Il Caffè letterario della Questura di Agrigento blinda la “Maledetta città di Alfonso Gueli

Diego Romeo

Agrigento

Il Caffè letterario della Questura di Agrigento blinda la “Maledetta città di Alfonso Gueli

di Diego Romeo
Pubblicato il Ago 10, 2019
Il Caffè  letterario della Questura di Agrigento blinda la “Maledetta città  di Alfonso Gueli

Dopo appena alcuni mesi dalla presentazione al Circolo Empedocleo della riedizione di “Maledetta città” ecco che nuovamente su suggerimento di Enzo Alessi, il libro di Alfonso Gueli viene ripresentato dal Caffè letterario della questura di Agrigento.

Solo che stavolta la presentazione viene quasi blindata dallo stesso autore che col piglio registico sceglie i suoi attori, i brani da leggere, suggerisce i tempi e i modi  al moderatore e infine propone Beniamino Biondi  come relatore ufficiale. Inappuntabile regia che si riflette anche sul  pubblico intervenuto, scelto e selezionato soprattutto tra i “lionisti-attori” che da ben sette anni calcano la scena del Posta vecchia per merito dell’infaticabile scrittore teatrale agrigentino.

Un ben articolato pontificale molto familiare ben lontano dall’effetto dirompente della presentazione all’Empedocleo che era stato costellato dagli  interventi robusti del critico Salvatore Ferlita e dello psichiatra Fausto D’Alessandro  sfociato poi (ineluttabilmente) su una accennata psicoterapia di gruppo che la “Maledetta città” postulava e postula , sul come eravamo e sul come siamo.

Gueli – scrivevamo allora – è sempre sornione, anche durante la presentazione ammorbidisce il clima “da confessionale” che viene fuori quando le battute del prefatore Salvatore Ferlita si soffermano  su “una città sull’orlo del baratro” mentre il pubblico (il solito elitario piccolo borghese) si innervosisce e se ne fa una ragione.

L’outing di Alfonso Gueli  riporta più equilibrio quando dice:” Sono rimasto è vero, ma è stata una scelta non un caso, una scelta che rifarei nonostante i momenti grigi, le disillusioni e la ricorrente tentazione di smettere di scrivere”. Più spiazzante era stato l’intervento di Fausto D’Alessandro che ripuliva  le “magnifiche sorti e progressive” e stracciando le certezze negative ne insinuava delle altre che andavano a comporre un quadretto più ragionevolmente problematico quando si chiede “ e chi ce lo dice  se questi due protagonisti del romanzo (Gueli e la sua interfaccia che nel romanzo è il pittore e grafico Nicolò D’Alessandro) non fossero invece due adolescenti in crisi? Questa città è uguale a tutte le altre città. Questo discorso della città maledetta  può esistere  in quanto dimensione antropologica. Se ha una dimensione civile è sempre limitata al settore politico. Ma se per ipotesi non è politico ma solo un risentimento civile, dobbiamo capire noi stessi, riconoscere gli altri e quindi dobbiamo uscire dalla dimensione  civile e politica per entrare in una dimensione antropologica.  Chiunque deve essere riconosciuto  e per questo occorre una  rivoluzione spirituale e non dico culturale perché sarebbe troppo facile. La rivoluzione culturale consente il riconoscimento dell’altro. Questo è un libro che ci consente una riflessione personale non collettiva. Noi siamo molto avanti sul piano individuale  ma siamo poveri nella condivisione collettiva”.

In questa occasione ha irrobustito l’incontro, invece, il relatore ufficiale Beniamino Biondi, poeta e scrittore agrigentino, “civil servant” di una città  che, a nostro parere, non si merita tanto onore. Nel 78 quando il libro fu editato, Biondi aveva uno o due anni di età e a ragione molto avveduta narra di una città oblomoviana, immota nel tempo perché, sottolinea con forza, i templi e Pirandello sono il nostro alibi quasi che la città pindarica  più bella dei mortali non avesse più bisogno di nulla.

Forse ci piace dimenticare il Pirandello più avvertito quando definiva l’allora Girgentila morente cittaduzza” che si concatena al copyright più recente del cardinale Montenegro “fiore appassito dai petali calpestati”.  

Dunque, “Maledetta città” continua a far discutere e dopo essere stata chiosata quarant’anni fa dal non dimenticato poeta Antonino Cremona oggi e l’altra sera Biondi ne parla con appassionata verve ed è convinto che una approfondita lettura potrebbe sollecitare quel tocco rivoluzionario che diventerebbe quasi un’azione di igiene mentale per  questo nostro “popolo” chiuso a riccio nelle sue convenzioni e tradizioni.

“Maledetta città”- ha detto Biondi – “ha una sua pregnante attualità e ci comunica più oggi di quanto abbia fatto ieri. Ci comunica l’idea che in questi quarant’anni poche cose sono cambiate. Rimane la scrupolosa e cattiva radiografia della città che si manifesta in brani di diario, litanie di pensiero che diventano interrogativi severi sulle magnifiche sorti e progressive che la città non aveva e probabilmente non ha. Questo libro lo considero un romanzo di formazione, scritto con la prepotenza dell’io, deliberatamente in prima persona e non ammette che ci siano altre persone se non quelle che vivono tra le pagine del libro e che in un autore di teatro come Gueli sono tollerate e legittime”.                                                                                           

Rimarrebbe da approfondire, a nostro parere, questa propensione alla fuga del nostro Gueli, così problematica in “Maledetta città”  e così radicalmente espressa in un suo racconto che Gueli  l’altra sera non ha inserito tra i brani recitati. Si tratta del racconto “L’uomo della grotta” inserito nella raccolta “Ombre scolpite” dove il protagonista decide una sua  rivoluzione francescana abbandonando tutti e andando a vivere in una grotta urlando” continuate voi a sbranarvi per la ricchezza e il successo, conquistate il potere se vi riesce, finchè non vi mancherà il fiato correte incontro all’applauso di folle osannanti. Rotolatevi nelle parole e nella viltà, mentite agli altri e a voi stessi”.  

Solo che alla fine il racconto si chiude nel dubbio:”E se avessi sbagliato tutto?”- si chiede il protagonista propendendo per il fascino discreto della borghesia.

La chiusa del “Gattopardo” probabilmente si dovrebbe mettere sempre ad epigrafe di molta letteratura: “E tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida”.


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