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Mafia, chiesti 12 anni di carcere per l’autista di Messina Denaro 

Luppino, finito in manette insieme al padrino ricercato il 16 gennaio di tre anni fa, secondo gli inquirenti, avrebbe anche chiesto soldi per conto del capomafia

Pubblicato 6 minuti fa

Il sostituto procuratore generale di Palermo Carlo Marzella ha chiesto la condanna a 12 anni di Giovanni Luppino, l’imprenditore di Campobello di Mazara (Trapani) che ha fatto da autista al boss Matteo Messina Denaro negli ultimi tempi della sua vita da ricercato. In primo grado il gup, riqualificando il reato di associazione mafiosa originariamente contestato dai pm in favoreggiamento e procurata inosservanza di pena aggravati, lo aveva condannato a 9 anni e 3 mesi.

La Procura generale è tornata, dunque, a contestare all’imputato l’associazione mafiosa o in subordine il concorso esterno in associazione mafiosa come avevano fatto i colleghi del primo grado. Luppino, finito in manette insieme al padrino ricercato il 16 gennaio di tre anni fa, secondo gli inquirenti, avrebbe anche chiesto soldi per conto del capomafia e, con i figli, arrestati due anni fa, avrebbe curato spostamenti, traslochi e diversi aspetti organizzativi della latitanza di Messina Denaro.

Incensurato commerciante di olio, Luppino venne arrestato fuori dalla clinica la Maddalena, la struttura sanitaria in cui aveva accompagnato per le sedute di chemioterapia il capomafia, da tempo malato di cancro. Nella sua auto vennero trovati due cellulari rigorosamente staccati, una precauzione presa per evitare le intercettazioni. Ai carabinieri disse di aver conosciuto mesi prima il suo passeggero ma di ignorarne la vera identità. “E’ venuto a chiedermi un passaggio per Palermo questa mattina”, si giustificò. Ma alla tesi dell’indagato la Procura non ha mai creduto. Con il passare dei mesi e i nuovi accertamenti svolti la posizione dell’imprenditore si è andata aggravando perchè i magistrati hanno scoperto che i passaggi alla clinica erano stati ben 50, altro che conoscenza occasionale. E che l’imputato aveva chiesto denaro ad altri imprenditori per conto del capomafia. Una circostanza confermata in aula da due testimoni che, insieme agli altri elementi trovati a carico di Luppino, ha indotto i pm a modificare la contestazione di favoreggiamento in quella associazioni mafiosa.

Col tempo la versione dell’autista del boss è cambiata. L’imprenditore ha raccontato al gup che a fargli conoscere Messina Denaro spacciandolo per un suo cugino, nel 2020, era stato un compaesano, Andrea Bonafede (il geometra che prestò l’identità al capomafia ndr), che gli avrebbe chiesto di accompagnarlo a Palermo per delle cure. Il capomafia gli sarebbe stato presentato col nome di Francesco Salsi e solo dopo tempo Luppino ne avrebbe conosciuto la vera identità. Da allora “per ragioni umanitarie”, sapendo che il boss era gravemente malato, avrebbe continuato ad accompagnarlo alle terapie. Secondo l’accusa, il ruolo fondamentale di Luppino nella latitanza del boss sarebbe dimostrato anche dalla sua scelta di coinvolgere i figli nell’assistenza al latitante. 

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