I mandamenti, le estorsioni, gli omicidi e la droga: Peppe Quaranta riscrive la storia recente di Cosa nostra
Giuseppe Quaranta non sembrava un personaggio di spicco della mafia favarese. Anzi, al contrario, sembrava defilato. Poi, la conoscenza con Pasquale Alaimo, mafioso più volte arrestato e condannato, fedelissimo di Maurizio Di Gati, capo della mafia agrigentina per lungo tempo, spodestato da Giuseppe Falsone, al quale Quaranta aveva fornito assistenza durante la latitanza. Il boss […]
Giuseppe Quaranta non sembrava un personaggio di spicco della mafia favarese. Anzi, al contrario, sembrava defilato. Poi, la conoscenza con Pasquale Alaimo, mafioso più volte arrestato e condannato, fedelissimo di Maurizio Di Gati, capo della mafia agrigentina per lungo tempo, spodestato da Giuseppe Falsone, al quale Quaranta aveva fornito assistenza durante la latitanza.
Il boss ha iniziato a collaborare (e verbalizzare) con i magistrati della Dda di Palermo il 29 gennaio scorso, con un primo lungo interrogatorio di quasi sei ore. Poi altro interrogatorio di pari durata due giorni dopo ed altre quattro ore di interrogatorio il 2 febbraio scorso.
Un racconto che abbraccia diversi anni quello del pentito favarese, un racconto che parla di omicidio, usura, droga, ma anche di come avvenivano le estorsioni, dei mandamenti e della politica.
“Ano deciso a 360 gradi e pronto a riferire di quello che so, che ho sentito dire in giro e di quello che ho fatto. Penso che a seguito della mia scelta possa essere esposta a pericolo la mia famiglia che vi invito a tutelare. Cosa nostra è come un vortice che prima ti fa bello e poi ti risucchia tutto fino a non poterne più uscire!, queste le prime parole di Quaranta.
Ha parlato del pentito Di Gati raccontando di essersi occupato nel 2002-2003 della latitanza del capomafia agrigentino Maurizio Di Gati, trovando un casolare adatto a nasconderlo e portandogli il cibo, ha descritto i mandamenti mafiosi della provincia, nello specifico i mandamenti entrando all’interno delle dinamiche di quello di Agrigento così suddiviso: “Il mandamento di Agrigento comprende Giardina Gallotti, Villaseta, Fontanelle, Villaggio Mosè e Monserrato”.
Ha riferito del traffico di droga. Sarebbe principalmente proprio il favarese Quaranta ad occuparsi dell’approvvigionamento di sostanze stupefacenti nel territorio agrigentino per poi consegnare le stesse ai “suoi” uomini di fiducia che poi, a loro volta, si occupavano dello smercio tra Agrigento, Favara, Raffadali e Racalmuto. Quaranta avrebbe organizzato una rete di spacciatori ben collaudata con compiti e ruoli ben definiti. La “roba”, sempre secondo quanto emergerebbe dalle carte dell’inchiesta arrivava da San Cataldo, da Rosarno (Calabria) e da Comiso.
Tutto il commercio e lo smercio sarebbe avvenuto con il benestare di Cosa nostra.
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