La mafia di Canicattì e la rinascita della Stidda, riaperta istruttoria per ex ispettore della polizia
In primo grado l’ex ispettore è stato condannato a 12 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Diventa definitiva, invece, l’assoluzione di un avvocato. Tra gli imputati il boss di Cosa nostra Falsone e i killer della Stidda
Via libera alla rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale per la posizione di Filippo Pitruzzella, ex ispettore della polizia, condannato in primo grado a 12 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo hanno deciso i giudici della prima sezione della Corte di appello, presieduta da Adriana Piras, nel processo di secondo grado scaturito dall’inchiesta “Xidy”, l’operazione dei carabinieri del Ros che nel febbraio 2021 fece luce sul mandamento mafioso di Canicattì e sulla rinascita della Stidda. Accolta la richiesta degli avvocati Antonino Gaziano e Salvatore Manganello che avevano chiesto di acquisire le dichiarazioni di Angela Porcello (ex penalista condannata a 9 anni di reclusione per mafia) nonché di sentire tre testimoni. La Corte di appello ha dato l’ok e all’udienza del prossimo 17 febbraio verranno, dunque, escussi tre testi della polizia giudiziaria. L’accusa è sostenuta in aula dai sostituti procuratori generali Giuseppe Fici e Carlo Lenzi.
Pitruzzella, ex ispettore in servizio al commissariato di Canicattì, è stato condannato in primo grado a 12 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo l’accusa, infatti, avrebbe “passato informazioni” all’ex avvocato Porcello e al suo ex compagno Giancarlo Buggea, ritenuto uomo di spicco del mandamento mafioso di Canicattì. L’ex poliziotto ha sempre respinto ogni accusa sostenendo – anzi – di aver trascorso una vita a lottare contro la mafia e, in particolare, di essersi impegnato negli ultimi tempi alla ricerca dell’allora superlatitante Matteo Messina Denaro.
Insieme a Pitruzzella siedono sul banco degli imputati altre sei persone: Giuseppe Falsone (condannato a 22 anni in primo grado); Antonio Gallea (condannato a 22 anni in primo grado); Santo Gioacchino Rinallo (condannato a 28 anni in primo grado); Antonino Chiazza (condannato a 29 anni in primo grado); Pietro Fazio (condannato a 18 anni in primo grado); e Stefano Saccomando (condannato ad 1 anno e 6 mesi in primo grado). Diventano, invece, definitive le assoluzioni dell’avvocato Calogero Lo Giudice e del bracciante agricolo canicattinese Calogero Valenti. Il primo era accusato di falso e procurata inosservanza della pena mentre il secondo di favoreggiamento aggravato. Per entrambi la procura non ha impugnato le assoluzioni che diventano così definitive.
I BOSS DI COSA NOSTRA E STIDDA
In primo grado ventidue anni di reclusione sono stati inflitti a Giuseppe Falsone, ergastolano di Campobello di Licata, ritenuto ancora oggi il capo indiscusso di Cosa nostra agrigentina. Falsone è stato catturato nel 2010 a Marsiglia dopo oltre dieci anni di latitanza. Secondo l’accusa, che ha trovato riscontro nel primo grado di giudizio, avrebbe continuato a guidare la cupola nonostante si trovi ancora oggi in regime di 41bis. La pena più alta in primo grado (29 anni) è stata inflitta, invece, ad Antonino Chiazza. Chiazza, originario di Palma di Montechiaro, è ritenuto il capo della “nuova” Stidda di Canicattì, organizzazione che dopo essersi scontrata militarmente con Cosa nostra, sarebbe tornata in auge facendo affari con la stessa.
IL MANDANTE DELL’OMICIDIO LIVATINO E IL KILLER DELLA STIDDA
In primo grado ventidue anni e ventotto anni di reclusione sono stati inflitti rispettivamente ad Antonio Gallea e Santo Gioacchino Rinallo. Entrambi sono ergastolani in semi-libertà già condannati in via definitiva per la partecipazione alla Stidda. Gallea è uno dei mandanti dell’omicidio del giudice Rosario Livatino, ucciso il 21 settembre 1990; Rinallo, uno dei killer più spietati dalle Stidda, è stato condannato all’ergastolo per il duplice omicidio dei fratelli Ribisi, esponenti di primo piano di Cosa nostra di Palma di Montechiaro. Sia Gallea che Rinallo, dopo aver scontato ininterrottamente venticinque anni di carcere, avevano ottenuto permessi premio in nome di un presunto ravvedimento. Il primo faceva volontariato e aveva intrapreso un percorso di studi mentre il secondo era diventato un cuoco e cantava in un coro gospel.
LE CONDANNE NEL PROCESSO DI APPELLO (RITO ABBREVIATO)
Quattro assoluzioni e nove condanne, alcune delle quali ridimensionate rispetto al primo grado di giudizio. Si è chiuso così il secondo capitolo del processo scaturito dalla maxi inchiesta Xidy, l’operazione che ha fatto luce sul mandamento mafioso di Canicattì e sulla riorganizzazione della Stidda in provincia di Agrigento. Tra i personaggi principali vi è senza dubbio Angela Porcello, l’ ex avvocato ritenuta la cassiera dell’intero mandamento e che ha anche tentato una collaborazione con l’autorità giudiziaria è stata condannata a 9 anni, un mese e 23 giorni di reclusione rispetto ai 15 anni e 4 mesi in primo grado. Confermata, invece, la condanna a 20 anni di carcere dell’ex compagno Giancarlo Buggea, considerato tra gli uomini d’onore più influenti dell’intero mandamento. Lo storico capomafia di Canicattì Lillo Di Caro, invece, sconterà complessivamente 30 anni di reclusione in continuazione con precedenti condanne. Non cambia, invece, la pena inflitta ai boss Luigi Boncori (20 anni), ritenuto il capo della famiglia mafiosa di Ravanusa, e Giuseppe Sicilia (18 anni e 8 mesi), considerato il capo della famiglia mafiosa di Favara. Quattro le assoluzioni: Simone Castello, ex postino di Bernardo Provenzano, viene oggi scagionato dopo la condanna in primo grado a 12 anni.





