Apertura

“A cu a rumpemu a minchia oj?”

“Maestro” lo chiamavamo in molti. Seguiva un rapidissimo “Vafanculu” di risposta, da parte però di un professionista che buon maestro lo era davvero, e poteva permettersi di esserlo

Pubblicato 35 minuti fa

La voce ruvida di Franco, dall’altro capo del telefono, mi dava il buongiorno. Io, che a Grandangolo sono giunto da ultimo e per ultimo, e che ho messo piede in quel giornale che era parte integrante della sua vita solo perché lui me lo ha chiesto, sapevo che era il suo modo per spronarmi a fare ciò che lui ha probabilmente sempre fatto nella sua vita professionale: divertirsi. Non per leggerezza, perché spesso dinnanzi ai suoi occhi si dispiegava l’orrore di una Sicilia martirizzata dalla mafia, ma per quel brivido, quel pizzicore sui polpastrelli che prova chi ha scelto che dove finiscano le proprie dita debba in qualche modo iniziare una tastiera per scrivere. (De André perdonerà la citazione).

A ben vedere, alla fine, Franco Castaldo con il giornalismo aveva lo stesso atteggiamento di un Maradona con un pallone al piede: era come se gli fosse stato cucito addosso. Una corsa in equilibrio, con la palla che prova a sfuggire e viene riagguantata ad ogni scatto. Metafora perfetta, poi, per lui che dei suoi trascorsi calcistici ha sempre fatto gran vanto e, alla fine, quando chiacchieravi con lui, ti trovavi ad un certo punto catapultato nel racconto di una partita mirabile o di come, una volta, per aver vinto una gara molto attesa dai tifosi ricevette un maiale in regalo e lo caricò per chilometri sulla sua auto.

“Maestro” lo chiamavamo in molti. Seguiva un rapidissimo “Vafanculu” di risposta, da parte però di un professionista che buon maestro lo era davvero, e poteva permettersi di esserlo. Quello di “Giornalista” è stato, per Franco, più un aggettivo che un sostantivo. Più che una semplice qualifica professionale, un destino manifesto. Giornalista doveva essere, e da giornalista è vissuto. Fino in fondo, senza mai sconti, senza rinnegare ciò che profondamente era, e non poteva non essere. Una necessità, quella di raccontare, di vivere questo mestiere, che lo spinse a creare Grandangolo quando per lui le pagine della grande cronaca si erano chiuse per vicende dolorose e vergognose, per una fathwa subita da un potente che non lo ha mai spezzato. Una pagina che pochi anni fa si è chiusa, vedendo Franco ancora una volta vittorioso.

I nostri percorsi professionali sono rimasti a lungo a distanza: non solo perché lui, chiaramente, era su un livello ben diverso dal mio di giovane cronista, ma perché non trovammo mai la quadra e la possibilità di collaborare. Anzi, per un lungo tempo coltivai verso di lui una certa ritrosia, che lui smontava con lo sguardo bonario di un elefante che guarda una formica particolarmente incazzosa. Poi un giorno, quando le sliding doors della vita mi portarono su un altro percorso, mi mandò un messaggio: “C’am’a fari? Iniziamo a divertirci?”. Era appena un anno fa. E ci siamo diverti, ma troppo, troppo poco. Addio direttù, speriamo che lassù ci siano caffè, sigarette e connessione internet, perché anche da altrove, sono sicuro, vorrai controllare che il tuo giornale sia stato aggiornato. Adesso vado a cercare un’apertura, sennò ti incazzi. Ti vorrò sempre bene.

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