Mafia Villaseta-Porto Empedocle: troppi telefonini nelle mani dei boss reclusi
Straordinaria capacità di gestire in totale tranquillità i propri affari delittuosi
Quasi due secoli di carcere nei confronti di 15 persone coinvolte nell’ultimo blitz dei carabinieri contro le cosche di Villaseta e Porto Empedocle e su un vasto traffico di stupefacenti. È quanto richiesto dai pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo – i sostituti procuratori Claudio Camilleri, Giorgia Righi e Luisa Bettiol illustrando la loro requisitoria. Il processo è in corso davanti il giudice Nicoletta Frasca. La vicenda è legata al blitz dei carabinieri scattato nove mesi fa quando furono fermate 14 persone.
Le accuse sono associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, estorsione, detenzione illegale di armi. L’inchiesta fece luce anche su due attentati a colpi di kalašnikov avvenuti ai danni di un negozio di frutta ad Agrigento (15 dicembre 2024) e di un panificio a Porto Empedocle (18 giugno 2025). L’inchiesta ipotizza l’esistenza di due gruppi – uno a Villaseta e uno a Porto Empedocle – in grado di dettare le regole nel traffico di stupefacenti. Ai vertici dei due clan – e per questo è contestata l’aggravante di essere promotori – ci sarebbero stati Pietro Capraro e Gaetano Licata, sul versante di Villaseta, e James Burgio e Salvatore Prestia per gli empedoclini. L’inchiesta – che si colloca nel tempo alla fine del 2024 – fotografa prima le tensioni tra i clan di Villaseta e Porto Empedocle e, in seguito, una pace raggiunta con la costituzione di un vero e proprio cartello. L’accordo, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, prevedeva la spartizione delle piazze di spaccio (Agrigento e Porto Empedocle) con lo stupefacente acquistato dalle due consorterie a seconda del territorio di competenza.
Osservano i pubblici ministeri: “Il fenomeno dell’abusiva introduzione nei circuiti carcerari di dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti ha ormai acquisito una dimensione a tal punto sistematica da costituire elemento probatorio comune alla totalità delle più recenti indagini condotte da questa D.D.A. in delitti di criminalità organizzata di tipo mafioso.
Raramente come nella presente indagine era tuttavia prima stato possibile documentare in termini così netti la disarmante facilità con la quale detenuti appartenenti alla criminalità organizzata siano riusciti a mantenere la disponibilità di sempre diversi dispositivi telefonici, addirittura per anni e sostanzialmente senza soluzione di continuità, nonostante i loro ripetuti trasferimenti presso diverse case di reclusione. Ulteriore ed assai rilevante peculiarità della presente indagine è che essa restituisce, con analoga chiarezza, la fotografia degli effetti dirompenti che l’accesso a simili canali comunicativi da parte dei detenuti appartenenti o comunque contigui ai sodalizi mafiosi genera nei contesti criminali di provenienza.
Le acquisizioni investigative che verranno appresso illustrate dimostrano infatti come l’abusiva disponibilità di dispositivi telefonici idonei alla comunicazione – nel caso di specie peraltro affatto utilizzati per mantenere sia pure abusivamente meri contatti affettivi con i familiari in libertà – abbia determinato la sostanziale mortificazione di una delle funzioni della pena detentiva che, lungi dal neutralizzare la pericolosità sociale di un soggetto detenuto per delitti di criminalità organizzata (Burgio James oggi sottoposto al regime detentivo di cui all’art. 41 bis), ha finito piuttosto per realizzare l’ effetto opposto, paradossale, di accrescerne esponenzialmente il prestigio e l’operatività criminale consentendogli di manifestare – sia all’esterno che all’interno del circuito carcerario – una straordinaria capacità di gestire in totale tranquillità, indifferente al regime carcerario, i propri affari delittuosi ricevendo aggiornati e costanti resoconti da parte dei correi in libertà, stringendo alleanze con esponenti di cosa nostra e financo gestendo un vero e proprio arsenale composto anche da armi da guerra che i sodali in libertà utilizzavano seguendo le sue direttive per la programmazione di efferate azioni ritorsive la cui realizzazione egli spesso seguiva in diretta dal carcere.
In pratica, è proprio in forza delle direttive impartite da e verso il carcere giustappunto per effetto della perenne abusiva disponibilità di dispositivi idonei alla comunicazione con l’ esterno che è stata dapprima deliberata e poi gestita la micidiale associazione criminale descritta in rubrica, che ha acquisito e mantenuto il monopolio del traffico di stupefacenti nei territori di Agrigento e Porto Empedocle mediante un controllo militare delle piazze di spaccio, soprattutto attraverso il sistematico ricorso ad armi da guerra (quali mitragliatori Kalashnikov) utilizzate per la realizzazione di taluni tra i più efferati atti intimidatori registrati nella provincia di Agrigento negli ultimi anni.
Tali circostanze, come si avrà modo di illustrare analiticamente nelle pagine che seguono, emergono in primo luogo dall’analisi effettuata dalla polizia giudiziaria sui dati informatici contenuti nella copia forense del dispositivo smartphone di proprietà di Burgio James e sottoposto a sequestro da questo Ufficio in occasione della perquisizione eseguita nei suoi confronti il 17 dicembre 2024 presso la camera detentiva ove egli si trovava recluso all’interno del Carcere di Augusta.
Onde comprendere lo spessore criminale del BURGIO appare necessario premettere che egli è stato irrevocabilmente condannato per avere fornito “un apporto concreto al funzionamento ed al potenziamento “dell’associazione dedita al traffico di sostanza stupefacente diretta dallo storico capo della famiglia mafiosa di Agrigento-Villaseta Antonio Massimino – attualmente detenuto in regime speciale di cui all’art 41 bis OP – cui il Burgio risulta peraltro legato anche da rapporti di affinità, essendo il compagno della figlia di costui.
Come riferito dalla Polizia penitenziaria con annotazione in data 24 aprile 2025, Burgio, nonostante lo stato detentivo è riuscito – sostanzialmente senza soluzione di continuità – ad intrattenere rapporti con l’esterno del carcere, essendo stato ripetutamente trovato in possesso di dispositivi telefonici: il 20 agosto 2019; il 9 settembre 2019; il 13 febbraio 2020; il 7 giugno 2020 presso la casa di reclusione di Palermo Ucciardone; l’11 luglio 2023 presso la casa circondariale di Ragusa; il 24 aprile 2024; il 17 dicembre 2024 presso la casa di reclusione di Augusta.
Ebbene, la disamina dei contenuti del citato dispositivo telefonico, unita agli esiti delle attività tecniche di videosorveglianza ed intercettazione, ha consentito di ricostruire la struttura di un’ associazione criminale dedita al traffico di sostanza stupefacente del tipo cocaina ed hashish, al cui vertice vi è anzitutto proprio il detenuto Burgio James, il quale facendo leva sui suoi notori strettissimi rapporti con il citato capomafia
Massimino Antonio e sfruttando la sua sconcertante capacità di mantenere con l’esterno capacità comunicative del tutto indifferenti al regime carcerario, si è reso protagonista di una vera e propria esponenziale ascesa criminale che gli ha consentito di porsi quale interlocutore, in termini di sostanziale parità, con esponenti di primo piano di Cosa nostra agrigentina quali Capraro Pietro e Licata Gaetano, entrambi componenti della famiglia di Agrigento-Villaseta rispettivamente con il ruolo di capo e di principale gregario di quest’ultimo nonché promotori di una distinta associazione criminale anch’essa dedita al traffico di sostanza stupefacente operante nella provincia di Agrigento ed in rapporti con esponenti dei Cosa nostra di Palermo del lignaggio di Serio Nunzio e Serio Domenico, co-reggenti del mandamento di Tommaso Natale.
Se le investigazioni svolte nell’ambito del procedimento nr 3183/2022 Rgnr mod 21 avevano rivelato preoccupanti frizioni tra il gruppo criminale facente capo al Burgio e quello facente capo ai citati uomini d ‘onore Capraro e Licata, tanto da richiedere l’intervento del capo della famiglia di Porto Empedocle Messina Fabrizio gli elementi successivamente acquisiti hanno invece consentito di accertare non soltanto il superamento di tali contrasti, ma addirittura il raggiungimento di un’alleanza che i due gruppi criminali sancivano nella reciproca consapevolezza che ciò avrebbe consentito loro di costituire un vero e proprio cartello foriero di reciproci vantaggi”.

