Agrigento

Agrigento, 60 anni dopo la frana: la legge speciale e il conto delle occasioni perdute

Sessant’anni dopo la frana del 19 luglio 1966, Agrigento torna a interrogarsi su quella ferita che ha segnato per sempre la storia della città

Pubblicato 3 ore fa

“Ci sono anniversari che non possono essere affidati soltanto alla memoria. Perché il tempo, in certi casi, non cancella le responsabilità: le rende più evidenti. Sessant’anni dopo la frana del 19 luglio 1966, Agrigento torna a interrogarsi su quella ferita che ha segnato per sempre la storia della città. Una tragedia immane, che fortunatamente non provocò vittime, ma che costrinse migliaia di persone ad abbandonare le proprie abitazioni e lasciò dietro di sé una città ferita, edifici distrutti e una domanda destinata a rimanere a lungo senza una risposta definitiva: come è stato possibile arrivare a quel punto? La frana non fu soltanto un evento geologico. Fu anche la conseguenza di una stagione nella quale la crescita urbana aveva spesso ignorato i limiti del territorio e la necessità di una pianificazione rispettosa della sicurezza e del paesaggio.” Lo dice in una nota il segretario provinciale della Cgil Agrigento, Alfonso Buscemi.

“Lo Stato intervenne con una legge speciale. La legge 28 settembre 1966, n. 749, che convertiva il decreto-legge n. 590 del 30 luglio dello stesso anno, non si limitò a prevedere provvedimenti per l’emergenza e la ricostruzione. Tra le sue disposizioni inserì anche gli accertamenti sulla situazione urbanistico-edilizia determinatasi nella città di Agrigento. Era un passaggio di straordinaria importanza. La Repubblica, di fronte a una città devastata, non si limitava a riparare i danni. Chiedeva di capire. Di accertare. Di verificare come si fosse arrivati a quella situazione. Ed è proprio da qui che dovrebbe partire la riflessione sul sessantesimo anniversario. Perché dopo la frana non mancò soltanto una tragedia da affrontare. Si presentò anche un’occasione storica: quella di ripensare completamente Agrigento. Una città ferita avrebbe potuto diventare il laboratorio di una nuova idea urbanistica. Una città capace di ricucire il rapporto tra il centro storico, i nuovi quartieri, la Valle dei Templi e il mare. Una città nella quale la tutela del territorio diventasse il fondamento dello sviluppo e non il suo ostacolo. Non tutto questo è accaduto. E sarebbe ingeneroso negare quanto è stato fatto in questi sessant’anni. Sono stati realizzati interventi, costruite infrastrutture, affrontate emergenze e avviate opere di risanamento. Ma sarebbe altrettanto ingeneroso nei confronti della storia della città non riconoscere che molte occasioni sono state perdute. Le responsabilità non appartengono a una sola stagione politica e non possono essere ricondotte a un unico amministratore o a una singola istituzione. Sono responsabilità che attraversano decenni di scelte politiche, urbanistiche e amministrative. Riguardano le decisioni assunte, quelle non assunte, i ritardi, le omissioni e l’incapacità, troppo spesso, di trasformare gli interventi emergenziali in una strategia organica di ricostruzione e rigenerazione.La legge speciale del 1966 aveva posto una domanda precisa: quale fosse la situazione urbanistico-edilizia che aveva contribuito a determinare le condizioni di quella tragedia. Sessant’anni dopo, quella domanda non ha perso la sua forza.

Anzi, dovrebbe essere riproposta con maggiore vigore. Perché la storia della frana di Agrigento è anche la storia di un rapporto difficile tra politica, urbanistica e territorio. È la storia di vincoli spesso considerati un impedimento anziché una garanzia. È la storia di una città che, dopo avere pagato un prezzo altissimo per la mancata osservanza dei limiti imposti dal territorio, non sempre ha saputo trasformare quella lezione in una nuova cultura della pianificazione. Il punto non è attribuire oggi colpe personali. Il punto è assumere una responsabilità collettiva. Una città non si costruisce soltanto con il cemento. Si costruisce con le regole, con la visione, con la capacità di immaginare il futuro. E quando le regole urbanistiche vengono disattese, quando i vincoli vengono considerati negoziabili, quando le decisioni vengono rinviate, il prezzo prima o poi viene pagato dalla comunità. Agrigento, sessant’anni dopo, dovrebbe avere il coraggio di guardare anche alle proprie occasioni perdute. La più grande è forse quella di non avere trasformato fino in fondo la tragedia del 1966 in un grande progetto di ricucitura urbana. La frana spaccò fisicamente la città. Ma negli anni successivi non sempre si è riusciti a ricomporre le sue fratture. Il centro storico, i quartieri moderni, le periferie, la Valle dei Templi e il mare continuano a vivere, troppo spesso, come parti separate di una realtà che avrebbe bisogno di una visione unitaria. Oggi la sfida non è più quella di espandere la città. È quella di ricucirla.

Ricucire significa recuperare il patrimonio edilizio esistente. Significa risanare le aree degradate. Significa mettere in sicurezza il territorio. Significa ridare servizi e dignità alle periferie. Significa restituire continuità a una città che per troppo tempo ha vissuto le proprie divisioni come una condizione inevitabile.Significa, soprattutto, riconoscere che la legalità urbanistica non è un vincolo allo sviluppo, ma la sua prima condizione. Il sessantesimo anniversario della frana dovrebbe quindi essere molto più di una commemorazione. Dovrebbe essere un momento di verità. La verità su ciò che accadde nel 1966. La verità sulle responsabilità politiche e urbanistiche che seguirono. La verità sulle opere realizzate e su quelle rimaste incompiute. La verità sulle occasioni che la città ha avuto e non ha saputo cogliere. Non per riaprire polemiche del passato, ma per evitare che il passato continui a ripetersi sotto altre forme.

La frana, fortunatamente, non provocò vittime. Ma una città può continuare a pagare per decenni il prezzo di una tragedia anche quando non ci sono morti da piangere.Lo paga attraverso le case perdute, le famiglie sradicate, le periferie nate senza un disegno, le risorse sprecate, le occasioni mancate e la difficoltà di riconoscersi ancora in un progetto comune. Per questo il sessantesimo anniversario dovrebbe diventare l’occasione per un nuovo patto sul territorio. Un patto tra istituzioni, cittadini, professionisti, mondo della cultura e forze sociali per costruire una nuova idea di Agrigento. Una città che non consumi altro territorio per dimostrare di crescere. Una città che sappia recuperare ciò che già possiede. Una città che consideri il paesaggio non come un limite, ma come la propria principale infrastruttura. Una città che sappia finalmente trasformare una ferita in un progetto. Sessant’anni dopo, la domanda non è soltanto che cosa sia accaduto ad Agrigento nel 1966. La domanda è che cosa Agrigento voglia diventare domani.Perché il modo più serio di ricordare quella tragedia non è soltanto guardare indietro. È decidere, finalmente, di non sprecare un’altra occasione.

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