L’omicidio, l’affronto allo zio e i progetti di vendetta: “A Licata recuperai 4 pistole e un paio di fucili”
Il collaboratore di giustizia Giuseppe Cavallo torna indietro nel tempo e svela un episodio inedito. Una storia che, come spesso accade, si intreccia con i fatti della nostra terra.
È il 24 gennaio 2025. Il collaboratore di giustizia Giuseppe Cavallo, figlio del boss della Stidda Aurelio Cavallo, viene sentito dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta Claudia Pasciuti e Davide Spina. Ormai da quasi un anno riempie verbali svelando dinamiche, organigrammi, nomi e circostanze non del tutto note. Cavallo torna indietro nel tempo e racconta quando qualcuno – alla fine degli anni novanta – trafugò la salma di suo zio Francesco, ucciso nel 1988 durante la guerra di mafia. Il collaboratore spiega cosa accadde, parla di un omicidio ma anche dei propositi di vendetta della Stidda nei confronti dei responsabili dello spostamento della salma del parente. Una storia che, come spesso accade, si intreccia con i fatti della nostra terra.
Ecco cosa dice ai magistrati Giuseppe Cavallo: “In relazione alla salma di mio zio Francesco, alla fine degli anni 90, mio nonno Cavallo Giuseppe chiamò mia mamma per dirle che mi dovevo recare da lui. Mio nonno mi disse che la salma di mio zio, ucciso alla fine degli anni 80 nella guerra di mafia, era stata trafugata. Pensavamo ad una ritorsione dell’associazione rivale. Mio nonno intendeva vendicare l’affronto. All’epoca i fratelli Emmanuello erano latitanti e mio nonno voleva assicurarsi di chi fosse il responsabile. Mio nonno ed il fratello Carmelo contattarono dei cugini degli Emmanuello per comprendere se fossero questi ultimi i responsabili della sottrazione della salma. In risposta, i cugini degli Emmanuello dissero che loro non erano coinvolti, poiché non toccano i morti e, anzi, si erano detti disposti a mettere a disposizione loro uomini qualora avessimo individuato i responsabili. Su incarico di mio nonno, con alcuni ragazzi recuperai un pò di armi a Licata, vicino al Castello di Falconara, da un soggetto del quale non ricordo il nome che aveva una villetta là davanti, però, successivamente ha avuto alcuni problemi con appartenenti di Cosa nostra di Palma di Montechiaro: ha subito un agguato durante il quale è stato colpito, in sua vece, un suo operaio che sicuramente è stato in coma, ma non so se poi è morto. Il soggetto non è affiliato ma avvicinato alla stidda. Ha curato la latitanza di mio zio. L’agguato ai suoi danni era correlato a questioni di terreni. Rispetto all’agguato subito, avvenuto circa un paio di anni fa, abbiamo poi deciso di non reagire in alcun modo. In precedenza, mio zio aveva “tolto di mezzo” delle persone che infastidivano il soggetto di Licata, infatti quest’ultimo riteneva che potessimo porre in essere una ritorsione di quel genere, ma io gli spiegai che i tempi sono molto cambiati. Riprendendo il racconto della sottrazione della salma di mio zio, dal soggetto di Licata abbiamo preso quattro pistole e un paio di fucili a canne mozze. Eravamo io e il fratello di mio nonno. Abbiamo portato le armi a casa di mio nonno che all’epoca era già anziano e che era stato molto colpito dalla vicenda. Visto che gli Emmanuello non erano coinvolti, abbiamo iniziato a pensare che fossero stati i Rinzivillo. Ci stavamo preparando ad una reazione durissima. Nonostante la notizia si fosse diffusa, nessuno è venuto a manifestarci la solidarietà, ragion per cui mio nonno mi disse che dovevamo diffidare anche dei nostri amici, incluso Fiorisi e La Cognata detto Peppe Zorro. Carmelo Fiorisi e Giuseppe La Cognata, mentre io ero in campagna, andarono da mio nonno e gli dissero che erano stati loro a sottrarre la salma di mio zio. Negli anni 80′, La Cognata e Palazzo, che ora è morto di tumore, e mio zio avevano commesso un omicidio. Sul morto era stato trovato un pelo che doveva essere confrontato con il dna di mio zio. La loro preoccupazione era stata che, se con il Dna fossero arrivati a mio zio, sarebbero poi risaliti anche a lui. In sede di verbalizzazione riassuntiva precisa che nel cadavere della persona uccisa da mio zio, probabilmente a causa di una colluttazione, erano state rilasciate tracce tali da far risalire agli autori del delitto. Lo hanno spostato nel loculo di una donna e tutt’ora è là. La donna l’hanno spostata nel loculo di mio zio. All’inizio ritenevano di poter fare “un lavoro pulito” del quale nessuno si sarebbe accorto, ma in realtà non ci riuscirono. Materialmente lo spostamento, su mandato di Fiorisi e La Cognata, lo avevano fatto i fratelli Carfì e furono questi ultimi a dirci dove era stato spostato mio zio. Mio nonno mi raccontò la vicenda e mi disse che, dopo qualche anno, avremmo dovuto vendicarci con Fiorisi, poiché non riteneva accettabile tale spiegazione. Fiorisi disse a mio nonno che, della vicenda, ne aveva parlato con mio zio Antonino, fratello di mio padre. Quando mi arrestarono, mi misero in cella con quest’ultimo, gli chiesi quindi spiegazioni e lui negò di aver mai parlato con Fiorisi della vicenda, poiché mai avrebbe consentito di spostare con quelle modalità la salma di suo fratello. Devo dire che, quando sono uscito dal carcere, avevo maturato l’intenzione di mettere in atto la vendetta pensata da mio nonno: le condizioni apparivano favorevoli perché sia io che mio fratello eravamo ai domiciliari, avevamo apparentemente buoni rapporti con Fiorisi e quest’ultimo, non potendo guidare, veniva portato a lavoro da un nostro ragazzo del quale conoscevamo gli orari. I soggetti con i quali volevo porre in essere questa ritorsione erano Walter Sardella e Gabriele Giannone. Quelli che avrei utilizzato negli anni 90 sarebbero stato mio cugino Salvatore Cavallo, Vincenzo Gambuzza e altri ragazzi coinvolti nell’operazione Beside. L’omicidio è stato fatto o nell’anno in cui è morto mio zio o l’anno prima. Rammento solo che, sul cadavere, era stato trovato qualcosa che poteva ricondurre ad uno dei tre autori. Non credo che né Palazzo né La Cognata siano mai stati condannati per questo omicidio. Non ricordo il nome della donna nella cui tomba è stato spostato mio zio e non la saprei riconoscere perché sono passati tanti anni. In sede di verbalizzazione riassuntiva precedente il cimitero dove è avvenuto lo spostamento delle salme è quello monumentale di Gela comunque detto a mio cugino, Cavallo Giuseppe, figlio di Francesco, appena uscito dalla carcerazione nell’anno 2017. A me, come ho detto, la tomba giusta fu indicata dai Carfì e da Orgioli Emanuele, mio cugino. I Carfì sono due fratelli, Fabio che lavora al Bingo di Via Venezia e un altro del quale non ricordo il nome. L’altro Carfì si chiama Giorgio. Ritengo che, dell’omicidio in questione, potrebbe aver parlato qualche collaboratore. Diversamente, non si spiegherebbe l’iniziativa di spostare la salma di mio zio. Lo spostamento della salma è avvenuto alla fine degli anni ‘90 e, se non erro, il fatto è stato anche oggetto di articoli di stampa, perché nella tomba di mio zio è stato trovato il cadavere di una donna non identificata. È stata aperta un’indagine perché la lapide di marmo risultava spaccata. Mio zio, se non erro, è morto nel 1987 o nel 1988. Non so dire quanto tempo prima della sua morte avesse commesso l’omicidio con Palazzo e La Cognata. Fiorisi, per rabbonire mio nonno, gli aveva garantito che, dopo la sua morte, avrebbe fatto costruire, da un imprenditore amico suo, una cappella nella quale sarebbe stata messa, oltre alla salma di mio nonno, quella di mio zio che era stata spostata. Mio padre non è mai stato messo a conoscenza della vicenda perché era al 41 bis.”




