Apertura

Ci hai insegnato che un giornalista senza le sue  fonti non è nulla, ma soprattutto senza i suoi lettori non esiste 

Compostezza, schiena dritta, pacatezza e al contempo sempre la scintilla della curiosità: mai paura di chiedere, di pretendere, di immaginare, di indovinare, e soprattutto, di scrivere

Pubblicato 48 minuti fa

DI CECILIA ANESI (IRPIMEDIA). Se non scrivessi un obituario – come lo intendono gli anglosassoni – su di te, Franco Castaldo, mi diresti «non ti ho insegnato niente». Con quell’ironia che ti contraddistingueva, anche nei momenti più tesi. Là dove gli altri vedevano problemi insormontabili, tu, con calma, dicevi «adesso vediamo». E la soluzione, le volte a cui ho assistito io, la trovavi sempre. Che fosse risolvere un caso di lupara bianca nelle campagne di Canicattì, che fosse trovare una vecchia carta giudiziaria sepolta dalla polvere, o che fosse trovare un tavolo nel miglior ristorante di Caltanissetta mentre la Squadra mobile aspettava per portarci via. Così. Lo so che questo primo paragrafo di memoria è confuso, e che lo capiamo solo tu ed io, ma è confuso il sentimento che provo questa mattina.

Franco Castaldo, reporter d’altri tempi, firma siciliana delle più fini, grandissimo esperto di mafia, maestro per molti di noi, sicuramente per me, ci hai lasciato. Ti immagino dietro la tua scrivania di legno scuro, accolto da una libreria su tutti i lati, eppure più piccola della tua infinita conoscenza sul fenomeno mafioso, e sui fatti di cronaca della tua Agrigento, e della tua Sicilia tutta. Mi guardi, arricci un sopracciglio a cingere lo sguardo azzurro come il tuo mare (che ti piaceva starci vicino per scrivere, ma a debita distanza) e mi dici, con la tua voce roca e profonda: «Cecilia, amica mia, mi dai una mano a capire sta storia?». E io sorridevo, perché se c’era qualcuno che poteva capire una storia, quello eri tu, non certo io. Eppure mi piaceva troppo giocare a quel gioco, perché aiutandoti, imparavo a capirle anche io, a decifrarle, e – cosa fondamentale per un giornalista – a vederle le storie, a sentirne l’odore prima degli altri, come un cane da tartufo. Me lo chiedevi, l’aiuto, soprattutto quando le tue storie di mafia finivano all’estero, e allora giocavamo insieme una partita meravigliosa, quanto ci divertivamo a risolvere i misteri, a unire i pezzi, a trovare nomi e soprannomi ma soprattutto, a decifrare i sistemi.

Ed è questo gioco, giocato con me e altri colleghi di IrpiMedia oggi e 13 anni fa quando IrpiMedia ancora non era ancora nemmeno un’idea, che ha costruito le basi per la nostra capacità di investigare e raccontare le mafie a livello transnazionale. Non c’era un giornalista che capisse le mafie meglio di come le capivi tu. Ne scrivono, ne scriviamo, in tanti. Ma Franco, tu eri unico. Nel 2013 con Giulio Rubino (oggi condirettore IrpiMedia) e David Schraven, poi fondatore del centro di giornalismo d’inchiesta tedesco Correctiv, stavamo lavorando ad un’inchiesta sulla mafia siciliana in Germania. Ad un certo punto ci scontrammo con dei nomi agrigentini, su cui però non riuscivamo a trovare nulla. Allora chiesi a Giacomo Di Girolamo, collega di Marsala, e mi disse: devi chiedere aiuto a Franco Castaldo. Lui sa tutto. Provai a chiamarti. Tu, tuuu. Poi ti scrissi, e allora tu mi rispondesti qualcosa del genere. «Non rispondo ai numeri sconosciuti (altro grande insegnamento, n.d.r.). Ma se venite ad Agrigento, vediamo e risolviamo». Avevamo solo un soprannome, Aglialoro, ma tempo 24 ore e tu avevi già risolto il mistero, e in pochi giorni avevamo chiuso il cerchio e pubblicato assieme Die Mafia in Deutschland. E da lì, continuammo a indagare Cosa Nostra in Germania, non solo l’infiltrazione nel tessuto sociale, ma anche nelle elezioni politiche. Poi, sempre con Correctiv e la televisione tedesca RTL, ma soprattutto con la collega Margherita a fare da ponte con la Germania (perché chi lo capiva il tedesco, e i tedeschi?) facemmo un’inchiesta sugli stiddari a Phorzeim. È tra le campagne dell’agrigentino, tra Campobello di Licata e Canicattì, che ho imparato a essere giornalista.

E uso il verbo essere volutamente. Perché tu mi hai insegnato a essere giornalista, non a farlo. Compostezza, schiena dritta, pacatezza e al contempo sempre la scintilla della curiosità: mai paura di chiedere, di pretendere, di immaginare, di indovinare, e soprattutto, di scrivere. E quando il giornalista lo si è così, lo sì è sempre, non è un mestiere da cui si smonta. Nomi, cognomi, sistemi, senza guardare in faccia nessuno, mafiosi, politici, ma anche istituzioni, forze dell’ordine. È con curiosità, precisione, intuizione e coraggio che hai raccontato le guerre di mafia, arrivando sul posto spesso prima delle forze dell’ordine. Hai capito prima di altri (a volte prima dei mafiosi stessi) chi sarebbero stati i prossimi bersagli, e hai contribuito alla cattura di un boss perché, ironia, leggeva i tuoi articoli dall’estero da latitante, svelando così il suo IP address e la zona, quindi, di latitanza. Mi hai insegnato che certi territori sono diversi da altri, che se si vuole scrivere di mafia, bisogna stare in quel luogo, bisogna capirlo. E mi hai insegnato che questo è vero per tutto, per scrivere, per raccontare, bisogna capire. Mi hai insegnato che è giusto spaventarsi – raccontandomi di quando tu e la tua famiglia siete stati sotto scorta – e mi hai insegnato a normalizzarlo, quando a mia volta sono finita sotto protezione, dopo l’omicidio del collega Jan Kuciak.

Eravamo a Caltanissetta, ed era venuta la Squadra Mobile di Reggio Calabria a prendermi, non sapevo cosa fare. «Adesso andiamo a pranzo, ci beviamo un bianco di nera, appoi vìdimu». Così abbiamo fatto, mi hai “consegnato” alla Mobile dopo pranzo, e con quel gesto mi hai salvato. Quando nel 2013 mi hai accolto tra le polverose strade dell’agrigentino io ero una ragazza poco più che ventenne. Provavo a fare la giornalista d’inchiesta, ma non lo ero. Tu mi hai reso tale, insegnandomi a consumare le suole, non importava l’età, e soprattutto non importava se ero femmina. È per questo che quando l’anno scorso la libera università di Bruxelles ha riconosciuto a Irpi il titolo onorario per la libertà d’espressione, nel discorso di accettazione ti abbiamo ringraziato. Senza il coraggioso giornalismo di Grandangolo Agrigento, il giornale che hai fondato, ci sarebbe una fondamentale voce in meno in Europa. Nel 2014 la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie ha scritto anche di te, e dei vari giornalisti minacciati. Scriveva: «Castaldo è ufficialmente un dipendente del giornale La Sicilia, con qualifica di capo servizio, ma il suo direttore-editore non lo fa lavorare e gli impedisce di entrare fisicamente nella redazione di Agrigento. La diatriba inizia quando nel 1995 Franco scrive di un maxi-processo dove un pentito accusava un importante imprenditore, Filippo Salamone, di essere vicino alla mafia.

Salamone incontrò l’editore, e dopo questo incontro Franco venne trasferito a Catania in uno ‘sgabuzzino’ per poi finire pagato per non lavorare, mentre Salamone “per la cronaca” — dice Franco in audizione — “è stato condannato definitivamente a sei anni e mezzo.” Franco oggi dirige Grandangolo Il Giornale di Agrigento e scrive di mafia tutte le volte che lo ritiene necessario». A maggio 2023 ci siamo sentiti perché a Palermo avevano portato la nave cargo Plutus. «Sì, è una bella storia ancora da decifrare al meglio, ma ci sono tutti: cartelli, mafia, ndrangheta», mi hai scritto. È diventata una delle inchieste più importanti di IrpiMedia, e lo dobbiamo, di nuovo, a te. Che ci hai insegnato a guardare. Maestro Castaldo, ci hai insegnato che un giornalista senza le sue fonti non è nulla, ma soprattutto un giornalista senza i suoi lettori non esiste. È per questo che tu, quando l’editore della Sicilia non ti ha più permesso di scrivere, hai fondato Grandangolo Agrigento, una voce libera, un servizio pubblico in uno dei territori più duri d’Italia, uno dei territori che più aveva, e ha, bisogno di firme libere. Adesso la penna passa a tuo figlio Giuseppe, già al tuo fianco, e al resto della redazione. E tu, Franco, sarai per sempre nel nostro giornalismo.

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