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“Tentata estorsione al (mancato) killer che si pente”, chiusa l’inchiesta: c’è un altro indagato 

Chiusa l’inchiesta che nel gennaio scorso ha portato all’arresto dell’empedoclino Grassonelli. Tra gli indagati c’è anche un favarese

Pubblicato 3 ore fa

La Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha notificato l’avviso di conclusione indagini nell’ambito dell’inchiesta che lo scorso gennaio ha portato all’arresto dell’empedoclino Giuseppe Grassonelli, 40 anni, per una tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il provvedimento, che anticipa la richiesta di rinvio a giudizio, è firmato dai pm Claudio Camilleri e Giorgia Righi. Due gli indagati. Oltre al già citato Grassonelli, difeso dall’avvocato Olindo Di Francesco, vi è anche il favarese Giuseppe Morreale, 58 anni. Nei confronti di quest’ultimo il tribunale del Riesame, nelle scorse settimane, ha accolto il ricorso della procura disponendo la custodia in carcere inizialmente esclusa dal gip Claudia Rosini. La misura non è esecutiva poiché bisognerà attendere la decisione della Cassazione a cui si sono rivolti gli avvocati Daniele Re e Fabio Inglima Modica.

La vicenda, così come ricostruito dai carabinieri del Reparto Operativo di Agrigento, ruota attorno al recupero di una somma di denaro quale compenso per compiere un omicidio. I due indagati sono accusati di aver intimidito e minacciato la persona a cui era stato affidato il compito di compiere il delitto. L’aspirante killer si tirò indietro per una serie di circostanze e restituì parte dei soldi. Non tutto. Mancavano altri 6mila euro, la somma richiesta appunto da Grassonelli che ha fatto poi scattare l’arresto per tentata estorsione. Il killer mancato si spaventa, denuncia tutto e racconta a cosa sarebbero serviti quei soldi. Erano parte del compenso per eseguire un omicidio. Indica anche i mandanti. Ed è così che si torna al delitto Adorno, il cui cadavere venne trovato carbonizzato nelle campagne di Montaperto nell’estate 2009. Per l’omicidio è stato condannato a 13 anni di carcere Giuseppe De Rubeis, idraulico, ex compagno di scuola della vittima. Da poco era tornato in libertà. Qualcuno però non aveva dimenticato e voleva vendetta.

E il progetto omicidiario, nonostante il dietrofront improvviso del soggetto inizialmente incarico di eseguirlo, sarebbe comunque potuto andare a buon fine se non fossero intervenuti tempestivamente i carabinieri. Nel maggio scorso i militari del Nucleo Investigativo di Agrigento eseguono una perquisizione a casa del fratello di Adorno, ritenuto uno degli ideatori della vendetta. Nel garage gli trovano il kit completo per compiere il delitto: una pistola con matricola abrasa, undici proiettili, una maschera di Salvador Dalì in stile “Casa di carta”, scarpe da ginnastica, tuta, occhiali, guanti e una targa rubata da applicare ad un’altra moto. Quell’arresto oggi viene riletto in un’altra ottica anche grazie ad un’attività di intercettazione invasiva nei confronti degli indagati. Per questa vicenda Adorno ha patteggiato una condanna a tre anni di reclusione. Con la chiusura delle indagini, invece, le difese dei due indagati avranno adesso venti giorni di tempo per depositare memorie o chiedere un interrogatorio ed evitare così la richiesta di rinvio a giudizio. 

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