Il boss Carmelo Vetro e i “fratelli” massoni: “Ha parlato con un trentatré..”
L’architetto, l’imprenditore e l’alto dirigente. Dalle carte dell’inchiesta emerge un certo dinamismo in ambienti massonici del favarese Carmelo Vetro
Che Carmelo Vetro fosse iscritto ad una loggia massonica è un fatto notorio da quel 26 giugno 2012, giorno in cui i poliziotti della Squadra mobile di Agrigento lo arrestarono nell’operazione “Nuova Cupola”, l’indagine che fece luce sulla riorganizzazione di Cosa nostra in provincia all’indomani della cattura degli ultimi latitanti. Nella sua abitazione, durante le perquisizioni, furono trovate due tessere della “Gran Loggia d’Italia”. Che lo stesso “rampollo” favarese, nonostante i nove anni di carcere per mafia, continuasse a far parte di quel “mondo” è un dato meno conosciuto ma che emerge con chiarezza nell’ultima inchiesta della procura di Palermo sfociata negli arresti per corruzione di Vetro e del dirigente regionale Giancarlo Teresi e alle indagini sul super manager Salvatore Iacolino, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.
L’ipotesi sostenuta dagli inquirenti – oltre ai singoli episodi corruttivi – è quella di “intrecci pericolosi” tra esponenti della criminalità organizzata, burocrazia e politica. Ma anche massoneria che, sempre secondo magistrati e investigatori, rappresenterebbe una specie di “collante” tra i mondi, “un punto di contatto tra ambienti mafiosi e istituzionali in grado di agevolare dinamiche di scambio illecito”. L’attività investigativa – annotano gli investigatori di Sisco, Squadra mobile e Dia – ha permesso infatti di mostrare come la comune appartenenza massonica costituisca per i soggetti coinvolti un elemento di riconoscimento e garanzia reciproca, funzionale alla realizzazione di rapporti di favore e alla creazioni di canali riserbasti di interazione tra sfera criminale e apparato amministrativo.
Un episodio, tra i tanti, emerge nell’ultima inchiesta e vede protagonista proprio Carmelo Vetro che, secondo quanto ricostruito, si impegnerà anche attraverso i canali massonici a favorire l’imprenditore Giovanni Aveni (anche lui indagato) nel settore dei servizi socio-assistenziali. La vicenda ruota attorno all’accreditamento di una società del terzo settore di Aveni che, tuttavia, riscontra alcune difficoltà. Vetro, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, prima si rivolge al manager Iacolino ma – parallelamente – avvia un altro canale: la massoneria. Il rampollo favarese, infatti, viene a sapere della comune appartenenza ad una loggia massonica di un elemento apicale dell’Asp di Messina che, a dire dell’imprenditore Aveni, gli aveva creato problemi. Vetro così contatta un architetto di Canicattì – definito “fratello massone” – per acquisire più informazioni possibili sul suo conto. L’architetto conferma l’appartenenza del soggetto apicale dell’Asp alla Gran Loggia d’Italia. La comune appartenenza alla massoneria, per gli investigatori, sbloccherà il momento di stallo con il dirigente che – dopo aver parlato con Vetro – si dice pronto ad incontrare l’imprenditore Aveni. Quest’ultimo, intercettato in auto, commentava così l’interessamento di Vetro: “È un massone..quello è più importante.. ora siccome lui ha parlato con un “trentatré”, sarebbe uno che è il più in alto..dice che a questi di Messina li conosco personalmente.. quando vuoi andare a parlare..”.
Il “trentatré” – per l’inciso – è colui il quale possiede il più alto grado del rito scozzese, uno dei riti iniziatici della massoneria. Tuttavia nel novembre 2025 succede qualcosa. L’alto dirigente dell’Asp di Messina, infatti, non risponde più alle chiamate e ai messaggi di Vetro e, in un incontro con l’imprenditore Aveni, gli dice in maniera perentoria: “Non mi faccia chiamare da Agrigento”. Per gli investigatori dopo l’unico incontro tra Vetro e il dirigente – accomunati dall’appartenenza alla massoneria – quest’ultimo probabilmente era venuto a conoscenza dei trascorsi giudiziari del favarese.




