Tutti gli appalti nel “mirino” della Procura di Agrigento
La Procura di Agrigento ha chiuso le indagini su un (presunto) “sistema” in grado di orientare le gare. Ecco quali sono gli appalti finiti nel “mirino”
Con la notifica della chiusura delle indagini la Procura di Agrigento si appresta ad avanzare la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti degli indagati – 32 tra persone e imprese – coinvolti a vario titolo nel presunto “sistema” in grado di orientare e pilotare gare pubbliche sul territorio. Nel provvedimento firmato dal procuratore capo Giovanni Di Leo e dai sostituti Annalisa Failla e Gaspare Bentivegna viene messo nero su bianco la lista degli appalti ritenuti in qualche modo “alterati”. Ecco quali sono.
La rete idrica di Agrigento
L’inchiesta della procura su un giro di tangenti per pilotare le gare pubbliche ha messo nel mirino la madre di tutti gli appalti: il rifacimento della rete idrica di Agrigento. Si tratta di una prima tranche di lavori per un importo di 37 milioni di euro con Aica, l’azienda idrica dei comuni agrigentini, che risulta essere la stazione appaltante. Per la procura di Agrigento, infatti, l’appalto della rete idrica sarebbe stato in qualche modo “pilotato” grazie alla complicità di dirigenti e funzionari pubblici agrigentini e assegnato ad un consorzio di imprese che non soltanto sarebbe risultato inidoneo ad assicurare la concreta esecuzione dei lavori ma non avrebbe avuto neanche i requisiti economici e aziendali per affrontare un lavoro di tali dimensioni. Ma non è finita qui. Per gli inquirenti guidati dal procuratore capo Giovanni Di Leo, inoltre, ci sarebbe stata in atto una frode in pubbliche forniture attraverso l’effettuazione di lavori parziali (peraltro con gravi ritardi) eseguiti tramite subappalti mai autorizzati e in totale violazione della legge.
La strada Salaparuta-Santa Margherita Belice
Tra gli appalti finiti nel mirino dell’ufficio guidato dal procuratore capo Giovanni Di Leo vi è, ad esempio, quello relativo alla manutenzione straordinaria e alla ristrutturazione della viabilità della strada provinciale 19 “Salaparuta-Santa Margherita Belice”. Un’opera interamente finanziata dal Ministero dei Trasporti con 2.3 milioni di euro che sarebbe stata “pilotata” – dietro il pagamento di una maxi tangente a dirigenti pubblici – in favore della famiglia Caramazza e dell’ex assessore Luigi Sutera Sardo. Per la procura di Agrigento ci sarebbe stato il pagamento di una tangente di 120 mila euro che gli imprenditori favaresi avrebbero consegnato nelle mani del dirigente licatese Maurizio Giuseppe Falzone, dirigente del settore affari pubblico del Libero Consorzio di Trapani, tramite l’intermediazione dell’attuale capo dell’ufficio tecnico del comune di Licata, l’architetto Sebastiano Alesci. A tutti viene contestato il reato di corruzione in concorso e turbativa d’asta. L’architetto Alesci – secondo gli inquirenti – avrebbe infatti “suggerito” al dirigente Falzone i punteggi e i valori da assegnare all’appalto al fine di pilotarlo in favore della ditta “EdilRoad”. Lo stesso Alesci, inoltre, avrebbe poi ricevuto il denaro dai Caramazza per portarlo – in più tranche – al dirigente del Libero Consorzio. Ed è proprio per questo flusso anomalo di denaro contante, utilizzato per pagare le tangenti, che viene contestato il reato di ricettazione a Carmela Moscato, madre di Diego e Federica Caramazza. Per la procura, infatti, la signora avrebbe custodito in casa il denaro di provenienza illecita utilizzato poi dalla società dei figli per corrompere i dirigenti pubblici.
L’impianto di compostaggio a Ravanusa
Oltre venti milioni di euro per la realizzazione di un impianto di trattamento dei rifiuti nella zona industriale di Ravanusa. C’è anche il maxi appalto per la costruzione del Centro raccolta di rifiuti tra quelli finiti al centro dell’inchiesta della procura di Agrigento che ipotizza un sistema di corruzione e tangenti finalizzata a pilotare le gare pubbliche. Lavori – quelli banditi dal comune di Ravanusa – in realtà mai effettivamente iniziati, motivo per il quale sono state diverse le segnalazioni dell’Anac, l’autorità nazionale anticorruzione. Ed è questo lo spunto investigativo. Quattro le persone indagate per questo specifico appalto: Sebastiano Alesci, 67 anni, dirigente dell’Ufficio tecnico comunale di Licata; Vittorio Giarratana, 52 anni, di Ravanusa, dirigente del settore lavori pubblici; Rosaria Bentivegna, 67 anni, e Antonio Belpasso, 38 anni, rispettivamente amministratore unico e responsabile tecnico della “BE.I.CO”, la società che si è aggiudicata poi l’appalto. L’accusa è quella di turbata libertà degli incanti in concorso. Secondo la procura di Agrigento, in particolare, Alesci (che era il Responsabile del procedimento) avrebbe omesso di richiedere in tempo utile la valutazione sulla assoggettabilità del progetto a V.I.A, pubblicato il bando di gara “ritenuto poco trasparente” sull’albo pretorio e indicato l’appalto come “urgente” e con una tempistica ristretta che non rispettava i cosiddetti canoni di proporzionalità ma – soprattutto – avrebbe inserito nell’appalto dei parametri tali da far rientrare la società “Be.i.Co” tra le ditte in possesso dei requisiti e che, allo stesso tempo, imponessero la condizione di poter subappaltare i lavori. La gara d’appalto veniva effettivamente aggiudicato dalla società in questione, peraltro unico soggetto offerente.
L’hotel di lusso a Licata e le imprese da far lavorare
Ditte e maestranze ritenute “amiche” da imporre all’impresa – magari in subappalto – che era stata già incaricata per la realizzazione di un complesso turistico-alberghiero di lusso a Licata. Emerge anche questo ulteriore dettaglio nella maxi inchiesta, coordinata dalla procura di Agrigento guidata da Giovanni Di Leo, ormai nota alle cronache come “Appalti e mazzette”.Ne sono convinti gli investigatori della Squadra mobile di Agrigento, agli ordini del vicequestore Vincenzo Perta, che da ormai diversi mesi monitorano senza sosta – anche con l’uso dei più avanzati strumenti tecnologici – i personaggi ritenuti parte integrante di un “sistema” politico-imprenditoriale in grado di pilotare gare pubbliche e private. Tra questi vi è indubbiamente l’architetto Sebastiano Alesci, già a capo dell’Ufficio tecnico comunale. Ed è proprio il potente burocrate licatese il protagonista di questa vicenda – in cui viene ipotizzata una induzione indebita a dare o promettere utilità – e che vedrebbe anche la partecipazione in concorso dell’ex assessore del Comune di Licata, Maria Sitibondo e della progettista Francesca Laterra. Siamo nel febbraio scorso, neanche tre mesi addietro. I poliziotti monitorano utenze e auto di Alesci, che si trova in compagnia dell’assessore comunale, e registrano un incontro con il direttore dei lavori del cantiere in cui dovrà sorgerà un hotel di lusso. L’oggetto della discussione – che sembrerebbe interessare anche l’assessore – sono alcuni lavori riguardanti gli impianti idraulici, sanitari e idrici. Opere che, a detta del direttore dei lavori, sono già state appaltate ad altra ditta. L’idea del dirigente e dell’assessore – secondo la ricostruzione degli investigatori – è quella di imporre e inserire un’impresa ritenuta “vicina” in subappalto (“Io ti do tutte cose .. tu ti devi solo preoccupare di farli lavorare”). Concluso il sopralluogo in cantiere Alesci e l’assessore risalgono in auto e commentano quanto appena accaduto: “Sa quello che deve fare.. sveglia.. se non vogliono rotture di scatole..”.
La riqualificazione dello stadio Dino Liotta di Licata
I lavori erano stati formalmente aggiudicati da una ditta leccese ma in realtà a svolgerli – attraverso un subappalto non autorizzato – è stata un’impresa di Favara. Tra le gare d’appalto finite nel mirino della procura di Agrigento c’è anche quello relativo alla riqualificazione dello storico stadio “Dino Liotta”. Anche in questo caso, così come in tanti altri, il protagonista della vicenda è Sebastiano Alesci, potente dirigente dell’ufficio tecnico del comune di Licata. Il burocrate è accusato di corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio e per aver violato le leggi in materia di subappalti. Quest’ultima contestazione è mossa anche a due imprenditori: Alessandro D’Amore, titolare della ditta leccese aggiudicataria (almeno sulla carta) dell’appalto e Alessandro Vetro, amministratore dell’impresa di Favara che in realtà li ha eseguiti. Si tratta di una gara di appalto di quasi 300 mila euro che prevedeva la manutenzione ordinaria delle tribune, la riqualificazione del campo di calcio e la ristrutturazione degli spogliatoi. Per la procura di Agrigento, Alesci avrebbe affidato in subappalto i lavori alla ditta favarese circa un anno prima della ratifica dell’autorizzazione – prevista per il settembre 2025 – permettendo così all’imprenditore di presentare lo stato di avanzamento dei lavori e incassare la somma. Al riguardo emerge anche un episodio, così ricostruito da inquirenti e investigatori, che configurerebbe appunto il reato di corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio: il dirigente comunale avrebbe suggerito all’imprenditore di Favara di portare parte del manto erboso dello stadio Dino Liotta – due rotoli di erba sintetica lunghi 60 metri – a casa di un’amica del capo dell’ufficio tecnico così retribuendolo atteso che l’esecuzione dei lavori in subappalto (non ancora autorizzato) era già in corso da quasi un anno.
L’acquisto dei mezzi per la raccolta rifiuti a Licata e Ravanusa
Il reato ipotizzato in questa vicenda è “turbata libertà del procedimento di scelta del contraente” e viene contestato all’ex super burocrate Sebastiano Alesci e all’imprenditore Raffaele De Sio, procuratore di una società di Salerno. Al centro del caso c’è l’acquisto di un mezzo scarrabile, per un valore di 175 mila euro (la soglia di limite è 140 mila euro ndr), destinato alla raccolta differenziata nel Comune di Ravanusa. Per la Procura di Agrigento i due indagati avrebbero turbato il procedimento amministrativo predisponendo gli atti in maniera tale da “confezionare” il bando su misura in favore della Omnitech che poi realmente otteneva l’affidamento nel settembre 2024. Analogo episodio sarebbe avvenuto anche a Licata, sempre per l’acquisto di mezzi per la raccolta dei rifiuti, per un importo complessivo di 190 mila euro.


