Racalmuto ricorda Fernando Cavallaro, il giurista che custodì la Fondazione Sciascia
Sabato sera, nella sede della Fondazione, il ricordo del giurista amico di Leonardo Sciascia e artefice dello statuto che ne protegge il patrimonio
La giustizia come «esigenza etica»; il diritto insegnato «per aprirci le menti»; la parola pesata, «mai una a coprire un vuoto». Il genero, l’alunno, l’allievo: tre voci per lo stesso ritratto, quello di un fine giurista. Fernando Cavallaro, nato a Racalmuto nel 1933 e scomparso a Palermo il 26 aprile 2025, che la Fondazione Leonardo Sciascia ha ricordato sabato 29 agosto nella propria sede, in una serata trasmessa anche in streaming e realizzata con il contributo del Ministero della Cultura, della Regione Siciliana e del Comune. Tra il pubblico, accanto alla moglie Cettina, il figlio Luigi, consigliere della Corte di cassazione; presenti anche Anna Maria Sciascia e lo scrittore Matteo Collura.
Docente di materie giuridiche prima ad Agrigento e poi a Palermo, amico di Sciascia fin dall’adolescenza e tra gli ultimi frequentatori della campagna della Noce, Cavallaro seguì la Fondazione «passo passo», «sul piano giuridico e amministrativo», sin dalla costituzione: lo ha ricordato l’avvocato Calogero Bongiorno, presidente della Fondazione e sindaco di Racalmuto, cui si deve la sintesi del suo lascito: «La sua volontà di proteggere l’eredità morale di un amico rimane nello spirito e nella lettera della Fondazione Sciascia».
Nino Catalano, genero dello scrittore, ne ha restituito la cifra — «somma competenza, grande serenità e misura», «mai un eccesso di parole o un giudizio avventato» — e le telefonate del mattino con cui l’avvocato suggeriva «con estremo garbo» le correzioni statutarie: se la Fondazione avrà un futuro, «lo si deve anche a Fernando». Poi il congedo in musica: la Méditation dalla Thaïs di Massenet, che negli ultimi tempi lo commuoveva, eseguita al violino dalla giovane Sofia Catalano, che Cavallaro chiamava «l’erede di Paganini». Il piccolo concerto promesso a casa sua non si fece in tempo.
L’avvocato Giuseppe Mandalà, genero di Cavallaro, ha confessato di aver rimandato per un anno il compito di mettere ordine nei ricordi, fino alla sera prima: «un incontro durato il tempo di una sua sigaretta», con lui sprofondato nella poltrona rossa del salotto. Poi trentacinque anni a partire da un sorriso, quello del primo incontro nel 1991, «gratificante», capace di spazzare via ogni imbarazzo; la risata «fragorosa» ma «mai sguaiata»; i cavati «con pomodoro fresco, melanzana e parmigiano, tanto parmigiano» e la gioia quasi fanciullesca per l’uva e il vino della Noce. La lentezza con cui scandiva gesti e giornate era «l’ordine che dava alle cose», un «preferirei di no» opposto «in modo gentile ma fermo» a un mondo «da cui non si faceva comandare»; la gentilezza, la sua «vera forza», perché «spontanea, naturale e disinteressata»; il senso di giustizia «un’esigenza etica», sorretta da una ragione «illuminata, mai bigotta», esercitata «senza paura di essere accusato di mettere la bandiera rossa alla finestra». Un maestro anche per i giovani avvocati — la nipote Martina perpetua oggi «la tradizione dell’avvocatura di discendenza Cavallaro» — e un uomo che a chi lo diceva fortunato rispondeva con un mantra: «La mia unica fortuna è stata di avere incontrato mia moglie Cettina». «Fernando non mi ha insegnato ad andare in bicicletta, ma posso dire che è stato il mio secondo padre. Ciao Fernando, è stato facile volerti bene».
A quarant’anni dal diploma, per gli ex alunni ha parlato Emanuele Carrara, a nome della sua quinta A, leggendo anche i messaggi di due compagne: «il miglior professore che io abbia mai avuto», ha scritto una; «dietro il suo parlare poco, c’era il suo volere bene ai suoi alunni, perché certe cose si sentono, non hanno bisogno di parole», l’altra. Non un insegnante ma «un finissimo e un sublime educatore», che usò diritto ed economia come «grimaldelli» «per aprirci le menti» e consegnare «coscienze civiche, coscienze morali, politiche»; che quarant’anni fa, prima delle privatizzazioni, spiegava ai suoi ragazzi le ragioni dell’economia mista. «Ricordare non è il termine più adatto: noi lo evochiamo ogni giorno». A ritrarlo, ha detto, basta l’articolo 54 della Costituzione, il dovere di adempiere le funzioni pubbliche «con disciplina ed onore».
L’avvocato Antonino Catania, allievo nello studio palermitano dal 1995, ha intitolato il suo ricordo “A domani, Avvocato”: il saluto di ogni sera sotto casa del maestro, «quella scena, uguale, per dodici anni». Un racconto a ritroso — dai versi scritti dopo la notizia, «nella pagina che nessuno corregge, nella risata che nessuno raccoglie», fino al primo incontro — fatto di sere che «si somigliano, si sovrappongono: diventano una»: l’unica sigaretta sottile, il foglio di carta e una formula che non era mai un ordine, «Allora, Antonino, io farei così», chiusa ogni volta da un «Cosa ne pensi?» chiesto davvero. Dentro i ricordi, gli insegnamenti: dare il nome giusto alle cose, perché «nessuna parola è neutra» e «di quello che si scrive si risponde»; pesare le parole, «mai una a coprire un vuoto»; gli atti chiari e sintetici, praticati con trent’anni di anticipo sulla norma che li avrebbe imposti; scrivere non per convincere ma «per dimostrare»; replicare a tutto, anche alle offese, «solo con la forza delle argomentazioni giuridiche». E l’insegnamento che non sta nei codici e nelle aule universitarie: «La tecnica si trova nei libri. Il coraggio no: quello passa da un uomo a un ragazzo, sera dopo sera». Una scuola che non è finita: «ogni volta che chiudo un atto, prima di firmarlo mi faccio la stessa domanda: lui avrebbe scritto così? Quasi sempre la risposta è no. Ma la domanda me la faccio lo stesso». Fino alla primavera del 1995: un ragazzo di ventitré anni si presenta al titolare di uno studio di Palermo per chiedere di frequentarlo; accanto, un uomo di sessantun anni, in controluce, ascolta in silenzio. Ma quando il ragazzo, tra gli studi e il diritto civile, dice che suona il pianoforte, quell’uomo alza gli occhi e parla — non a lui, al titolare — e il ragazzo, «venuto a chiedere», si ritrova «raccomandato da uno sconosciuto». Era Fernando Cavallaro. «E tutto deve ancora cominciare». Il congedo, rivolto a chi ai complimenti concedeva cinque secondi: «Mi perdoni: è la prima volta che non la ascolto. A domani, Avvocato».
Dal pubblico è intervenuto Gaspare Agnello, autore de “La Terrazza della Noce”, legato a Cavallaro dagli anni comuni alle Poste: «Io lo consideravo un padre, lui, bontà sua, mi considerava un fratello». Ne ha ricordato l’onestà «oltre la misura normale» e le lezioni che incantavano i colleghi, perché per Fernando non esistevano rami del diritto: «tutto era concatenato», a partire dalla Costituzione. Uno dei fondatori della Fondazione ha infine consegnato agli eredi di quel mondo, di cui Cavallaro fu con Aldo Scimè un pilastro, il compito di continuare a sostenerla.
Ha chiuso Maria Cristina Cavallaro, figlia dell’avvocato e docente di diritto amministrativo all’Università degli studi di Palermo. Ha sorriso dell’idea che il padre si sarebbe fatto della diretta streaming — «per lui era quasi inverosimile immaginare che si potesse spedire un documento tramite mail», ogni tanto le chiedeva: «Ma come fa?» — e ha indicato nella memoria l’unico modo di stare davanti a un’assenza: il ricordo «è il modo che più facilmente ci consente di riempire quel vuoto», attraverso «i gesti, le espressioni, le risate, la sigaretta che fumava sprofondando nella poltrona del salotto di casa». Davanti alla fotografia della locandina — scattata la sera dei novant’anni, festeggiati alla Noce, sotto l’iscrizione sciasciana per cui tutti amiamo il luogo dove siamo nati, «ma Racalmuto è davvero un paese straordinario» — ha ringraziato una comunità intera: «Questa serata mi ha consentito di colmare ancora di più il vuoto di questa assenza».




