Pronto soccorso, ritardi, disservizi e… mosche. Quando si chiedono diritti e si forniscono scuse
Si può avere paura di rivolgersi ad una struttura che dovrebbe occuparsi della nostra salute?
“Ho paura ad andare in ospedale”. E’ una frase che nessuno dovrebbe mai pronunciare, ma la pensano e la dicono in molti quando, per un problema di salute, si trovano a doversi rivolgere al pronto soccorso dell’ospedale San Giovanni di Dio.
Prima di tutto, una premessa doverosa e dolorosa: è giunto il tempo di finirla con le scuse. Non è più possibile usare l’assenza di personale e strutture adeguate come giustificazione per il disservizio arrecato. “Ci sono troppi utenti… Abbiamo avuto delle emergenze.. I medici sono pochi e in molti non accettano l’incarico”. Eccetera, eccetera. Lo sappiamo, perché lo ripetete da anni.
Quello che nessuno si chiede, tra chi comanda, è perché la responsabilità dovrebbe quindi essere del cittadino-paziente. Perché, se dirigenti medici e amministrativi, manager e primari, assessori regionali, istituzioni preposte si lavano le mani del problema, dovrebbe essere il cittadino ad avere comprensione in un momento in cui sta soffrendo o in cui un proprio caro sta attraversando un problema di salute?
Perché possiamo anche fingere che di mezzo non ci sia il dolore (inutile) della gente. E ci possiamo rifugiare dietro il fatto che i medici sono degli eroi che si sacrificano per tutti, ma la verità dei fatti è che loro sono le prime vittime di un sistema che non funziona e soprattutto, che bisognerebbe uscire dal recinto della retorica dicendo semplicemente che medici e sanitari stanno svolgendo un lavoro retribuito, come tanti altri ma con conseguenze molto diverse da tutti gli altri.
Così, tornando alla provocazione iniziale, è questa la frase che ho sentito pronunciare ad una donna che da ore attendeva che qualcuno la visitasse: “Io in ospedale non ci volevo venire”. La paziente si era rivolta all’ospedale su suggerimento del suo medico curante perché aveva notato come la sua bocca si forse piegata su un lato. Dopo aver atteso in codice arancione che qualcuno la visitasse è riuscita a parlare con un’infermiera, lamentando appunto la lunga attesa. “Vabbè signora, ma almeno la situazione della bocca non è peggiorata in queste ore, no?” è stata la risposta. E lì è scattata la risposta: “Io non volevo venire in ospedale”, cui segue un’aggiunta ancora più agghiacciante: “Era meglio morire a casa mia”.

In una hall invasa dalle mosche e dalla puzza di fumo di chi si dedica alla sigaretta nella “zona calda”, con guardie giurate estremamente attente a ricordare solo due regole agli utenti (non aprite la porta, non accalcatevi) e, di tanto in tanto, disponibili anche a cercare qualche mediazione tra pazienti stanchi ed esasperati e medici irraggiungibili.
Più di ogni cosa, più dei ritardi (più di due ore per un’ecografia all’addome, sei ore circa per riuscire ad avere una risposta sulle propria condizioni di salute) a pesare ai pazienti è certamente l’assenza di ascolto e l’impossibilità di capire cosa sta avvenendo: è stato spento persino il monitor che una volta indicava ai pazienti in attesa cosa stesse avvenendo nelle salette dedicate alle visite e quali e quanti utenti si stavano assistendo.
La domanda a cui qualcuno prima o poi qualcuno dovrà dare risposta è sostanzialmente una: per quanto tempo si forniranno scuse a chi invece pretende diritti?




