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Maxi blitz antimafia, 35 arresti e 56 indagati: ai domiciliari imprenditore di Favara (NOMI)

Ai domiciliari finisce anche un imprenditore di Favara, titolare di una società di rifiuti. Gli indagati sono 56

Pubblicato 2 ore fa



Colpo alla famiglia mafiosa di Niscemi. I carabinieri del comando provinciale di Caltanissetta hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 35 indagati accusati, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione aggravata, illecita concorrenza con violenza e minaccia, favoreggiamento personale aggravato, traffico illecito di rifiuti, attività di gestione di rifiuti non autorizzata, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Il gip del tribunale di Caltanissetta, Graziella Luparello, ha disposto il carcere per 32 indagati mentre per altri 3 sono stati disposti gli arresti domiciliari. Tra loro c’è anche un imprenditore di Favara – Francesco Pullara – operante nel settore dello smaltimento dei rifiuti. In tutto sono 56 gli indagati (altri favaresi compaiono nella lista). Il giudice ha altresì disposto il sequestro delle società “SicilGrassi Srl” con sede a Catania e la “Think Green Srl”, con sede a Favara. 

GLI ARRESTATI

In carcere: Domenico Abbaco, 37 anni, di Niscemi; Alessio Alma, 24 anni, di Niscemi; Davide Alma, 30 anni, di Niscemi; Gaetano Azzolina, 36 anni, di Niscemi; Gianluca Azzolina, 25 anni, di Niscemi; Antonio Balsamo, 46 anni, di Catania; Giuseppe Barone, 31 anni, di Niscemi; Simone Bartoluccio, 37 anni, di Caltagirone; Michele Brancato, 38 anni, di Niscemi; Angelo Cacciaguerra, 59 anni, di Niscemi; Luciano Calabrese, 47 anni, di Catania; Giuseppe Cona, 40 anni, di Niscemi; Santo Cunsolo, 56 anni, di Caltagirone; Santo Oreste D’Arrigo, 42 anni, di Catania; Carmelo Di Benedetto, 64 anni, di Niscemi; Salvatore Di Pasquale, 60 anni, di Niscemi; Giovanni Donato, 40 anni, di Catania; Gianni Ferranti, 24 anni, di Niscemi; Rosario Fidone, 22 anni, di Vittoria; Rosario Greco, 43 anni, di Vittoria; Giuseppe Infuso, 34 anni, di Caltagirone; Salvatore Lauria, 46 anni, di Catania; Dario Licciardello, 36 anni, di Catania; Antonio Musto, 70 anni, di Niscemi; Danilo Musto, 34 anni, di Niscemi; Liliana Parisi, 64 anni, di Giardini Naxos; Maurizio Parisi, 55 anni, di Vittoria; Paolo Parisi, 28 anni, di Niscemi; Giuseppe Sammartino, 37 anni, di Gela; Salvatore Sciacca, 26 anni, di Niscemi; Francesco Tizza, 30 anni, di Niscemi;  Filippo Tramontana, 41 anni, di Niscemi.  Ai domiciliari: Francesco Pullara, 51 anni, di Favara; Giacomo Galvano, 48 anni, di Caltagirone, e Luigi Tinnirello, 54 anni, di Niscemi.

LE INDAGINI

L’indagine, condotta dai Carabinieri del Reparto Territoriale di Gela sotto la direzione della Procura della Repubblica di Caltanissetta – D.D.A., rappresenta ulteriore sviluppo investigativo dell’operazione denominata “Mondo Opposto”, che nel dicembre 2023 aveva portato all’arresto, tra gli altri, di Alberto Musto, boss della famiglia mafiosa di Niscemi e vertice del mandamento mandamento mafioso, per svariati reati, ed in primis per avere assunto funzioni direttive all’interno dell’associazione mafiosa “Cosa Nostra”, controllando l’intero territorio di propria competenza mediante l’esercizio del potere intimidatorio tipicamente mafioso. Nel corso della predetta indagine erano emersi fatti delittuosi ulteriori a quelli contestati, che sono confluiti nell’odierno provvedimento, all’interno del quale sono affiorati sia espressioni di reità mafioso-imprenditoriale sia fatti di reità in materia di stupefacenti, posti in essere (anche) secondo schemi associativi sotto l’egida dei fratelli Alberto e Sergio Musto. Con riferimento alla infiltrazione del tessuto economico di Niscemi da parte della famiglia mafiosa capeggiata da Alberto Musto, l’ambito elettivo di interesse della consorteria criminale era quello dello smaltimento degli oli vegetali esausti (rifiuti speciali liquidi non pericolosi), nel quale gli esponenti mafiosi si inserivano attraverso forme di interposizione negoziale e di collaborazione esecutiva “in nero”, controllando l’intero settore nel territorio di riferimento. Le investigazioni, costituite prevalentemente da attività di intercettazione e dalla escussione a sommarie informazioni di numerosi esercenti commerciali niscemesi, hanno consentito raccogliere gravi elementi indiziari sulle modalità attuative ed operative messe in campo dai fratelli Musto per monopolizzare, attraverso accordi criminosi con ditte specializzate nel settore, la raccolta degli oli vegetali esausti a Niscemi. Nello specifico i Musto, in violazione delle disposizioni legislative in materia ambientale e senza alcuna autorizzazione, secondo l’impostazione accusatoria si sarebbero inseriti prepotentemente in tale settore economico avvalendosi dapprima di una società di Favara e successivamente di impresa di Catania, con i cui amministratori e dipendenti i Musto si interfacciavano per il detto business. L’interesse di Musto Alberto (il quale, al pari dei suoi familiari, non risulta mai essere stato iscritto nell’Albo Nazionale dei Gestori Ambientali) al racket dell’olio esausto e, più in generale, al settore dei rifiuti, era probabilmente maturato durante la sua reclusione presso il carcere di Voghera, nel corso della quale aveva appreso da un codetenuto dei grossi guadagni che si sarebbero potuti realizzare in tale settore, contaminando l’economia legale mediante un’attività di partecipazione ad essa che si estrinsecasse in maniera doppiamente illegale: esercitare l’intimidazione mafiosa per indurre gli operatori economici niscemesi ad accettare di conferire l’olio vegetale esausto all’impresa indicata dagli stessi Musto, con la quale i predetti avrebbero collaborato in “nero” occupandosi illecitamente della raccolta materiale di tale rifiuto. In tal modo, l’organizzazione mafiosa avrebbe riscosso importanti guadagni e alimentato il proprio prestigio criminale, affermando il proprio potere di controllo del territorio, mentre l’impresa formalmente dedita alla raccolta del rifiuto avrebbe ottenuto rilevanti vantaggi competitivi sul mercato, eliminando o, per meglio dire, prevenendo la concorrenza. Ai commercianti locali era imposta, con violenza e minaccia la sottoscrizione di contratti di smaltimento con le ditte colluse, garantendo a queste ultime una posizione dominante sul mercato in cambio di provvigioni fisse: 40 euro per ogni contratto e 600 euro ogni 1000 litri di olio prelevato. La condotta dei rappresentanti delle imprese è stata considerata, secondo l’impostazione accusatoria, rientrante nel paradigma applicativo del concorso esterno in associazione mafiosa, potendosi ipotizzare un sinallagma criminoso con cosa nostra niscemese che di fatto dava vita a un rapporto di reciproci vantaggi, tradotti per le aziende nell’imporsi sul territorio niscemese in posizione dominante, e, per l’organizzazione mafiosa, nell’ottenere risorse o utilità, anche in forma di corresponsione di una percentuale, sui profitti percepiti dal concorrente esterno. L’indagine ha documentato come la sola “notorietà” della levatura mafiosa dei Musto esercitasse una pressione intimidatoria tale da annullare la libertà di autodeterminazione degli imprenditori; sul tema, è emerso anche come due dipendenti di un’impresa, nei cui confronti sono state contestate ipotesi di favoreggiamento personale, durante i controlli eseguiti dai Carabinieri avrebbero fornito dichiarazioni mendaci alla polizia giudiziaria per impedire l’identificazione dei componenti del sodalizio, sostenendo falsamente di non averli mai visti in azienda o di non poterli riconoscere a causa di presunti travisamenti con mascherine e cappelli. 

Accanto ai gravi indizi sulle infiltrazioni del tessuto economico, il settore degli stupefacenti rappresentava altrettanto indiscutibile fonte d’introiti per la famiglia mafiosa dei Musto; l’attività in questione veniva gestita: da un lato, mediante concessione di vere e proprie “autorizzazioni” allo spaccio sul territorio di Niscemi (in cambio, in taluni casi, di un periodico contributo di natura economica e, in altri casi, di una “messa a disposizione” della famiglia, in ossequio alla quale i soggetti in questione si sarebbero dovuti attivare, all’occorrenza, per sopperire ad eventuali esigenze del sodalizio mafioso); coloro i quali non accettavano le condizioni, tra le quali la corresponsione di un contributo economico al sodalizio mafioso, venivano obbligati a “fermarsi”, ovvero a non spacciare;dall’altro, attraverso l’organizzazione di un gruppo criminale dedito principalmente al traffico di cocaina, diretto e promosso, secondo l’impostazione accusatoria, da Musto Alberto unitamente al fratello Sergio. Il profilo criminale dei vertici emerge nelle indagini da alcune conversazioni captate: in un’intercettazione, il fratello del boss riferiva a quest’ultimo come un loro conoscente ne avesse tessuto le lodi, definendolo il prototipo del mafioso per l’integrale adesione ai “principi” dell’organizzazione: minchia tuo fratello, … tuo fratello è malato di malavita, affermazione che il boss accoglieva con palese compiacimento. A riprova del controllo totale, in un’altra intercettazione, il capomafia ribadiva a uno spacciatore, con modalità tipicamente mafiose, che ogni attività illecita sul territorio doveva passare sotto la sua egida: perché questo non è lavoro, se è lavoro, io non mi permetto di fare, di domandarvi nulla, ma siccome non è lavoro, questa è malavita e la malavita a Niscemi la gestisco… solo io….

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