con ordine.

Nella mattinata del 20 aprile 2016 militari del Ros sotto la direzione dalla Procura della Repubblica di Catania davano esecuzione ad un fermo nell’ambito della cd. Kronos emesso nei confronti di 28 indagati ritenuti a vario titolo gravemente indiziati di partecipazione ad associazione mafiosa con riferimento alle famiglie di “cosa nostra” di Catania e Caltagirone nonché all’articolazione di Lentini denominata “Clan Nardo”.

L’indagine scaturiva da un articolata attività investigativa condotta dagli ultimi mesi del 2014 focalizzata sulle tre citate articolazioni di cosa nostra operative nel territorio catanese e siracusano di cui venivano ricostruiti gli assetti organizzativi, gli ambiti operativi e  le  relazioni  con  altri sodalizi mafiosi anche esterni alla provincia di Catania, e si incentrava sulla figura di Seminara Salvatore inteso Turi, già condannato in via definitiva per partecipazione ad associazione mafiosa e ritenuto i l reggente della famiglia di Caltagirone su indicazione dell’ergastolano La Rocca Francesco. In detto contesto investigativo Seminara è stato intercettato per un lungo periodo e ciò ha permesso di ricostruire le relazioni con la famiglia Santapaola e col Clan Nardo di Lentini, nonché il suo ruolo di mandante per un duplice omicidio commesso a Raddusa il giorno di Pasqua del 2015, ed i suoi qualificati contatti con altri esponenti mafiosi di altre province siciliane, nello specifico quella di Agrigento.

In particolare, veniva in rilievo la figura di Ferlito Cosimo Davide, uomo di assoluta fiducia di Seminara, già sottoposto a sorveglianza speciale e condannato in primo grado con sentenza del Gup di Catania dcl 16.1.2018 alla pena di anni 11 e mesi 6 di reclusione per partecipazione ad associazione mafiosa ed altro.

Ebbene, costui per conto di Seminara si relazionava direttamente con alcuni degli imputati del presente procedimento, e segnatamente con Lauria Giovanni, Lauria Vito ma vedremo in che termini, Casa Giacomo e Mugnos Giovanni.

La figura di Lauria Giovanni, ex direttore di banca detto “il professore“, non era certo una novità, in quanto già emersa dalle attività di indagine finalizzate alla cattura dell’allora latitante Falsone Giuseppe, del quale era stato collaboratore e uomo di fiducia.

Invero, dall’analisi degli atti relativi alle indagini cd. Ghost 2 Anaconda emergeva che nel 2003 durante la guerra di mafia che si stava aprendo nella provincia agrigentina per la carica di capo provincia tra Di Gati Maurizio e Falsone Giuseppe, il predetto Lauria si incontrava più volte con il capo della famiglia di Caltagirone La Rocca Francesco, esponente di primo piano dell’ala oltranzista di cosa nostra all’epoca facente capo a Riina Salvatore e Bagarella Leoluca, per informalo della situazione esistente nella provincia agrigentina. In particolare Lauria recapitava a La Rocca messaggi del latitante Falsone Giuseppe e successivamente veicolava verso il medesimo ed altri esponenti mafiosi – tra cui i Capizzi di Ribera – le comunicazioni provenienti dal capo mafia calatino. 

Dunque era stato possibile accertare i rapporti esistenti tra la provincia di Catania e quella di Agrigento quando si aveva avuto modo di comprendere il ruolo giocato da La Rocca Francesco nella contrapposizione tra l’ala moderata e l’ala oltranzista di “cosa nostra” per l’ascesa al vertice della provincia di Agrigento, che era conteso da Di Gati Maurizio sostenuto dal citato La Rocca e da Falsone Giuseppe sponsorizzato invece da Provenzano Bernardo, i quali si servivano, per comunicare, di emissari di assoluta fiducia che erano appunto, per Di Gati, Licata Gioacchino inteso Iachino e per Falsone, il co-imputato di questo procedimento – giudicato con il rito ordinario – Lauria Giovanni. Costui assicurava inoltre la trasmissione dei messaggi da e per il vertice della provincia nissena attraverso Parello Vincenzo, che comunicava con gli esponenti più importanti della provincia agrigentina legati a Falsone, quali tra gli altri Accascio Ignazio, Buggea Giancarlo e Lombardo Gregorio.

Dunque, La Rocca Francesco per avere informazioni sulla scelta del nuovo rappresentante provinciale di Agrigento si serviva proprio di Lauria, il quale infine lo informava del fatto che il nuovo rappresentante provinciale agrigentino era Falsone Giuseppe, il quale come giudiziariamente acclarato aveva assunto detta carica grazie allo “sponsor” di  Bernardo Provenzano.

Grazie alle attività investigative svolte in quel contesto emergeva inoltre che Lauria Giovanni svolgeva detto ruolo di raccordo con esponenti di spicco di altre articolazioni di cosa nostra avvalendosi della preziosa collaborazione di Casa Giacomo, il quale era particolarmente attivo nella organizzazione degli incontri riservati che Lauria effettuava a volte anche alla presenza dello stesso Casa con La Rocca Francesco, Seminara Salvatore, con cui Casa aveva anche contatti telefonici, Di Stefano Benedetto, esponente della famiglia di cosanostra di Caltagirone, e Rindone Giuseppe all’epoca vice rappresentante  della famiglia mafiosa di Caltagirone e legatissimo a La Rocca Francesco che lo considerava il suo delfino.

Nella sentenza di condanna emessa dal Gup nei confronti di Giovanni Lauria, del 30.11.07 divenuta irrevocabile, è stato accertato che egli non solo ha rivestito un ruolo di primo piano nell’ambito della famiglia mafiosa ma ha anche svolto il delicato ruolo di elemento contatto e di smistamento di notizie tra i capi di Cosa nostra ed è stato protagonista di rilievo delle trattative finalizzate alla preparazione di incontri. Sempre il Lauria, difatti, si incontrava più volte con il La Rocca mentre quest’ultimo era sottoposto ad intercettazione da parte del Ros di Catania, e nel corso di tali colloqui lo informava della situazione esistente nella provincia agrigentina e gli portava messaggi dcl Falsone, comunicando poi la  risposta del capomafia catanese al Falsone medesimo ed ai suoi esponenti più vicini, i Capizzi di Ribera, assicurando così in più occasioni la trasmissione di informazioni tra i rappresentanti di due organismi mafiosi provinciali. Ebbene quanto alla sussistenza del contrasto tra Giuseppe Falsone e Maurizio Di Gati per la nomina a rappresentante provinciale di Cosa nostra ad Agrigento, assumeva rilevanza dirimente quanto riferito dal collaboratore Giuffrè nel corso dell’interrogatorio del 29.7.02 che riscostruiva la “guerra” in oggetto. Inoltre, anche dal contenuto delle conversazioni intercettate (v. quella del 12 ottobre 2003), emergeva che il Lauria era a conoscenza di risvolti delicatissimi della gestione della provincia mafiosa agrigentina, quali gli incontri dei capi agrigentini con Bernardo Provenzano, notizia conoscibile solo da un soggetto profondamente intraneo alla famiglia mafiosa e godente di particolare fiducia, ed era anche riconosciuto dal La Rocca come interlocutore per ogni questione mafiosa. Inoltre il fondamentale ruolo  del  Lauria  nel  sodalizio  emergeva anche dal fatto che ne se ne ritrovava riscontro nei pizzini ritrovati nella disponibilità di Bernardo Provenzano al momento del suo arresto.

In particolare alla vicenda dell’intervento del Lauria presso il La Rocca si faceva riferimento nel “pizzino” Reperto FA03 scritto da Giuseppe Falsone al Provenzano, ed anche in altri “pizzini” successivi, laddove si faceva riferimento all’incontro del La Rocca con il Lauria per cercare una soluzione al contrasto con il Di Gati. Lauria veniva ivi indicato dal capomafia come il mio “avvicinato di Licata” ovvero come uomo di fiducia del capo-provincia agrigentino, con un termine (“avvicinato”) che ritroveremo a proposito del Mugnos.

Tra gli altri, anche il collaboratore di giustizia e già capo della provincia mafiosa di Agrigento Di Gati Maurizio definiva ad interrogatorio al Pm del 4.1.07 il professore Lauria Giovanni come “un vecchio uomo d ‘onore, ha badato sempre, è stato sempre uno dei punti di riferimento come uomo d ‘onore a Licata”.

Quanto ad Occhipinti, dalle sentenze in atti corroborate da  dichiarazioni  conformi  di collaboratori di giustizia e dagli esiti di attività di captazione, è emerso che egli fosse soggetto già storicamente intraneo alla famiglia mafiosa di Licata, la quale era stata contrassegnata da nuovi equilibri venutisi a creare dopo l’arresto di Cardella Pasquale, quando il territorio era divenuto preda delle mire dei soggetti della limitrofa Campobello di Licata, con i quali l’Occhipinti, da sempre vicinissimo a Cardella, si ritrovò indotto a trattare per riconquistare il posto d i prestigio ricoperto in passato, come da lui stesso chiarito in un dialogo agli atti, posizione che riuscì nuovamente a ricoprire anche grazie ai positivi contatti intrattenuti con individui della vicina famiglia, nella quale si annovera per l’appunto il Puleri.

Proprio  dai  contatti  di  Turi  Seminara  e Lauria  Giovanni, si  individuavano dunque  Casa  e Mugnos,  e dai contatti di quest’ultimo,  il funzionario regionale Lutri e la figura di Lauria Angelo, cugino del predetto capomafia, e di Lauria Vito, il figlio. Contestualmente era avviata intercettazione ambientale nel magazzino sito in via Palma in uso a Occhipinti Angelo, che consentiva di ascultare preziosissime conversazioni dense di significatività di tipo mafioso sia con Lauria Giovanni che con Puleri Giuseppe intesso Peppe, nonché di svelare il ruolo di suo uomo di fiducia di Semprevivo Raimondo, marito della figlia della sua convivente.

Iniziava così l’attività captativa che si svolgeva dal 10.5.16 all’agosto 2017, ed aveva ad oggetto sia le utenze dei predetti Lauria Giovanni, Mugnos, Casa, Lutri, sia l’ovile del Casa e l’autovettura Nissan Pathfinder in uso a Mugnos.

In merito ad Occhipinti invece, nuovamente arrestato per tentata estorsione con l’aggravante del metodo mafioso per la quale riportava condanna irrevocabile il 10.3.2017 e scarcerato poi il 13.10.2017 per essere sottoposto in data 23.1 1.2017 alla misura di prevenzione della Sorveglianza Speciale di P.S con obbligo di soggiorno nel comune di Licata, le attività captative iniziavano nel mese di gennaio 2018 e riguardavano, in ambientale, il magazzino con annesso spiazzale ubicato in Licata via Palma n. 342, dove quello dimorava e che aveva adibito a base operativa del proprio gruppo mafioso, ivi effettuando tutti gli incontri ed i colloqui di interesse, sicuro che il posto fosse bonificato, anche grazie all’uso del jammer di cui disponeva. Si osservi che l’Occhipinti difatti, per paura delle intercettazioni, non faceva uso di utenze telefoniche.

Tornando al contesto relativo a Lauria Giovanni, il Mugnos, con le sue lunghissime e particolareggiate conversazioni – nelle quali disquisiva con e del predetto boss e del difficile rapporto che costui aveva con il figlio Vito, nonché con e di Lutri, Casa, Lauria Angelo – forniva una messe enorme di propalazioni, in molte delle quali, fiero, si pavoneggiava della sua e degli altri appartenenza mafiosa, lasciandosi andare ai più disparati commenti.

E proprio il Mugnos, imprenditore agricolo titolare di alcuni appezzamenti di terreno, rappresenta allora il  perno  centrale  della  presente  indagine,  avendo  fornito  con  le  dichiarazioni  oggetto di captazione  la gran mole di materiale probatorio  agli atti, in ciò affiancato da un altro formidabile propalatore  che era il Lutri, anch’egli ben compiaciuto di intrattenere siffatti contatti con uomini di rango dcl sodalizio mafioso di Licata e di ossequiare gli stessi per venirne a sua volta ossequiato. 

Ecco che allora questo fronte è divenuto il secondo pilastro – oltre al primo di diritto inerente il difetto di efficienza causale dell’apporto contributivo, sia in termini di partecipazione  che a maggior ragione di concorso esterno – su cui difensori hanno edificato il loro teorema difensivo, secondo cui Mugnos  e  Lutri  altro  non  erano  che  dei  millantatori,  stupidi  e  bugiardi,  epiteti  con  cui frequentemente sono stati stigmatizzati dai legali. Entrambi siffatti pilastri sono però costruiti su fondamenta di argilla, destinate a  cedere rovinosamente, per tutti i rilievi che verranno espressi, in punto di analisi di ciascuna posizione.

di Redazione
Pubblicato il Set 8, 2021


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