Agrigento, Toto Cuffaro: “Mi sono raccomandato per entrare in carcere”
“Niente lezioni – precisa Totò Cuffaro – ma semplicemente ho molte cose da raccontare”. Inizia così la testimonianza- confessione dell’ex-governatore di Sicilia chiamato dall’Ordine dei giornalisti a relazionare su “Identità personale e diritto all’oblio” nell’Aula Giglia della Provincia regionale di Agrigento. Insieme a lui Michelangelo Capitano direttore istituto di pena minorile di Palermo, l’avvocato Totò Pennica […]
“Niente lezioni – precisa Totò Cuffaro – ma semplicemente ho molte cose da raccontare”.
Inizia così la testimonianza- confessione dell’ex-governatore di Sicilia chiamato dall’Ordine dei giornalisti a relazionare su “Identità personale e diritto all’oblio” nell’Aula Giglia della Provincia regionale di Agrigento. Insieme a lui Michelangelo Capitano direttore istituto di pena minorile di Palermo, l’avvocato Totò Pennica e la vicepresidente dell’Ordine Teresa Di Fresco, Moderatore Stelio Zaccaria.
Il racconto di Cuffaro è vibrante, l’esperienza carceraria – conferma lui stesso – lo ha forgiato e gli ha permesso- “di mettere in ordine, nella giusta successione, i valori della vita, non a conoscerli perché li sapevo già”. Aneddoti, circostanze critiche, denunce all’universo totalitario della prigione si susseguono con un eloquio “a braccio” e con la bonomia appena velata di amarezza e mai con rancore.
Ad iniziare dal primo giorno della sentenza di condanna quando prendendo tutti in contropiede si presentò a Rebibbia e non lo volevano far entrare perché ancora non c’era alcuna disposizione di arresto nero su bianco. Era di sabato e fu scomodato il tribunale di Palermo e il magistrato che doveva firmare l’ordine.
“L’ultima raccomandazione della mia vita – ricorda sorridendo Cuffaro – l’ho fatta per me, pregando il direttore del carcere di risolvere la faccenda”. Altro particolare inedito riguarda il momento in cui gli misero le manette e con il direttore del carcere che rivolgendosi agli agenti rilevava “Che gli mettete a fare le manette se lui è già qui”. Ma non è finita – aggiunge Cuffaro,- l’agente aveva dimenticato le chiavi delle manette in automobile al che il direttore del carcere si rivolge al suo agente penitenziario ordinando di togliere le manette. “Fu così che scoprii che le manette hanno una chiave universale”.
Il sorriso per la vicenda raccontata si spegne subito quando Cuffaro aggiunge ”quelle manette schiantano il cuore e prego perché non capiti a nessuno”.
Per i primi giorni in isolamento Cuffaro li vive come un ebete e dialoga con una cornacchia che provvidenzialmente si posa sul davanzale della piccola finestra, episodio che poi verrà raccontato in uno dei tre libri che l’ex presidente scriverà in carcere. Ampio spazio, la testimonianza di vita di Cuffaro la riserva agli aspetti dolorosi e assurdi che riguardano l’universo carcere e il rischio attuale e ricorrente che la pena non agevoli la rieducazione. Vuoti di legislazione o anche di non applicazione di alcune leggi inaspriscono gli stati d’animo, rendono esacerbato il vivere quotidiano in quelle celle super affollate con il water “alla turca” e la paghetta giornaliera di 2 e 90 euro che devono servire per pranzo, cena, carta igienica e quant’altro. Anche per questo l’Italia è stata “europeisticamente” sanzionata. Se in certe vicende esterne al carcere si proclama e si esige il diritto all’oblio – precisa ancora Cuffaro – in prigione l’essere dimenticati costituisce la paura più devastante per un recluso e ricorda l’episodio di quando decise (beccandosi una ammonizione) di fare un bonifico di 100 euro al compagno di cella extracomunitario che da otto mesi non riusciva a pagarsi la telefonata coi suoi familiari.
“Io in carcere non ho incontrato Dio ma l’uomo-Cristo che riconoscevo in tutti quei reclusi come me, in quei musulmani che pregavano guardando il muro della cella perché in quella direzione c’era La Mecca mentre io alzavo il capo verso un crocefisso”. Oltre ai tre libri scritti, Cuffaro ha trovato il tempo di laurearsi in giurisprudenza e ovviamente di dispensare, lui medico, aiuto e consigli ai suoi compagni di reclusione. Una ovvietà, pensando a quel giovane universitario Cuffaro che si alzava per primo la mattina e portava il caffè a letto ai suo amici che dividevano con lui l’appartamento.Ce lo ricordava anni fa in una intervista un suo amico oggi dirigente scolastico ad Agrigento. Amarezze l’ex governatore ne racconta tante che lo riguardano personalmente, soprattutto quando non gli fu consentito di vedere per l’ultima volta suo padre e di visitare sua madre.” Però a Giovanni Brusca fu consentito” rileva dolentemente Cuffaro che trova sempre il modo nella narrazione di mescolare l’amarezza ai ricordi più toccanti come quelle urla di gioia dell’ergastolano sessantatreenne, (studente di prima media) che rientrava in cella sbandierando il “sei” sul compito di matematica cui Cuffaro aveva prestato il suo aiuto.
Sembra assumere il tono dell’arringa l’ultima parte della relazione quando Cuffaro annota i danni morali e sociali per i detenuti e le loro famiglie insieme a quelli economici per lo Stato causati da certe misure cautelari che non risultano alternative e utili al reinserimento sociale.
“C’è bisogno di uno Stato che si comporti da padre per quanti hanno sbagliato, c’è bisogno di un ordinamento penitenziario che faccia maggiori progressi di quanto ne abbia fatto finora. L’art. 27 della nostra Costituzione, la pena non sia punitiva, dovrebbe essere applicato al meglio e il sistema carcerario attuale non lo consente ancora. Un sistema che per esempio non consente al recluso di fare una carezza alla moglie in visita o di consentire una telefonata ai propri figli”.
Ma c’è un altro aspetto molto più drammatico nel sistema carcerario, quello dei suicidi che colpiscono non solo i reclusi ma gli stessi agenti penitenziari. Cuffaro a questo proposito fa rilevare la contraddizione di una Italia sempre prima a condannare la pena di morte e che poi non riesce a dare un indirizzo civile all’interno delle sue carceri che dovrebbero rieducare mentre invece succedono più suicidi di quanti ne faccia la pena di morte negli Stati dove è vigente. Nelle carceri italiane il suicidio che riguarda gli agenti penitenziari è tre volte superiore ai suicidi che ci sono tra i carabinieri, la polizia e la finanza.
“Evidentement – conclude Cuffaro – c’è qualcosa che non funziona e quel che è peggio facciamo finta che questo non c’è”, con gente reclusa che non si può curare e muore ignorata da tutti. Perché siamo così ipocriti? Forse perché il 70% dei detenuti non può permettersi un avvocato e quelli d’ufficio non si vedono mai visto le lentezze e difficoltà burocratiche”.
Come affermazione di identità personale e di ricerca del diritto all’oblio, la testimonianza conclusiva di Totò Cuffaro non poteva essere più esplicita.




