Giudiziaria

“Sorella Sanità”, appalti truccati e corruzione: 4 anni e 4 mesi all’agrigentino Manganaro

Sette condanne nel processo di Appello scaturito dalla maxi inchiesta “Sorella Sanità”, per due manager pena inasprita

Pubblicato 3 mesi fa

I giudici della corte d’appello di Palermo, presieduta da Adriana Piras, hanno condannato i dirigenti della sanità, gli imprenditori e i faccendieri coinvolti nell’operazione cosiddetta “Sorella Sanità” che ha scoperchiato un patto corruttivo sugli appalti alla Regione siciliana. Un solo imputato è stato assolto. Le pene pene più pesanti per Antonio Candela, ex direttore generale dell’Asp di Palermo, e per il faccendiere Giuseppe Taibbi. I giudici hanno aggravato la loro posizioni e inasprite le pene: sette anni e quattro mesi (sei mesi in più del giudizio di primo grado) sono stati inflitti a Candela, ex responsabile della cabina di regia regionale per il contrasto al Covid in Sicilia; sei anni e 4 mesi per il faccendiere Giuseppe Taibbi (sei mesi in più del primo grado).

La Corte ha accolto il ricorso del pubblico ministero, così un’ipotesi di concussione, caduta in primo grado, è stata riqualificata in induzione indebita a dare e promettere utilità. La Corte ha inviato gli atti alla procura per contestare il reato anche a Fabio Damiani, ex manager dell’Asp di Trapani e responsabile della Centrale unica di committenza degli appalti. Confermate le condanne in primo grado: sei anni e 6 mesi a Damiani. Quattro anni e 4 mesi per l’imprenditore agrigentino Salvatore Manganaro che aveva reso una serie di dichiarazioni contro se stesso e contro altri imputati. Cinque anni e 10 mesi per Roberto Satta, ex responsabile operativo della Tecnologie sanitarie spa. Sette anni e due mesi a Francesco Zanzi, allora amministratore delegato della stessa società. Cinque anni e 10 mesi per Salvatore Navarra, ex presidente del consiglio di amministrazione di Pfe spa. Unico assolto per non avere commesso il fatto è Angelo Montisanti, responsabile operativo per la Sicilia della società Siram, difeso dagli avvocati Marcello Montalbano e Claudio Livecchi.

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