Naufragio peschereccio “Giacomo Maria”, superstite in aula: “Ecco come mi sono salvato”

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Naufragio peschereccio “Giacomo Maria”, superstite in aula: “Ecco come mi sono salvato”

di Redazione
Pubblicato il Feb 13, 2020
Naufragio peschereccio “Giacomo Maria”, superstite in aula: “Ecco come mi sono salvato”

“Ero a bordo, stavo dormendo nella cuccetta e quando mi sono svegliato ho visto il peschereccio ormai inclinato. La prima cosa che ho pensato è stata quella di prendere il cellulare per avvisare qualcuno. Nel giro di un quarto d’ora il peschereccio si è completamente ribaltato e siamo finiti in mare”. A parlare davanti il giudice monocratico del Tribunale di Agrigento Wilma Angela Mazzara è uno dei superstiti del peschereccio “Giacomo Maria”, imbarcazione affondata il 3 gennaio 2017 a dodici miglia da Lampedusa. 

In quell’occasione perse la vita il marinaio Francesco Solina, 51 anni, il cui cadavere fu ritrovato quasi dieci giorni più tardi incastrato a sessanta metri di profondità nel relitto. E’ ripreso questa mattina il processo a carico di Giacomo e Daniele Minio, rispettivamente padre e figlio nonché armatore e comandante del peschereccio. I due sono finiti a processo, dopo il rinvio a giudizio disposto dal gup Alessandra Vella, con l’accusa di omicidio colposo. Secondo l’impianto accusatorio il peschereccio infatti non avrebbe avuto tutte le dotazioni di sicurezza per mettersi in mare e parte dell’equipaggio sarebbe stato composto da marinai “irregolari”. Inoltre viene anche contestato il non aver prontamente allertato i soccorsi. 

Quando siamo finiti in mare – ha proseguito il membro dell’equipaggio – mi sono aggrappato alla prima cosa che ho visto, una bombola di gas della cucina trovata in mare – e fortunatamente sono stato avvistato e salvato”. Tra i testimoni anche Calogero Minio, figlio e fratello degli imputati, che ha rivelato come per puro caso si sia salvato dalla tragedia dovendo anche lui far parte dell’equipaggio. Si torna in aula il 14 maggio. 



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