Via D’Amelio, figli di Borsellino citano presidenza del Consiglio e Viminale
Hanno sollecitato la citazione come responsabile civile della Presidenza del Consiglio dei ministri e del ministero dell'Interno
I figli di Paolo Borsellino, Lucia, Manfredi e Fiammetta, che continuano a ricercare la verità sull’uccisione del padre, oltre a chiedere la costituzione di parte civile hanno sollecitato la citazione come responsabile civile della Presidenza del Consiglio dei ministri e del ministero dell’Interno, nell’udienza preliminare per i quattro poliziotti – Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi, Angelo Tedesco e Maurizio Zerilli – accusati per aver dichiarato il falso deponendo come testi nel corso del processo di primo grado sul depistaggio nelle indagini sulla strage di via D’Amelio.
Per i figli di Borsellino è lo Stato, per cui gli imputati lavoravano, che ha la responsabilità civile del risarcimento. Richiesta analoga è stata avanzata, attraverso il suo legale, dal fratello del magistrato, Salvatore. A Palermo, il 19 luglio 1992, il magistrato Borsellino e i poliziotti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina vennero uccisi con un’automobile imbottita di tritolo. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo. Nell’udienza preliminare l’avvocato dello Stato Giuseppe La Spina si è costituito parte civile per la presidenza del consiglio dei ministri e per il ministero della Giustizia, quale danneggiato dal reato, e per il ministero dell’Interno come parte offesa. Il legale di Maniscaldi, l’avvocato Giuseppe Panepinto, ha chiesto un termine per esaminare le richieste di costituzione di parte civile.
Il gup David Salvucci si è riservato di decidere fissando la prossima udienza per il 19 settembre. Per Fabio Trizzino, legale della famiglia Borsellino, “la citazione della Presidenza del Consiglio e del Viminale nel processo cominciato oggi a Caltanissetta è un semplice atto dovuto privo di qualunque implicazione politica. Anzi colgo l’occasione per ringraziare questo Governo e la presidente della commissione Antimafia Chiara Colosimo che, per primi, hanno dato parola ai figli del giudice Borsellino”. “Noi siamo sempre presenti in ogni sede dove si possa ristabilire la verità – hanno anche detto Trizzino e Vincenzo Greco, altro legale dei figli di Paolo Borsellino – sempre fedeli all’eredità morale del giudice Paolo Borsellino. Abbiamo massima fiducia nei confronti delle istituzioni e della magistratura in particolare. Questo processo è un’appendice del processo principale che si è concluso che fa parte di una cornice all’interno della quale sembra esserci il coinvolgimento di vari livelli istituzionali”. E proprio dai silenzi e da centinaia di “non ricordo” dei 4 poliziotti testimoni nel processo principale a tre loro colleghi potrebbe ora nascere un nuovo processo sui depistaggi nelle indagini di via D’Amelio condotte dalla procura nissena diretta da Giovanni Tinebra che coordinava il gruppo di investigatori capitanato da quello che all’epoca era considerato un superpoliziotto, Arnaldo La Barbera, che avrebbe “inventato” il falso pentito Vincenzo Scarantino. Nel giugno scorso la corte d’appello di Caltanissetta, come fece il tribunale, ha dichiarato prescritte le accuse di calunnia aggravata dall’aver favorito la mafia contestate al funzionario di polizia Mario Bo e all’ispettore Fabrizio Mattei, investigatori che agivano sotto la guida di La Barbera. Stessa decisione per il terzo imputato, l’agente Michele Ribaudo che, invece, in primo grado era stato assolto per mancanza di dolo. Ancora oggi, a pochi giorni dal 32esimo anniversario della strage non c’è una verità su quello che i giudici definirono “il più grave depistaggio della storia repubblicana”.