Mafia, Puzzangaro, gli ultimi istanti di vita di Livatino: “Ci guardava stupito, come se non capisse”
Per il settimanale Panorama, in edicola da ieri, Fabio Marchese Ragona valente giornalista canicattinese di “VideoNews”, la testata Mediaset che realizza i programmi d’informazione di Canale 5, ItaliaUno e Retequattro, ha intervistato uno dei killer del giudice Rosario Livatino, Gaetano Puzzangaro, detto “a musca”. Grandangolo pubblica integralmente l’intervista perché rappresenta una bella pagina di giornalismo […]
Per il settimanale Panorama, in edicola da ieri, Fabio Marchese Ragona valente giornalista canicattinese di “VideoNews”, la testata Mediaset che realizza i programmi d’informazione di Canale 5, ItaliaUno e Retequattro, ha intervistato uno dei killer del giudice Rosario Livatino, Gaetano Puzzangaro, detto “a musca”.
Grandangolo pubblica integralmente l’intervista perché rappresenta una bella pagina di giornalismo serio e un tassello importante di verità che si aggiunge a quella giudiziaria raggiunta non senza poche difficoltà.
Ecco, il testo:
L’incontro avviene in una saletta del carcere di Opera, alle porte di Milano, nell’area colloqui della sezione “alta sicurezza”. Un tavolino bianco di plastica e tre sedie: nella stanza non c’è nient’altro. E’ il reparto dove vivono gli ergastolani ostativi, quelli usciti dal 41 bis: uomini che non avranno mai la speranza di un permesso fuori dalla struttura.
Il colloquio è fissato per le 13, lui arriva dopo pochi secondi, scortato da una guardia. E’ ben vestito: giubbotto grigio, sciarpa intorno al collo, jeans. Il viso è pulito, sbarbato, i capelli sono pettinati, iniziano a diventare bianchi. Le mani sono rosse, avvizzite, tipiche di chi, da ragazzino, nella Sicilia degli anni ’70 e ’80, le aveva ferite troppe volte tra i ceppi, giocando in campagna con gli amici o scappando dai nemici. Gli occhi sono scuri, profondi. Non dimostra 49 anni, 25 dei quali li ha già vissuti in carcere. Ha con sé un sacchetto: “Cosa c’è dentro?”. “Ho portato dell’acqua se avete sete”, risponde a don Antonio, il cappellano.
Durante il suo racconto esce fuori, ogni tanto, anche qualche parola in dialetto, il gergo di quella Sicilia che, il 21 settembre del 1990, mostrò al mondo uno dei suoi volti più crudeli: l’assassinio mafioso del giudice di Canicattì, Rosario Livatino. Soprannominato “il giudice-ragazzino”, fu ammazzato da un commando di quattro ventenni della cosiddetta “stidda”, l’associazione mafiosa che, secondo i magistrati, si contrapponeva a Cosa Nostra.
Quella mattina, Livatino, in auto, senza scorta, stava andando al lavoro, al tribunale di Agrigento, quando la sua Ford Fiesta rossa fu affiancata dall’auto e da una moto dei malviventi. In quella piccola stanza del carcere milanese, di fronte a noi, c’è uno di quei quattro ex ragazzi: Gaetano Puzzangaro, soprannominato “‘a musca”, la mosca, un vecchio nomignolo di famiglia, nella sua Palma Di Montechiaro.
“Da quasi 20 anni sto facendo un percorso spirituale”, ci racconta, “ho testimoniato per la causa di beatificazione di Livatino perché era doveroso. Oggi mi farei ammazzare piuttosto che rifare ciò che gli ho fatto! E lo prego ogni domenica a Messa. Il mio più grande rimorso? Non aver avuto il coraggio di chiedere scusa ai suoi genitori”.
Signor Puzzangaro perché l’avete ucciso?
Io non sapevo nemmeno chi fosse Rosario Livatino. Ho saputo di lui poco prima della sua uccisione. Ci era stato detto che il dottor Livatino aiutava altre persone contro di noi, che veniva contro i giovani. E noi ci abbiamo creduto…
Perché si era avvicinato a questo ambiente criminale?
Avevo 20 anni, vivevo come tanti giovani di provincia, ero scout e andavo a messa la domenica. Poi è successo che non mi sentivo più appagato.
Cosa ha fatto?
Avevo voglia di uscire dalla routine campagnola. Intorno ai 19 anni e mezzo i miei amici d’infanzia iniziavano a sposarsi oppure partivano per il servizio militare. E io ero rimasto solo nel mio quartiere e così ho iniziato a frequentare giovani che erano ai margini. Non scarico la responsabilità sugli altri: a decidere sono stato io, è colpa mia.
Torniamo per un attimo a quel 21 settembre del 1990: qual è l’ultimo ricordo che ha del giudice Livatino?
Puzzangaro alla domanda cambia espressione. Sta zitto per alcuni istanti e guarda a terra. Poi chiede: “Sei sicuro che vuoi saperlo?”. La risposta è affermativa.
Bene, se vuoi saperlo te lo dico. L’ultimo ricordo è di noi che ci affianchiamo alla sua auto. L’ho visto che girava la testa e guardava verso di noi. Aveva una camicia bianca e gli occhiali scuri. Il suo viso, mentre ci guardava, era stupito, come se non capisse. Poi è successo quello che sappiamo.
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