Mafia

I clan di Villaseta e Porto Empedocle, Fabrizio Messina in aula: “Non sono associato con nessuno”

L’uomo, ritenuto il capomafia di Porto Empedocle, ha ammesso di aver trafficato droga negando tuttavia ogni tipo di attuale associazione sia con Cosa nostra che con il gruppo dedito allo smercio di stupefacenti

Pubblicato 19 ore fa

Ha ammesso di essere stato associato in passato e di aver trafficato sostanze stupefacenti ma di non far parte attualmente di Cosa nostra e di non essere al vertice di un sodalizio in grado di smerciare droga in diverse province della Sicilia. Lo ha detto questa mattina in aula Fabrizio Messina, ritenuto dagli inquirenti il capo della famiglia mafiosa di Porto Empedocle. Messina ha voluto prendere la parola e rendere dichiarazioni spontanee durante un’udienza dedicata alle arringhe difensive. L’empedoclino ha ribadito che in questa indagine non si è associato con nessuno né per vicende di mafia e neppure per quelle di droga non negando tuttavia i suoi trascorsi passati (per i quali è stato condannato definitivamente). Messina – in questo procedimento – è accusato di associazione mafiosa ma anche di associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. Per gli inquirenti, che nei suoi confronti hanno chiesto una condanna a 20 anni di reclusione, sarebbe il capomafia di Porto Empedocle ma anche il vertice (insieme al canicattinese Parla) di una banda in grado di trafficare stupefacenti in mezza Sicilia. Insieme a lui sono imputate altre 25 persone. Questa mattina, oltre a Messina, ha voluto rendere dichiarazioni spontanee anche Gaetano Licata, accusato anch’egli di associazione mafiosa e associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. L’agrigentino ha negato ogni addebito. Poi è stata la volta delle arringhe dei difensori, gli avvocati Salvatore Pennica e Salvatore Cusumano. Il processo riprenderà il prossimo 26 giugno mentre per la sentenza bisognerà attendere almeno l’estate. 

TUTTE LE RICHIESTE DI CONDANNA 

Ecco nello specifico le richieste di condanna: Domenico Blando, 68 anni, di Favara (8 anni di reclusione); Pietro Capraro, 40 anni, di Agrigento (20 anni di reclusione); Samuel Pio Donzì, 26 anni, di Agrigento (6 anni e 2 mesi di reclusione); Carmelo Fallea, 50 anni, di Favara (6 anni e 8 mesi di reclusione); Cosimo Ferro, 36 anni, di Castelvetrano (10 anni e 8 mesi di reclusione); Francesco Firenze, 40 anni, di Castelvetrano (10 anni e 8 mesi di reclusione); Giuseppe Focarino, 60 anni, di Palermo (8 anni di reclusione); Alfonso Lauricella, 59 anni, di Agrigento (12 anni di reclusione); Gaetano Licata, 42 anni, di Agrigento (20 anni di reclusione); Fabrizio Messina Denaro, 50 anni, di Castelvetrano (10 anni e 8 mesi di reclusione); Fabrizio Messina, 50 anni, di Porto Empedocle (20 anni di reclusione); Roberto Parla, 47 anni, di Canicattì (5 anni e 4 mesi di reclusione); Vincenzo Parla, 54 anni, di Canicattì (20 anni di reclusione); Calogero Prinzivalli, 42 anni, di Agrigento (3 anni e 8 mesi di reclusione); Rocco Grillo, 33 anni, di Gela (9 anni e 8 mesi di reclusione); Giuseppe Pasqualino, 34 anni, di Gela (9 anni e 8 mesi di reclusione); Mirko Salvatore Rapisarda, 43 anni, di Gela (8 anni e 4 mesi di reclusione); James Burgio, 33 anni, di Porto Empedocle (4 anni di reclusione); Gioacchino Giorgio, 39 anni, di Licata (5 anni e 4 mesi di reclusione); Giuseppe Piscopo, 49 anni, di Gela (7 anni di reclusione); Antonio Puma, 44 anni, di Agrigento (6 anni e 8 mesi); Stefano Rinallo, 41 anni, di Canicattì (5 anni e 4 mesi); Antonio Salinitro, 25 anni, di Gela (4 anni di reclusione); Rosario Smorta, 53 anni, di Gela (7 anni e 2 mesi di reclusione); Alessandro Mandracchia, 51 anni, di Agrigento (7 anni e 4 mesi di reclusione)Salvatore Prestia, 45 anni, di Porto Empedocle (5 anni e 4 mesi di reclusione).

LE INDAGINI 

In quasi tre anni di indagini, secondo quanto ricostruito dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, è stata fatta luce sulla riorganizzazione di storiche cosche mafiose come quelle di Villaseta e Porto Empedocle. La prima sarebbe stata guidata dal boss Pietro Capraro che, dopo aver scontato una condanna per mafia nell’operazione Nuova Cupola, avrebbe preso in mano le redini del clan portandolo ad una ribalta per molti inaspettata. Operazioni di polizia successive a quella dei carabinieri, infatti, hanno fotografato il ruolo di primissimo piano che la cosca di Villaseta era riuscita a ritagliarsi nelle rotte del narcotraffico arrivando addirittura a rifornire di stupefacente storici mandamenti mafiosi palermitani. La cosca di Porto Empedocle, invece, sarebbe stata saldamente nelle mani di Fabrizio Messina, fratello dell’ergastolano e vice rappresentante provinciale di Cosa nostra Gerlandino. I due clan, sempre secondo quanto ipotizzato dagli inquirenti, in un primo momento sarebbero entrati in aperto conflitto con attentati, danneggiamenti ed episodi che hanno destato molto allarme sociale. Il reato di associazione mafiosa – in qualità di partecipi – viene contestato ad altre tre persone: si tratta di Gaetano Licata, ritenuto il braccio destro di Pietro Capraro; Gabriele Minio e Guido Vasile, che secondo gli inquirenti farebbero parte della stessa cosca di Villaseta. Parallelamente viene contestato il reato di associazione a delinquere finalizzato al traffico di sostanze stupefacenti. Per i magistrati antimafia, infatti, sarebbe esistito un gruppo in grado di importare grossi carichi di droga anche attraverso canali sudamericani e del Belgio per poi rifornire in grosse quantità non soltanto la provincia di Agrigento ma anche quelle di Trapani, Caltanissetta e Palermo. Al vertice di questo sodalizio, secondo quanto contestato dalla Dda di Palermo, ci sarebbero stati Fabrizio Messina e il canicattinese Vincenzo Parla. Lo stesso reato, ma in qualità di partecipi, viene contestato anche ad Alfonso e Angelo Tarallo, Angelo Graci, Carmelo Corbo, Ignazio Carapezza e Alfonso Lauricella.

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