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Cultura

Lo zio poliziotto di Camilleri

di Gaetano Cellura

Pubblicato 6 giorni fa

Carmelo Camilleri, commissario di Polizia a Milano negli anni Venti, era cugino del papà di Andrea.

E lo scrittore empedoclino ha rivelato qualche anno prima di morire (intervista al Venerdì) di essere stato zio Carmelo il “modello inconscio” del suo Montalbano. Precedentemente paragonato da molti lettori e conoscitori dei romanzi polizieschi di Andrea Camilleri, ad alcuni detective suoi antenati. Come il commissario Maigret di Simenon, il commissario Santamaria di Fruttero e Lucentini e il detective privato Pepe Carvalho dello scrittore spagnolo Vázquez Montalbán. Con i quali in effetti il commissario di Camilleri ha molte somiglianze.

Maigret può essere considerato lo zio di Montalbano. Uno zio da cui ha ereditato la semplicità e l’umanità. Santamaria e Carvalho i suoi fratelli maggiori. Il primo ha fatto la Resistenza; il secondo ha avuto una giovinezza marxista. E per non essere da meno, il “fratello minore” Salvo Montalbano ha fatto il Sessantotto: innamorato della poesia di Pasolini in difesa dei poliziotti a Valle Giulia. Poesia in cui forse ha intravisto il proprio futuro professionale.

Carmelo Camilleri ha una storia che è già un racconto. Da approfondire e scrivere. Ѐ stato capo della polizia politica e fascista brutale fino al 12 aprile del 1928. Dopodiché la sua vita cambia. Da ligio funzionario a condannato a morte dal regime. Quel giorno, durante la visita di Vittorio Emanuele III a Milano, lo scoppio di una bomba provoca venti morti. Le indagini privilegiano subito la pista anarchica e comunista. Ma Carmelo Camilleri dà alle indagini un altro indirizzo: e scopre – con il fiuto e la perizia del personaggio letterario molti anni dopo inventato dal nipote Andrea – che all’origine della strage c’è una faida tra fascisti. Redige il suo rapporto e lo invia ai superiori. Che, a loro volta, lo trasmettono a Mussolini. Non passa tempo e il rapporto torna indietro con l’ordine in margine di “liquidare Camilleri”. Ordine siglato dal duce con la famosa M.

Zio Carmelo è costretto a dimettersi dalla polizia, ma invia la sua relazione con tanto di prove al giornale francese L’Humanité, di orientamento comunista. Le autorità fasciste accertano che è stato lui il whistleblower, l’artefice della fuga di notizie riservate. Per cui il destino di Carmelo Camilleri sembra segnato. Ma la campagna d’opinione a suo favore, promossa dal giornale d’Oltralpe, gli salva la vita: e così quella che doveva essere una condanna a morte o all’ergastolo viene commutata in spedizione al confino. Scontata la pena, l’ex commissario della questura di Milano torna a casa: non trova lavoro: e si riduce a vendere sputacchiere. Sarà riabilitato soltanto dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra.

Di questa sanguinosa vicenda – quattordici delle persone presenti per salutare l’arrivo del Re a Milano morirono subito; le altre sei, per le ferite riportate, nei giorni seguenti – si conosce poco storicamente.

E resta il rimpianto che un narratore bravo come Andrea Camilleri non l’abbia approfondita.   

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