I boss agrigentini ergastolani o mafiosi al carcere duro chiedono permessi premio: ecco chi sono
Ci sono anche boss ergastolani, o detenuti di primo piano al 41bis, a chiedere la concessione di permessi o licenze premio. Ecco chi sono
Ergastolani, boss di primo piano della mafia agrigentina, killer e detenuti al 41bis, il cosiddetto “carcere duro”. Il fine pena mai non sempre è un termine da prendere strettamente alla lettera alla luce anche della sentenza della Corte Costituzionale del 2019 o di quella della Corte di Strasburgo sull’ergastolo ostativo. Insomma, in tanti chiedono o la revisione del regime detentivo duro (il 41bis) o comunque la concessione di permessi o licenze per necessità fino a 15 giorni ad un massimo di 45 giorni l’anno. Lo scrive oggi il quotidiano La Stampa.
Quasi mai la Direzione Nazionale Antimafia concede parere favorevole a questo tipo di beneficio ma può accadere che il Magistrato di Sorveglianza, invece, accolga le suddette istanze. È il caso, ad esempio, di Mario Capizzi, 57 anni, capomandamento di Ribera. Capizzi, condannato all’ergastolo anche per l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, di cui sarebbe stato uno dei carcerieri, ha usufruito di un permesso. Altri boss di primo piano dell’Agrigentino sono, invece, in attesa di conoscere l’esito delle istanze avanzate dai difensori. Tra questi vi è Giuseppe Falsone, catturato dopo un decennio di latitanza a Marsiglia, ergastolano, ritenuto ancora oggi – nonostante sia al carcere duro dal giorno del suo arresto – il capo di Cosa nostra agrigentina. In attesa di conoscere se potrà beneficiare del “premio” c’è anche Stefano Fragapane, 48 anni, figlio di Salvatore Fragapane, per anni al vertice della cupola agrigentina. Fragapane jr sta scontando l’ergastolo (così come il padre ndr) per gli omicidi di Vincenzo e Salvatore Vaccaro Notte, Salvatore Oreto e Giuseppe Alongi. Sono già state rigettate, invece, le richieste di altri due boss agrigentini: Ignazio Ribisi, di Palma di Montechiaro, sottoposto al 41bis dove sta scontando l’ergastolo per l’omicidio di Pietro Giro nel 1989 e Giuseppe Sicilia, condannato in via definitiva a 18 anni e 8 mesi nel processo Xidy perchè ritenuto il capo della famiglia mafiosa di Favara.
Proprio sul quotidiano La Stampa è intervenuto sul punto il procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia: “Negli istituti penitenziari ci sono circa 750 persone al 41 bis. Il sistema rischia di non tenere, perché per fare funzionare davvero il carcere duro bisogna da un lato assicurare condizioni di detenzione dignitose ma dall’altro impedire a questi reclusi che sono i capi delle organizzazioni mafiose e terroristiche di continuare a comandare dall’interno delle carceri come facevano prima. Chi è recluso nel regime dell’alta sicurezza generalmente non ha pene detentive come dire eterne. Quindi si tratta di condannati che in qualche modo si formano dentro il carcere e tornano fuori più esperti di prima”. “L’altro problema che stiamo riscontrando è per i soggetti anche questi fuori dal 41 bis, che sono stati importanti capi mafiosi, killer che escono usufruendo dei benefici penitenziari – perché fuori dal 41 bis si possono ottenere – e tornano nel territorio di appartenenza incidendo seriamente perché è gente che ha formazione e esperienza”, avverte. Il procuratore sottolinea che alcuni di questi boss, tornando nelle organizzazioni di appartenenza, riprendono a risolvere i conflitti interni. “Fa un’opera di governo e questa opera di governo è naturalmente pericolosa perché il risultato è quello rafforzare l’organizzazione in maniera significativa”. Quanto alle possibili soluzioni, De Lucia invita a ripensare il sistema delle pene: “Mentre per alcune categorie di crimini e di soggetti, penso ai mafiosi o anche a soggetti che destano particolare allarme nell’opinione pubblica come i violentatori, i killer seriali, ovviamente per questa gente la destinazione non può che essere il carcere, ma per gli altri bisognerebbe fare un ripensamento complessivo del sistema delle pene, cioè immaginare pene che siano diverse da quella detentiva”.




