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Il paracco di Palma di Montechiaro, la sentenza: “Saro Pace capo indiscusso”

Depositate le motivazioni della sentenza di primo grado scaturita dall'inchiesta "Oro Bianco" sulla stidda di Palma di Montechiaro

Pubblicato 2 settimane fa

Sono state depositate e adesso note le motivazioni della sentenza di primo grado (stralcio abbreviato) relativa al processo “Oro bianco”  firmate dal  Gup del Tribunale di Palermo, Stefania Brambille conclusosi con dieci condanne per oltre un secolo di carcere e otto assoluzioni.

Il processo scaturito dalla maxi inchiesta condotta dai carabinieri del Comando provinciale di Agrigento guidato dal colonnello Vittorio Stingo e coordinata dalla Dda di Palermo ha fatto luce sugli interessi del paracco di Palma di Montechiaro, una cosca mafiosa indipendente da Cosa Nostra e Stidda, che avrebbe gestito un fiorente traffico di stupefacenti, infiltrato al consiglio comunale un proprio capodecina e tentato di mettere le mani sull’appalto del contratto di quartiere dal valore di due milioni di euro.

Nella 272 pagine di motivazioni il  Gup Stefania Brambille, ha messo in luce la bontà dell’inchiesta condannando a 16 anni Rosario Pace, considerato il capo indiscusso della cosca; Emanuele Pace (10 anni); Sarino Lauricella (12 anni); Francesco Bonsignore (5 anni e 8 mesi); Domenico Manganello (18 anni e 8 mesi); Gioacchino Rosario Barragato (12 anni); Giuseppe Blando (11 anni e 8 mesi); Giuseppe Morgana (10 anni e 8 mesi); Gioacchino Pace (16 anni e 8 mesi ma escluso il reato di mafia); Salvatore Montalto (12 anni), consigliere comunale in carica al momento del blitz e morto tre giorni fa nel carcere di Cagliari.

Il Gup ha altresì disposto otto assoluzioni: Calogero Lumia, Salvatore Troia, Salvatore Carusotto, Rocco Novella, Carmelo Pace, Giuseppe Pace, Gioacchino Angelo Mangiavillano e Federico Gallea.

Scrive il Gup, tra l’altro, in sentenza: Gli esiti dell’accertamento  definitivo  sopra riportati  devono ritenersi  confermati in questa sede da convergenti elementi offerti dai collaboratori di giustizia.

Da tali dichiarazioni emerge l’esistenza nel territorio di Favara e Palma di Montechiaro di molteplici piccoli gruppi criminali, nati originariamente per vincoli familiari o amicali, dotati di una certa autonomia nei confronti di cosa nostra, organizzazione criminale dominante rispetto alla quale però sono emersi collegamenti per cui i predetti gruppi criminali minori sono pronti a commettere delitti su richiesta della associazione mafiosa dotata di maggiore potere. Secondo quanto dichiarato dal pentito Giuseppe Quaranta, tali gruppi operano sotto una sorta di supervisione e/o tolleranza dei locali esponenti mafiosi appartenenti a cosa nostra, ai quali comunque rendono conto e che chiamano ad intervenire autorevolmente in caso di dispute o attriti tra i vari gruppi.

Le loro iniziative criminali vengono solitamente concordate e/o approvate dal referente di Cosa nostra di turno.

Le dichiarazioni rese da Giuseppe Quaranta rilevano in maniera particolare perché il predetto collaboratore di giustizia indica specificamente Pace Rosario come il capo del gruppo criminale-mafioso operante a Palma di Montechiaro.

Tali dichiarazioni – si sottolinea – ribadiscono, rispetto all’accertamento definitivo di cui alla sentenza, l’esistenza a Favara e a Palma di Montechiaro di gruppi organizzati che, pur non facendone formalmente parte, gravitano intorno a cosa nostra, assumendone le medesime caratteristiche criminali e che operano con le stesse modalità della organizzazione mafiosa tradizionale, mutuandone le modalità operative, pur rimanendo  in una posizione di subordinazione rispetto ad essa.

All’esito di precedenti procedimenti giurisdizionali è stato accertato che il gruppo criminale denominato ‘paracco ‘, operante in Palma di Montechiaro e facente capo a Rosario Pace replica le caratteristiche dell’associazione mafiosa poiché si tratta di associazione a delinquere, radicata nel territorio, titolare di un potere d i intimidazione tale da indurre in uno stato di soggezione e di omertà le comunità di riferimento.

E ‘ già emerso, che il predetto gruppo ha sfruttato il potere di intimidazione scaturente dal vincolo associativo per commettere reati (anche ricorrendo a violenza), controllare le attività economiche e la politica locale.

E’ emerso ancora che il predetto gruppo criminale è dotato di una struttura organizzativa di tipo gerarchico e di un proprio codice di funzionamento comprensivo di regole che riprod ucono le tipiche regole associative di funzionamento interno vigenti in cosa nostra.

Inoltre, pur nell’esercizio di una riconosciuta autonomia, il collegamento tra cosa nostra ed il “paracco” è dato dal fatto che questa associazione a delinquere agisce in ambiti territoriali più ristretti e definiti, già controllati da “cosa nostra” per cui si attiva un meccanismo di coordinamento.

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