Politica

Il 24 marzo niente sarà come prima? Con Luca Palamara tra Referendum, veleni e il sogno di tornare a indossare la toga

Il giornalista Rogero Fiorentino ha incontrato per Grandangolo Luca Palamara, ex membro del Csm ed ex presidente dell’Anm, tra i sostenitori del SI al Referendum del 22 e 23 marzo. Ecco l’intervista

Pubblicato 13 ore fa

Di Rogero Fiorentino

Rogero Fiorentino

Abbiamo incontrato Luca Palamara, già membro del CSM e volto simbolo della tempesta che ha travolto le correnti giudiziarie nel 2020. Dopo aver raccontato il “Sistema” di gestione del potere dentro la magistratura, Palamara è oggi tra i sostenitori più netti della riforma costituzionale sottoposta a referendum confermativo il 22 e 23 marzo 2026. Il testo approvato dal Parlamento riguarda la separazione delle carriere, i due CSM e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare.

Dottor Palamara, grazie per aver accettato l’invito. Come si sente, in qualità di profondo conoscitore della materia, a dibattere di referendum in vista dell’appuntamento del prossimo 22 e 23 marzo?

“Per anni il dibattito sulla giustizia è rimasto chiuso dentro un recinto corporativo, come se certi temi dovessero riguardare soltanto magistrati, professori o addetti ai lavori. In realtà non è così. La giustizia riguarda la libertà delle persone, il loro patrimonio, la loro reputazione, la fiducia che i cittadini ripongono nelle istituzioni. Per questo considero il referendum del 22 e 23 marzo un passaggio importante: non è un regolamento di conti tra politica e magistratura, ma un momento di verità davanti agli italiani. Chi vota non è chiamato a giudicare una categoria, ma a scegliere se lasciare tutto com’è oppure aprire finalmente una stagione di cambiamento”.

Dottor Palamara, lei sostiene che la separazione delle carriere non sia un tecnicismo per addetti ai lavori. Concretamente, cosa cambia per un cittadino che entra in un’aula di tribunale il giorno dopo la vittoria del Sì?

Cambia innanzitutto il messaggio istituzionale che lo Stato dà al cittadino. Oggi pubblico ministero e giudice appartengono allo stesso ordine, condividono formazione, cultura professionale, organismi di autogoverno e, fino alla riforma Cartabia, anche più ampie possibilità di passaggio di funzioni. È vero che il giorno dopo il referendum non spariranno d’incanto i problemi della giustizia, ma il cittadino saprà che il giudice è collocato in un percorso distinto rispetto a chi sostiene l’accusa. Questo rafforza la percezione di terzietà, che in uno Stato di diritto conta quasi quanto la terzietà sostanziale. Un processo giusto non deve esserlo soltanto in teoria: deve apparire tale anche agli occhi di chi vi entra”.

I sostenitori del No dicono che l’imparzialità del giudice è già blindata dall’articolo 111 della Costituzione. La separazione delle carriere non rischia di essere un inutile duplicato ideologico, o peggio, un atto punitivo verso i magistrati?

“No, perché l’articolo 111 afferma un principio fondamentale, ma i principi da soli non bastano se l’architettura ordinamentale manda segnali diversi. Dire che il giudice deve essere terzo è sacrosanto; costruire un sistema che rafforzi quella terzietà è il passaggio conseguente. Non è una punizione contro i magistrati, né una vendetta politica. È una riforma di chiarezza istituzionale. Del resto, in Parlamento è stato detto apertamente che la separazione delle carriere, i due CSM, il sorteggio e l’Alta Corte disciplinare costituiscono i cardini dell’intervento”.  Chi parla di misura punitiva, a mio avviso, confonde l’autonomia con l’assenza di qualsiasi cambiamento. Ma in democrazia nessun ordine o potere dello Stato può considerarsi intoccabile tanto è vero che fu la bicamerale di Massimo D’Alema ad occuparsi della questione”.

Luca Palamara

Lei ha una visione da insider del “Sistema”: se, come sostengono i fautori del No, la divisione delle carriere è già nei fatti dopo la Cartabia, quale pensa sia la parte della riforma più invisa ai suoi colleghi magistrati?

La parte più invisa non è soltanto la separazione delle carriere. Quello che davvero inquieta una parte della magistratura associata è il combinato disposto della riforma: due CSM distinti, il sorteggio come meccanismo di selezione che indebolisce il peso delle correnti ed il trasferimento della funzione disciplinare fuori dal CSM. È lì che il sistema di potere avverte il rischio di perdere controllo. La riforma Cartabia ha limitato i passaggi di funzione, ma non ha inciso fino in fondo sulla struttura del potere interno. Il punto vero è questo: non si discute solo di ruoli, si discute di chi governa la magistratura e con quali equilibri”.

Secondo la sua visione, l’opposizione del fronte del No tra i suoi ex colleghi nasce da una reale preoccupazione per l’indipendenza della magistratura o è piuttosto il segnale che il “Sistema” è ancora vivo e sta cercando di proteggere se stesso?

Non generalizzo mai, perché dentro la magistratura ci sono tante persone serie che esprimono dubbi in buona fede. Però sarebbe ingenuo negare che esista anche una resistenza di apparato. Quando per anni hai costruito assetti interni fondati su correnti, appartenenze, cooptazioni e relazioni di potere, è evidente che ogni riforma che rompa quell’equilibrio venga percepita come una minaccia. Il sistema non si difende più soltanto con gli argomenti tecnici; si difende evocando scenari apocalittici, parlando di attacco alla democrazia, di ritorno all’autoritarismo, di PM sotto il governo. Ma il testo costituzionale approvato non contiene alcuna previsione di subordinazione del pubblico ministero all’esecutivo. Questa è una narrazione politica, non un dato normativo”.  

C’è chi sostiene che la separazione delle carriere sia il primo passo per portare il PM sotto il controllo del Governo e che le nuove modalità di selezione dei membri laici finiranno per politicizzare ulteriormente l’organo di autogoverno. Come risponde a chi vede in questa riforma non un atto di ammodernamento della giustizia, ma un tentativo della politica di “mettere il guinzaglio” alla magistratura inquirente?

“Rispondo con un criterio molto semplice: bisogna leggere le norme, non gli slogan. Nel testo approvato dal Parlamento non c’è scritto da nessuna parte che il pubblico ministero dipenderà dal Governo. Al contrario, si ridisegna l’assetto costituzionale mantenendo il PM nell’orbita dell’autonomia, ma distinguendone il percorso da quello del giudice. Quanto ai membri laici, qui il punto è un altro: la politicizzazione non nasce perché il Parlamento elegge dei componenti; la politicizzazione nasce quando le dinamiche di autogoverno diventano opache, prevedibili, spartitorie. La vera domanda è se vogliamo lasciare in piedi un sistema che negli anni ha mostrato tutte le sue distorsioni oppure se vogliamo introdurre anticorpi”..

Non ha paura, da ex magistrato, che la funzione disciplinare sia demandata a un altro organo anziché lasciata al CSM?

“No, non ne ho paura. Ho sempre pensato che concentrare nello stesso organo il governo delle carriere, le nomine, le valutazioni di professionalità e anche la disciplina producesse una commistione eccessiva. L’istituzione dell’Alta Corte disciplinare serve proprio a separare i piani e a rendere il giudizio disciplinare più autonomo rispetto agli equilibri interni dell’autogoverno. Il disegno è previsto espressamente dal testo costituzionale approvato dal Parlamento. Naturalmente molto dipenderà dalla legge attuativa, ma il principio, in sé, va nella direzione giusta”.

L’indipendenza della magistratura resterebbe dunque intatta?

“Assolutamente sì, purché si abbia l’onestà intellettuale di distinguere l’indipendenza dalla autoreferenzialità. L’indipendenza serve a garantire il cittadino contro gli abusi del potere, non a conservare rendite di posizione interne. Nessuna democrazia matura può accettare che ogni riforma dell’ordinamento giudiziario venga automaticamente presentata come un attentato all’indipendenza. Se passa questo principio, allora la magistratura diventa una struttura sottratta a qualunque verifica democratica. E questo non è compatibile con l’equilibrio costituzionale”.

Il fronte del Sì viene spesso dipinto come un monolite di centrodestra. Eppure nomi come Bonino, Cottarelli, Renzi, Pisapia, Di Pietro, Calenda, sono sulla sua stessa linea. Come spiega questo asse trasversale?

“Lo spiego con il fatto che la questione giustizia, quando la si affronta seriamente, attraversa gli schieramenti. Per troppo tempo è stata trattata come una bandierina identitaria: da una parte i garantisti, dall’altra i giustizialisti. Oggi invece molti, pur provenendo da culture politiche diversissime, hanno capito che il problema è strutturale. Quando personalità tra loro lontane convergono su una riforma, vuol dire che il tema supera l’interesse di partito. Non è un favore al governo di turno: è il riconoscimento che alcuni nodi storici del sistema giudiziario italiano non possono più essere rinviati”.

Seppur complessivamente a favore, quale sacrosanta perplessità riconosce al fronte del No?

“Una perplessità la riconosco: nessuna riforma costituzionale, da sola, basta a risolvere la crisi della giustizia italiana. Chi teme che il dibattito si concentri troppo sull’assetto dei poteri e troppo poco sull’efficienza quotidiana dei tribunali pone un tema reale. Ma la riforma serve eccome perché rappresenta l’atto presupposto per incidere con più convinzione su interventi organizzativi e amministrativi seri che ancor di più siano in grado di abbattere le problematiche relative agli arretrati, ai tempi dei processi nonché alle carenze di personale ed ai ritardi nella digitalizzazione”.

Lei oggi è un alfiere del Sì, ma la politica sembra averle voltato le spalle proprio sul più bello. Si è mai chiesto perché la politica non l’abbia voluta “dentro” il Palazzo? Teme di essere stato usato come un ariete per abbattere un sistema, per poi essere lasciato fuori una volta completato il lavoro?

“La mia pregressa esperienza in ambito giuridico nonché l’attività di saggista mi hanno consentito di organizzare molto bene la mia nuova attività professionale rendendomi assolutamente autonomo e senza la necessità di chiedere alcunché. Per il resto la politica fa la politica, spesso con le sue convenienze, le sue paure e i suoi calcoli. Non mi scandalizzo. Certo, qualche volta ho avuto la sensazione che molti abbiano trovato comodo utilizzare la mia vicenda come simbolo utile a sostenere una battaglia, senza avere poi il coraggio di trarne tutte le conseguenze. Ma non vivo questa cosa come un’ossessione personale. Il punto, per me, non è entrare in un palazzo: è aver contribuito a far emergere una verità che per anni si è tentato di occultare. Se poi qualcuno ha preferito tenere la verità fuori dalla porta per non disturbare certi equilibri, questo dice molto più su di loro che su di me”.

Sia sincero: l’abrogazione dell’abuso d’ufficio per lei è una battaglia di civiltà o il “grimaldello” giuridico per cancellare il suo patteggiamento e tornare in magistratura?

“Le due cose vanno tenute distinte. Sul piano generale, lo Stato deve incentivare il controllo di legalità nella pubblica amministrazione prevenendo e combattendo la corruzione. Spetta alla magistratura intervenire. Però deve farlo nel rispetto delle regole non elevando il sospetto a prova per eliminare questo o quel nemico politico”. “Per il resto considero l’abuso d’ufficio una norma che per anni ha prodotto effetti distorsivi enormi, soprattutto nell’amministrazione pubblica, alimentando la paura della firma e una giurisprudenza spesso oscillante. Sul piano personale, è evidente che ogni vicenda normativa interseca anche storie individuali, compresa la mia. Sarebbe ipocrita negarlo. Ma chi riduce tutto a una questione personale commette un errore doppio: da un lato rimuove il dibattito di principio; dall’altro finge di non sapere che le più gravi accuse di corruzione nei miei confronti sono state archiviate dagli stessi pubblici ministeri. In quel contesto trovare una via d’uscita per un reato dai contorni incerti era interesse di tutti. E prima di ogni discorso conta preservare l’istituzione magistratura. Io non ho mai nascosto di avere il desiderio di vedere ristabilita fino in fondo la verità anche sul mio percorso. Ma questo non cambia il giudizio sulla necessità delle riforme”.

Dottor Palamara, restiamo con i piedi per terra. Dal 24 marzo, qualunque sia l’esito del referendum, il cittadino si sveglierà con gli stessi problemi di sempre: processi che durano un decennio, carenze di organico e una giustizia civile lumaca. La riforma Nordio si concentra sull’architettura del potere, ma sembra sorvolare la macchina amministrativa. Non teme che la separazione delle carriere sia una “vittoria di Pirro” se i tribunali restano senza cancellieri e con software del secolo scorso?

“Il rischio esiste, e sarebbe un errore negarlo. Anche nel dibattito parlamentare sono emerse critiche sulla carenza di personale, sulla precarietà di migliaia di addetti e sui ritardi nella digitalizzazione del sistema giustizia”.  “Però bisogna essere chiari: una riforma dell’assetto costituzionale e una riforma dell’organizzazione amministrativa non sono alternative, sono complementari. La prima serve a ricostruire fiducia, equilibrio e credibilità; la seconda serve a far funzionare davvero gli uffici. Io penso che senza la prima continueremmo a convivere con un sistema di potere che ha già mostrato tutte le sue opacità. Senza la seconda, invece, avremmo una bella cornice con una macchina che arranca. Il punto, dunque, non è scegliere una sola battaglia, ma pretendere che dopo il referendum si apra la fase più difficile: quella delle attuazioni concrete, degli investimenti, del personale, della tecnologia e della responsabilità politica. Insomma, il 24 marzo non finiranno i problemi della giustizia italiana. Ma potrebbe finire l’alibi secondo cui nulla deve cambiare”.

Grazie.

A voi.

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Grandangolo Settimanale N. 11/2026 · Edizione digitale
Ultima uscita
Vai all'edicola digitale
Grandangolo Settimanale N. 40 - pagina 1
Pagina 1 di 11
Hai già acquistato questo numero? Inserisci il codice di accesso:
banner omnia congress
banner italpress istituzionale banner italpress tv