Se faccio questo mestiere è anche e soprattutto grazie a lui
"Compagno… ti vorrò per sempre bene. Dirti “grazie” è poco. Continuerò nel solco dei tuoi insegnamenti, che mi hanno reso quello che sono"
DI SILVIO SCHEMBRI. “Se c’è una cosa che detesto è chi, per ricordare una persona che è venuta a mancare, finisce per parlare di sé. “Beh, è quello che stai facendo tu!” potrebbe dire qualcuno leggendo questo scritto. Sì, è vero. Ma mentre pensavo al miglior modo per raccontare chi era Franco Castaldo ho pensato che la fortuna di un ragazzo di appena sedici anni che si ritrova a muovere i primi passi nel mondo del giornalismo sotto le ali di un cronista di razza come lui forse era la più efficace.
“Compagno, all’una e mezza alla Tavernuccia”. “Comandi”, gli rispondevo scimmiottando gli ambienti militari che frequentavamo quasi quotidianamente. Erano le nostre riunioni, rigorosamente a tavola con l’immancabile “lemoncello” di fine pasto. Eppure io non ho mai scritto per Grandangolo. “Perché allora le riunioni tra di voi?” direte. Perché Franco era così. Non gliene fregava niente della concorrenza. Anche perché, in fondo, sapeva di essere il migliore. E poi era generoso, come pochi. Generoso e sincero. Viveva per questo lavoro. Per lui era un mestiere sacro, come sacre erano le notizie. Ho avuto la fortuna di sedergli accanto ed imparare così a leggere “le carte”, gli atti giudiziari, ad incontrare e saper ascoltare persone che, in qualche modo, avevano sempre una informazione utile da annotare nel taccuino. Ho imparato a stabilire i rapporti con le fonti, senza mai piegarsi ai potenti, mantenendo sempre alta e rigida la separazione dei ruoli, la dignità e il rispetto per i lettori. Capite? Non ero neanche maggiorenne. Ed avevo come maestro lui, Castaldo. Il cronista che tutti ammiravano per la sua bravura e la sua tenacia, nonostante la vita lo avesse messo di fronte a situazioni difficili. Tutto ciò nel pieno dell’era delle marchette e della sempre più facile mercificazione di questo lavoro. Parliamo di un gigante, che però non si è mai atteggiato a gigante.
Tanti anni fa arrivò in città un colonnello dei carabinieri che si sarebbe dovuto occupare di criminalità organizzata in provincia di Agrigento. Ci legavano alcune amicizie in comune e non conosceva nessuno al di là dei militari del suo reparto. Mi chiese quindi un consiglio su quali libri leggere per farsi velocemente un’idea del fenomeno criminale nell’Agrigentino. “Signor colonnello, ci penso io. Si tenga libero per cena” gli dissi. Franco non se l’è fatto dire due volte: “Compagno, amunì”. Quell’ufficiale dell’Arma restò ammaliato dai racconti di Franco, che in un paio d’ore riuscì a spiegare all’investigatore il quadro preciso, dettagliato e anche aggiornato sulla situazione nell’Agrigentino. “Questa serata vale più di una intera enciclopedia” disse. Ed era vero. Ma lui non amava le celebrazioni di sé. Abbiamo trascorso insieme intere mattinate in Tribunale, notti in giro ad “inseguire” e fotografare arresti, ma anche intere giornate di amicizia e divertimento. Amicizia, sì. Perché nonostante la differenza di età, che superava i trent’anni, Franco era un mio amico. Amico vero, quello che si chiama nel momento del bisogno e che – anche se non ci si sentiva da tanto tempo – era sempre lì, pronto a risponderti senza fronzoli e darti l’aiuto che serviva. Che persona, Franco. Mentre scrivo vivo il continuo terrore di scadere nella banalità, mi perdonerete. Ma scrivere di Franco penso sia una delle cose più difficili che mi sia stata mai chiesta di fare. E poi non basterebbero le pagine di un intero giornale per raccontare ciò che era.
Compagno… so che mi perdonerai per non essere venuto al tuo funerale. Ma il lavoro, quello che oggi faccio anche e soprattutto grazie a te, mi ha tenuto lontano. C’ho pensato molto, ma credo che sia stato il modo più giusto per celebrarti e renderti onore. E poi, pensandoci, se ti avessi chiesto un parere mi avresti assolutamente mandato a quel paese dicendomi di continuare a lavorare e chiudendo con un classico “Futtitinni!”. Compagno… ti vorrò per sempre bene. Dirti “grazie” è poco. Continuerò nel solco dei tuoi insegnamenti, che mi hanno reso quello che sono. Non so quando, ma ci rincontreremo. E saremo sicuramente a tavola, bevendo un “lemoncello”. Compagno, comandi. Il tuo figliuolo.”