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La mafia e la stidda nell’agrigentino, sentito in aula un ex agente della Dia

Sul banco degli imputati siedono il capo della mafia agrigentina Falsone, i killer della Stidda e anche un ex ispettore della polizia

Pubblicato 2 ore fa

Nuova udienza del processo di appello (rito ordinario) scaturito dalla maxi operazione “Xidy”, l’inchiesta che ha fatto luce sul mandamento mafioso di Canicattì e sulla riorganizzazione della Stidda in provincia di Agrigento. Sul banco degli imputati siedono sette persone: Giuseppe Falsone (condannato a 22 anni in primo grado); Antonio Gallea (condannato a 22 anni in primo grado); Santo Gioacchino Rinallo (condannato a 28 anni in primo grado); Antonino Chiazza (condannato a 29 anni in primo grado); Pietro Fazio (condannato a 18 anni in primo grado); e Stefano Saccomando (condannato ad 1 anno e 6 mesi in primo grado) e l’ex ispettore di polizia Filippo Pitruzzella, condannato in primo grado a 12 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa.

L’udienza, celebrata davanti i giudici della prima sezione della Corte di appello presieduta da Adriana Piras, è stata incentrata principalmente sulla posizione dell’ex poliziotto, difeso dagli avvocati Antonino Gaziano e Salvatore Manganello. Dopo la testimonianza di un agente segreto è stata la volta di un ex agente della Dia. Il carabiniere (che ha deposto dietro una tenda divisoria per proteggerne l’identità) ha riferito i rapporti avuti con Pitruzzella per motivi professionali, indicandolo come punto di riferimento per le forze dell’ordine, impegnato in diverse indagini relative sia a Cosa nostra che alla Stidda e – soprattutto – specializzato nel settore delle sansalìe, uno dei business delle organizzazioni criminali. Il processo è stato rinviato al prossimo 5 maggio per la requisitoria dei sostituti procuratori generali Giuseppe Fici e Carlo Lenzi.

I BOSS DI COSA NOSTRA E STIDDA

In primo grado ventidue anni di reclusione sono stati inflitti a Giuseppe Falsone, ergastolano di Campobello di Licata, ritenuto ancora oggi il capo indiscusso di Cosa nostra agrigentina. Falsone è stato catturato nel 2010 a Marsiglia dopo oltre dieci anni di latitanza. Secondo l’accusa, che ha trovato riscontro nel primo grado di giudizio, avrebbe continuato a guidare la cupola nonostante si trovi ancora oggi in regime di 41bis. La pena più alta in primo grado (29 anni) è stata inflitta, invece, ad Antonino Chiazza. Chiazza, originario di Palma di Montechiaro, è ritenuto il capo della “nuova” Stidda di Canicattì, organizzazione che dopo essersi scontrata militarmente con Cosa nostra, sarebbe tornata in auge facendo affari con la stessa. 

IL MANDANTE DELL’OMICIDIO LIVATINO E IL KILLER DELLA STIDDA

In primo grado ventidue anni e ventotto anni di reclusione sono stati inflitti rispettivamente ad Antonio Gallea e Santo Gioacchino Rinallo. Entrambi sono ergastolani in semi-libertà già condannati in via definitiva per la partecipazione alla Stidda. Gallea è uno dei mandanti dell’omicidio del giudice Rosario Livatino, ucciso il 21 settembre 1990; Rinallo, uno dei killer più spietati dalle Stidda, è stato condannato all’ergastolo per il duplice omicidio dei fratelli Ribisi, esponenti di primo piano di Cosa nostra di Palma di Montechiaro. Sia Gallea che Rinallo, dopo aver scontato ininterrottamente venticinque anni di carcere, avevano ottenuto permessi premio in nome di un presunto ravvedimento. Il primo faceva volontariato e aveva intrapreso un percorso di studi mentre il secondo era diventato un cuoco e cantava in un coro gospel.

LE CONDANNE NEL PROCESSO DI APPELLO (RITO ABBREVIATO)

Quattro assoluzioni e nove condanne, alcune delle quali ridimensionate rispetto al primo grado di giudizio. Si è chiuso così il secondo capitolo del processo scaturito dalla maxi inchiesta Xidy, l’operazione che ha fatto luce sul mandamento mafioso di Canicattì e sulla riorganizzazione della Stidda in provincia di Agrigento. Tra i personaggi principali vi è senza dubbio Angela Porcello, l’ ex avvocato ritenuta la cassiera dell’intero mandamento e che ha anche tentato una collaborazione con l’autorità giudiziaria è stata condannata a 9 anni, un mese e 23 giorni di reclusione rispetto ai 15 anni e 4 mesi in primo grado. Confermata, invece, la condanna a 20 anni di carcere dell’ex compagno Giancarlo Buggea, considerato tra gli uomini d’onore più influenti dell’intero mandamento. Lo storico capomafia di Canicattì Lillo Di Caro, invece, sconterà complessivamente 30 anni di reclusione in continuazione con precedenti condanne. Non cambia, invece, la pena inflitta ai boss Luigi Boncori (20 anni), ritenuto il capo della famiglia mafiosa di Ravanusa, e Giuseppe Sicilia (18 anni e 8 mesi), considerato il capo della famiglia mafiosa di Favara. Quattro le assoluzioni: Simone Castello, ex postino di Bernardo Provenzano, viene oggi scagionato dopo la condanna in primo grado a 12 anni. 

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