La nuova (vecchia) mafia agrigentina: chi comanda, strategie e tragedie
in quasi mille pagine di requisitoria i pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Palermo rimettono insieme tutti i tasselli investigativi necessari per ridisegnare l’intero firmamento mafioso
La nuova mappa della mafia agrigentina aggiornata sino ad oggi, le nuove alleanze, il predominio dei vecchi boss, anche detenuti, i traffici di droga, le estorsioni: in quasi mille pagine di requisitoria i pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Palermo rimettono insieme tutti i tasselli investigativi necessari per ridisegnare l’intero firmamento mafioso della provincia di Agrigento. Questo il quadro (preoccupante) del potere mafioso dell’intera provincia agrigentina, sottoscritto dalla Pubblica accusa con la loro requisitoria (chieste condanne per oltre 2 secoli di carcere) e depositato nel contesto del processo che si sta celebrando col rito abbreviato a carico di 26 imputati:
“L’attuale contesto mafioso nella provincia di Agrigento registra la presenza stabile ed operativa dell’associazione criminale denominata “Cosa nostra” ed in alcuni territori (Palma di Montechiaro, Favara, Canicattì) la progressiva sopravanzata della “Stidda”.
Come risulta dalle più recenti la fazione di Cosa Nostra tuttora preminente è quella riconducibile a Giuseppe Falsone (capo della provincia mafiosa di Agrigento) che risulta avere acquisito il dominio su quella per certi versi antagonista dei Fragapane. Detta contrapposizione trae origine nel noto contrasto insorto per la designazione (nel 2002) a capo della provincia mafiosa di Agrigento di Maurizio Di Gati (appoggiato dai Fragapane oltre che dal noto Nino Giuffrè), successivamente scalzato dallo stesso Giuseppe Falsone (che invece vantava l’appoggio di Bernardo Provenzano). Dell’esistenza di tale contrasto, giudiziariamente accertato con sentenze definitive, aveva da ultimo riferito il collaboratore di giustizia Giuseppe Quaranta, arrestato nel gennaio 2018 nell’ambito della c.d. indagine “Montagna” quale responsabile della famiglia di Favara e rappresentante della famiglia Fragapane nell’intera provincia mafiosa di Agrigento. L’esecuzione delle misure cautelari disposte dal Gip presso il Tribunale di Palermo nell’ambito della menzionata indagine “Montagna”, se per un verso ha arginato il concreto rischio che il tentativo operato dai ‘fragapaniani” potesse condurre ad un conflitto con lo schieramento opposto, ha d’altra parte inevitabilmente consentito – ed è proprio quanto, come vedremo, registrano le più recenti indagini – ai rappresentati mafiosi più legati al Falsone di consolidare il proprio potere in tutta tranquillità, al riparo dai tentativi di ingerenze operati, in ultimo, da Francesco Fragapane.
Le risultanze investigative più recenti documentano infatti la piena operatività di esponenti mafiosi di primo rilievo (Imbornone a Lucca Sicula e Ribera, Buggea e Boncori nel mandamento di Canicattì, Sicilia a Favara) il cui legame mafioso con Giuseppe Falsone è giudizialmente accertato ed i quali, anche in forza della piena coesione che risulta avere caratterizzato il loro agire, manifestano di avere acquisito alla disponibilità del sodalizio mafioso il totale controllo delle dinamiche criminali ed imprenditoriali dei territori di pertinenza, avvalendosi del concorso esterno di taluni esponenti politici locali e del contributo di esponenti deviati della massoneria che risultano avere messo a totale disposizione di Cosa nostra la privilegiata rete di rapporti vantati con professionisti o dipendenti pubblici.
Le indagini più recenti dimostrano anche la capacità di Cosa nostra agrigentina di inquinare le elezioni o comunque di mantenere rapporti illeciti con le amministrazioni comunali (cfr., quanto al Comune di Villafranca Sicula, quanto accertato nell’indagine su Imbornone ed altri e, quanto al Comune di Sciacca, quanto emerso nella recentissima indagine nei confronti di Domenico Friscia ed altri, con ordinanza di applicazione della custodia cautelare eseguita nel luglio del 2024).
Quanto ai settori commerciali illeciti, i principali sono quello del traffico di sostanze stupefacente, come dimostrato anche dalla presente indagine, e quello delle e.cl. “sensalie” (emerso nell’indagine c.d. Xidy).Raramente si registrano invece episodi di c.d. “messa a posto” nei confronti di esercizi commerciali, mentre le estorsioni sono molto più frequenti in occasione dell’aggiudicazione di appalti, laddove però spesso il delitto viene realizzato non secondo i metodi classici della costrizione al pagamento denaro quanto mediante condotte più sfumate, quali l’imposizione dell’assunzione di personale ovvero dell’affidamento di lavori a ditte indicate dalla consorteria mafiosa.
L’indagine condotta nell’alveo del presente procedimento, si inserisce nel solco di quelle che la hanno preceduta, fornendo un aggiornato quadro degli assetti di due importanti famiglie mafiose, quella di Porto Empedocle e quella di Agrigento/Villaseta. Essa dimostra che, pur essendo stata sensibilmente intaccata dalle operazioni antimafia recenti, “Cosa nostra” agrigentina è a tutt’oggi pienamente operante – dotata di ingenti disponibilità economiche e soprattutto di numerosissime armi – per di più in un contesto caratterizzato da una estrema instabilità degli equilibri mafiosi faticosamente raggiunti nel corso degli anni, cui si aggiungono i sempre più pericolosi, persistenti e documentati collegamenti tra gli associati ristretti all’interno del circuito carcerario e gli ambienti criminali esterni”.





