Agrigento

Il Giardino della Kolymbethra protagonista su Disney Plus con Stanley Tucci

C’è anche il Giardino della Kolymbethra tra le tappe del viaggio di Stanley Tucci, il famoso attore americano tornato alla ribalta con “Il diavolo veste Prada 2”, che ha girato l’Italia per la nuova stagione di “Tucci in Italy”

Pubblicato 43 minuti fa

C’è anche il Giardino della Kolymbethra tra le tappe del viaggio di Stanley Tucci, il famoso attore americano tornato alla ribalta con “Il diavolo veste Prada 2”, che ha girato l’Italia per la nuova stagione di “Tucci in Italy”. Il programma è disponibile sulla piattaforma ed è articolato in cinque puntate. La serie segue la star di Hollywood tra le strade meno battute del Belpaese a caccia di prelibatezze enogastronomiche. E delle loro storie. Ad accompagnare Tucci ad Agrigento è stata Federica Salvo, la direttrice del Giardino della Kolymbethra. 

“Quello che mi interessa non è solo il cibo, ma la storia che gli sta dietro. Altrimenti si fa food-porn. Attraverso le sue pietanze, voglio invece raccontare il Paese “, ha spiegato l’attore a margine di una presentazione della serie National Geographic a Los Angeles. Tucci è in un momento di grazia: ‘Il Diavolo veste Prada 2’ resta imbattibile al botteghino globale, con all’attivo 432 milioni di dollari, e l’Hollywood Walk of Fame ha appena aggiunto una stella con il suo nome. “So di essere piuttosto sovraesposto”, scherza strappando alla platea la prima di innumerevoli risate. Eppure, questo attore 65enne, che ha recitato in successi come ‘Il caso Spotlight’ e la saga di ‘Hunger Games’, ed è stato candidato all’Oscar per ‘Amabili resti’, ammette che posare la maschera e mettersi in ascolto senza filtri, ora lo appassiona quasi più dei set:

“Ero molto nervoso quando ho cominciato a fare il presentatore, circa sei anni fa. Non ero mai stato me stesso davanti alla telecamera e non volevo esserlo: il punto di fare l’attore è proprio quello di interpretare qualcun altro”, riflette Tucci. “Ora mi sento così a mio agio che non vorrei mai più recitare. È molto più facile! Non devi mandare a memoria le battute – che alla mia età non è semplice – non devi indossare i vestiti di altri e non devi aspettare ore in un camper. Solo Stanley Tucci, a nudo. Ora che ho preso la stella, posso smettere?”, chiede, e per risposta riceve un’altra risata. L’idea di ‘Tucci in Italy’ è arrivata quasi vent’anni fa. “Volevo suddividere l’Italia regione per regione e raccontarne la storia attraverso il cibo. Ma l’unico modo per farlo era essere incredibilmente specifici. Non puoi generalizzare”, chiarisce. “Molti statunitensi dicono: ‘Quello è italiano’. Ma cosa significa? Un siciliano ti dirà: ‘No, io sono siciliano’. O pugliese. O fiorentino prima ancora che toscano. È questa specificità che mi affascina e mi ha spinto a raccontare l’Italia attraverso la sua tavola”. La cucina nostrana è secondo lui il riflesso della geografia: “Pensate dov’è: l’Italia è stata conquistata da mezzo mondo. I suoi piatti sono così: passi da Lampedusa, che è l’isola più vicina all’Africa, al Trentino-Alto Adige, che è quasi come essere nell’Impero Austro-Ungarico. Influenze africane, francesi, spagnole, arabe, austriache. Non conosco un altro Paese con una tale varietà di clima e tradizione culinaria”. Con questa premessa, lo sguardo, la pancia e il cuore di Tucci – che italiani ha i nonni, in Italia ha vissuto da bambino e parla discretamente bene l’italiano – evitano mete facili come Venezia, Roma o Firenze. La nuova stagione esplora territori meno battuti dal turismo: dalla Campania (con Napoli, ma senza la pizza), alla Sicilia delle arance sanguinelle e degli arancini, dal Veneto dell’entroterra fino alle Marche e alla Sardegna. Anche visivamente, l’attore convertito in ‘host’ ha preteso un approccio naturale dal suo direttore della fotografia, Matt Ball: “La cosa più importante è evitare il ‘food porn’. È bello quando il cibo è splendido, ma si crea una distanza, diventa un oggetto che non significa nulla”. La scelta è caduta su luce naturale e inquadrature ampie: “Ciò che rende un piatto interessante su pellicola è l’interazione umana. Insisto sempre per avere una lente larga che riprenda la ‘triade’: l’ospite, me e il cibo. È lì nel mezzo che scatta una connessione”. Oltre alla triade citata, l’inquadratura spesso si sposta sulla squadra di fonici, cameraman, collaboratori che affondano felici le forchette nelle pietanze appena immortalate. A chi gli chiede se ci saranno viaggi enogastronomici oltre i confini italiani, la risposta è netta: “No. Lo show funziona perché ho un vincolo personale con quel Paese. Se andassi in Cina o in Giappone sarei solo un osservatore. Per portare il racconto a un altro livello, devi parlare la lingua e avere con il luogo un legame profondo”.

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